Italicum: la democrazia dalla concertazione alla decisione

01/05/2015 di Luca Andrea Palmieri

Sotto la patina di insulti, accuse, pseudo-fascismi richiamati a tempi alterni c’è in effetti un contrasto di fondo nel dibattito sull’Italicum: quello tra chi vuole una concertazione perenne, sennò meglio non si faccia niente, e tra chi vuole che un governo faccia le sue scelte, e le segua al di là degli altri. Posizioni entrambe lecite, per quanto distanti

L’Italicum può piacere e può non piacere, lo si può sostenere (e prendersi l’etichetta di renziani) o odiarla (ed essere senza dubbio antirenziani). Fatto sta che lunedì vi sarà il voto finale, non con la fiducia, e quel giorno sapremo quale direzione prenderà il nostro sistema parlamentare. Era ampiamente preventivabile, ma nell’ultimo mese i toni su quest’argomento si sono mano mano alzati, fino ad esplodere nei giorni scorsi con accuse prima di “democratura” – una sorta di dittatura democratica che ne verrebbe fuori – finanche al fascismo, a toni e sistemi da duce, rafforzati dalla questione di fiducia posta negli ultimi giorni sugli articoli della legge elettorale.

Alla fine, da un punto di vista interno al Parlamento, la ha avuta vinta ancora una volta Renzi. L’opposizione interna alla Camera dei vecchi leader del Pd non è bastata a scalfire la posizione del Primo Ministro. Anzi: se pensiamo che la quota di minoranza dissidente fu pressappoco la stessa col Jobs Act, possiamo vedere un sostanziale fallimento dei vari Bersani, Cuperlo, Fassina nel loro tentativo di mettere in discussione la leadership interna di un partito che non sentono più loro. E che sta prendendo strade che non sentono parte della loro cultura politica.

Perché alla fin fine, tutto il dibattito intorno all’Italicum gravita intorno a due direttrici fondamentali: l’una è quella dell’influenza all’interno del partito, che non dubitiamo sia rilevante per soggetti che, dopo un decennio di leadership incessante nella sinistra, si trovano oggi col rischio di esser condannati all’irrilevanza. Non c’è da dubitare che il premier avesse anche questo tra i suoi obiettivi politici. L’altro punto è più generale, sul paese, e sull’idea di governo dell’Italia in sé.

Si lascino da parte le discussioni estremiste e francamente in cattiva fede sui rischi dell’Italicum. L’Italicum è una legge elettorale come tante altre, punto. Con le sue caratteristiche (maggioritaria a doppio turno eventuale, capilista bloccati e quota di preferenze, cento circoscrizioni territoriali) ed i suoi difetti (su tutti i capilista e le loro candidature multiple) ed i suoi fini: su tutti la governabilità, grazie a un quota che va dai 40 ai 15 deputati a garanzia della maggioranza. Non tantissimi, a dirla tutta. Ma non va dimenticato che all’estero esistono sistemi più premianti di questo: in Francia i socialisti di Hollande al primo turno delle ultime elezioni politiche hanno preso il 28%, e al secondo, in una competizione sostanzialmente a due, poco più del 50%. Ora la coalizione di centro-sinistra ha quasi il 60% dei seggi. Stesso discorso in Inghilterra, dove la vittoria di Tony Blair del 2005 col 35% gli valse il 55% della Camera dei Comuni. Paesi dove, tra l’altro, il sistema dei contrappesi tra i poteri restano in parte inferiori a quelli che da noi, nonostante quel che si dice, restano intatti.

La questione principale è che, con questo sistema elettorale, si passerebbe da un sistema fondamentalmente incentrato sulla concertazione perenne ad uno basato sulla capacità decisionale. Oggi come oggi, quando viene presa una decisione politica, fondamentalmente si fa sempre in modo che qualcuno la possa bloccare, anche a costo di cadere nella “dittatura della minoranza”. E’ una questione che nasce da una serie di motivi storici (la paura degli autoritarismi in primis), ma anche per convenienza. Poter intervenire su ogni decisione permette di mettersi di traverso su tutto, spesso a meno di non ottenere qualcosa in cambio. E’ soprattutto così che in Italia si è evitato, negli anni, di fare le riforme: liberalizzazioni, mercato del lavoro, giustizia. Sempre bloccate da veti e contro-veti, che siano forze politiche, parti sociali, interessi particolari di ogni genere.

Inutile dire che questa palude è l’habitat naturale di clientelismi, scambi poco chiari, interventi lobbistici dai contorni tanto sfumati quanto dannosi. La stessa legge elettorale ne è un esempio: la fiducia messa dal premier fa a schiaffi con la delicatezza della questione, ma cosa si deve dire di minoranze che hanno fatto richieste, le hanno ottenute, e continuano a chiedere fino a che magari il disegno di legge affondi o non diventi il loro, che sono pur sempre minoranza? E di partiti di opposizione con cui viene costruito l’intero impianto di legge, poi comodamente ricusato per puri motivi politici, e mai di merito? In effetti, dopo tre tornate parlamentari, il dubbio che la volontà di molti sia di affossare la riforma, quale che sia il contenuto, è lecito.

Ciò non significa che un certo grado di concertazione non serva, tutt’altro. Serve però che questa non blocchi il sistema decisionale. Con un sistema di impianto maggioritario molte scuse cadono. Chi ha la maggioranza, per quanto possa essere diviso internamente, ha i mezzi per scegliere una strada e seguirla. E se non lo fa deve essere il voto a punirlo: è quella la strada maestra, soprattutto in una democrazia basata sull’alternanza

E’ evidente come questa possibilità faccia paura a molti, che vedrebbero drasticamente ridotto quel potere che permette loro di rimanere in sella al proprio partito per anni, se non decenni. Quando la propria azione politica viene punita dai fatti, la perdita d’influenza dovrebbe essere la norma. Così il ricambio dei volti dovrebbe (il condizionale è sempre d’obbligo) divenire più facile.

Dunque, se da un lato un grado importante di inclusione serve, dall’altro è bene che in questo paese si inizino a prendere davvero delle decisioni. Francamente, c’è solo da augurarsi che in futuro non si vedano situazioni come quelle che stiamo vivendo in questi giorni: questa legge può aiutare a raggiungere l’obiettivo? Sarà il tempo a dirlo. Nel frattempo, è bene parlare più di fatti, e meno per slogan.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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