Una Ferrari con il telaio di una Panda: il Senato del domani

12/03/2014 di Giacomo Bandini

Senato e Italicum

Il rapido Renzi – Tutto si può dire del governo Renzi tranne che non abbia iniziato con un passo più spedito del suo predecessore. Ieri alla Camera è stata approvata la prima riforma elettorale, l’Italicum, dopo il tanto vituperato Porcellum del 2005. Un piccolo passo avanti, anche se con tante incognite e altrettante recriminazioni da parte di tutte le forze politiche. Lo stesso Pd ha dato prova di tenere, ma con alcune riserve interne, Civati e Letta su tutti, e con alleati perplessi, Scelta Civica si è astenuta. Un nodo però resta ancora da sciogliere per completare l’impianto di riforme istituzionali: il Senato.

L’ipotesi – Una bozza è stata avanzata sul tavolo d’intesa fra i due leader maximi del centrodestra e del centrosinistra, Renzi e Berlusconi. L’accordo iniziale trova le sue fondamenta su due colonne portanti: la non elettività dei senatori e la mancanza del voto di fiducia al governo. Il premier aveva anche abbozzato ad una riduzione del numero complessivo degli scranni occupati: si passa dai 320 eletti dell’attuale sistema a 150 nominati. Di questi 150, la bozza Renzi prevede una suddivisione per cariche locali/territoriali: 108 sindaci di capoluogo di provincia, 21 Presidenti di Regione e 21 Rappresentanti della società civile. Altro contenuto, fondamentale perlomeno al fine di ottenere maggiore consenso popolare, è la mancanza di una qualsiasi indennità parlamentare per i nuovi senatori. In poche parole un Senato delle regioni e degli enti locali. Per poter operare una simile rivoluzione, poiché di ciò si tratta nel panorama politico italiano piuttosto conservatore, servono principalmente due passaggi: quello costituzionale/procedurale e quello meramente politico.

Renzi, Italicum e SenatoUn ripasso costituzionale – Dal punto di vista procedurale governo e parlamento dovranno attenersi alle previsioni dell’art. 138 Cost. Devono avere luogo due deliberazioni da parte di entrambe le Camere con distanza l’una dall’altra non inferiore a tre mesi. Per approvare il testo della “legge di revisione costituzionale” alla prima votazione è sufficiente la maggioranza relativa dei componenti delle rispettive assemblee. Dopo una pausa di tre mesi è necessaria una nuova votazione in cui, per confermare la prima deliberazione, serve la maggioranza assoluta di entrambi i rami. A questo punto entro tre mesi dalla pubblicazione è possibile per 1/5 dei deputati, 500.000 elettori o 5 Consigli Regionali chiedere che la legge venga sottoposta a Referendum Costituzionale che la deve approvare, e dunque far promulgare, con la maggioranza dei voti popolari. Se nella seconda votazione la legge viene approvata dai 2/3 dei membri delle Camere, non è possibile in alcun modo procedere al referendum costituzionale. Nel mezzo di questo procedimento costituzionale vi sono però altre forme di studio del testo. È probabile infatti che debba passare al vaglio della Commissione Affari Costituzionali o di una Commissione Bicamerale che ne studi il testo. Il tempo impiegato perché si arrivi alla votazione viene così ancor più dilatato.

Il punto politico – Dal punto di vista politico l’intreccio s’infittisce maggiormente. L’intesa Renzi-Berlusconi ha dimostrato di poter reggere sulla legge elettorale ed è una vera novità nello scenario italiano. La questione è se possa risultare vincente anche nel caso di una riforma ben più complicata. Molti senatori di Forza Italia dovrebbero essere convinti a lasciare il proprio seggio e difficilmente vi rientrerebbero su nomina, dal momento che non ricoprono incarichi previsti dalla bozza Renzi. Molti di costoro fanno parte della vecchia guardia berlusconiana e non è affatto scontato che rinuncino allo status senatoriale. Allo stesso modo vi sono anime nel centrosinistra pronte a voltare le spalle al nuovo segretario, anche se, nonostante ciò che viene riportato dai media, egli sembra comunque in grado di dominare i suoi. La strada da battere però rimane quella percorsa per l’Italicum e pecca di impopolarità: trovarsi attorno ad un tavolo con Pd, Fi, Ncd e Scelta Civica. Con una sola certezza, il primo alleato sarà Berlusconi, dimostratosi anche il più affidabile e disponibile. Scelta Civica pare l’incognita maggiore, mentre Ncd sembra inevitabilmente legata al successo del suo governo per ottenere una sperata longevità. Ripercussioni elettorali? È difficile considerarle una certezza assoluta. Di sicuro la questione pone il premier di fronte ad un bivio: se fallisce il rischio tracollo diviene molto attuale, se, al contrario, dovesse riuscire nell’impresa, troverebbe un’infusione di fama ad accoglierlo a braccia aperte.

Ferrari e Panda – In ogni caso l’Italia resta divisa sul baratro di decisioni politiche che comportano contemporaneamente un bene ed un male. È difatti un bene che si parli di superare il bicameralismo perfetto. Ha funzionato assai poco in termini di efficienza ed efficacia e ha portato ad un immobilismo legislativo tale da essere causa principale dell’usanza “decretista”, ossia della prevalenza dell’esecutivo sul Parlamento in ambito legislativo. Il male invece concerne il concetto di Senato in guisa di “Camera delle Regioni”. E ciò non dipende solamente dalla revisione del Titolo V, bensì da una scarsa applicazione delle leggi sulle competenze delle Regioni e, soprattutto, degli Enti Locali. Senza modificare quest’ultimo andamento risulta inutile riformare la Camera alta, sarebbe come mettere la carrozzeria di una Ferrari sul telaio di una Panda.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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