Italicum: guida per punti alla nuova legge elettorale

28/01/2015 di Luca Andrea Palmieri

Nonostante l'approvazione al Senato, la legge elettorale non è ancora arrivata alla sua approvazione definitiva, manca ancora l’ultimo passaggio alla Camera. Ma analizziamo punto per punto, come funzionerà l’Italicum 2.0, così come si presenta al momento

Parlamento

Mentre il paese è concentrato sul Quirinale, ieri, al Senato, è passato il voto finale per la legge elettorale, l’Italicum. Alla fine la maggioranza è stata ampia: 184 i si, 66 i no e 2 gli astenuti. Sono 24 i Senatori del PD, guidati da Michele Gotor, hanno abbandonato l’aula, lamentando il loro dissenso rispetto al sistema di ripartizione dei seggi tra preferenze e capilista nominati dai partiti (vedremo nell’articolo di cosa si parla). Ciononostante, il voto ci racconta di una maggioranza ampiamente autosufficiente, anche nonostante le defezioni – a cui si aggiungono i 12 voti mancati a Forza Italia.

In ogni caso la legge elettorale non è ancora arrivata alla sua approvazione definitiva. Manca infatti l’ultimo passaggio alla Camera, reso necessario dalle ampie modifiche decise in questi mesi (inserite dall’”emendamento Esposito”, poi precisato dall’intervento della relatrice, Anna Finocchiaro). Se non si tratta di una formalità, lo è quasi: lo scoglio più importante era proprio il Senato, dove la maggioranza è più risicata. Alla Camera non dovrebbero essere previste ulteriori modifiche, e l’ampia maggioranza del Nazareno ha i numeri necessari per arrivare all’approvazione definitiva del testo senza incidenti.

Così alla fine, l’ha spuntata ancora una volta Matteo Renzi, che è riuscito ad ottenere il superamento di uno degli scogli più insidiosi del calendario delle riforme prima del delicatissimo voto per il Quirinale. Certo, la politica italiana è sempre foriera di sorprese, ma a questo punto ci sono ampi margini per poter ipotizzare che l’Italicum sarà a tutti gli effetti la prossima legge elettorale. Non da subito, però: una clausola di salvaguardia – in attesa del completamento della riforma del Senato – fa sì che la sua validità inizi il 1° luglio 2016, tra un anno e mezzo.

Vediamo così, punto per punto, come funzionerà l’Italicum 2.0. Subito una nota introduttiva: la legge riguarda soltanto la Camera dei Deputati: viste proprio le riforme istituzionali – che dovrebbero portare all’abolizione del Senato elettivo – quest’ultimo non è previsto nella nuova materia elettorale. E’ bene ricordare anche che il partito vincitore, grazie al premio di maggioranza ottenibile al primo o al secondo turno, avrà a disposizione tra i 327 e i 340 seggi su 617 (esclusi Val d’Aosta e i deputati eletti all’estero).

I partiti: la prima grande differenza rispetto al Porcellum è su questo punto. Addio alle coalizioni. Mentre la precedente legge elettorale le rendeva sbocco naturale per la ricerca del premio di maggioranza, da oggi ognuno correrà da solo. Questo per via del sistema che prevede il premio di maggioranza – lo vedremo a breve – solo per il partito vincitore. Attenzione: fatta la legge, trovato l’inganno, o la scappatoia. Nulla vieta infatti che partiti diversi si organizzino in liste uniche. Per esempio: nel centro-destra potrebbe succedere che Forza Italia, Nuovo Centro Destra e magari anche Lega e Fratelli d’Italia scelgano di riunirsi sotto un’unica bandiera, con un nome singolo (come lo è stato, in passato “Popolo della libertà”, solo senza definizioni dei partiti al suo interno). Il fatto che il leader ed il programma siano gli stessi rende sicuramente il patto più solido che in precedenza. Ma ciò non toglie che, alla Camera, potranno essere organizzati gruppi parlamentari diversi. Il sistema, dunque, vuol tendere alla riduzione dei partiti. Se ci riuscirà, è un altro discorso.

I collegi: saranno 100. Numero non casuale, visto che si avvicina a quello delle Province: comunque saranno molte più delle 27 previste dal Porcellum. Mediamente, ogni collegio farà riferimento a circa 500 mila elettori aventi diritto. Il calcolo dei vincitori viene effettuato in maniera proporzionale nel collegio unico nazionale. Cosa significa? Che la ripartizione dei seggi, di collegio in collegio si baserà sul risultato nazionale e non su quello locale. Ovvero: se la Lega prende il 25% in Piemonte, il 13% sul territorio nazionale, e il 5% in Campania, in ogni collegio, il calcolo dei deputati leghisti eletti avviene sulla base del 13% nazionale, e non sui dati locali. Questa scelta aiuta in realtà i partiti più piccoli, che in questo modo hanno più possibilità di coprire elettoralmente il territorio. Non si pensi però a chissà quali spazi di manovra. 100 collegi per 617 deputati si traduce in media a 6 eletti per collegio. Di questi, sempre in media, 3 o 4 vanno al partito vincitore, e solo gli altri 2 o 3 vengono spartiti dall’opposizione: ergo, saranno comunque pochi i partiti a potersi spartire seggi. La critica principale a questa divisione sta nel fatto che nel Mattarellum – che utilizzava un sistema di elezione dei deputati uninominale (ovvero vince nel collegio solo il candidato più votato) – i collegi erano grandi la metà: vi era perciò maggior radicamento sul territorio del candidato vincente.

I candidati: oggetti principale del contendere, è stata la questione delle preferenze rispetto alle liste bloccate. Alla fine si è scelta una soluzione intermedia: le liste presentano, in ogni collegio, un candidato “bloccato”, mentre per gli altri si utilizzano le preferenze, con obbligo di quote rosa per entrambi i sistemi. Uniche eccezioni, Val d’Aosta e province autonome di Trento e Bolzano, dove si utilizzerà il sistema dei collegi uninominali. Le prime simulazioni del CISE, il centro studi elettorali di Roberto D’Alimonte, hanno evidenziato come la divisione tra candidati “nominati” e “preferiti” può variare, ma dovrebbe essere restare intorno al 50 e 50. Con una particolarità: il partito che vincerà le elezioni, avrà un’ampia maggioranza di candidati eletti con le preferenze (circa il 70%), mentre per le opposizioni succederà l’opposto. Perché tutto ciò? Per la struttura dei collegi. Tenendo presente che il partito vincente otterrà tre o quattro deputati per collegio (di più o di meno in caso di collegi più o meno grandi), è evidente come uno solo di questi sarà stato “bloccato”, mentre gli altri due o tre saranno espressione delle preferenze. Viceversa le opposizioni potranno spartirsi solo uno o due deputati per collegio (qualcuno in più in quelli più grandi): è ovvio come, in questo caso, la maggioranza vada a favore dei nomi imposti dai partiti. C’è un ma, legato alle candidature multiple. Queste ultime sono state inserite, su pressing dei partiti minori, appositamente per dare più possibilità ai leader – che spesso, va detto, sono un volto a livello nazionale – di entrare in Parlamento. Sarà possibile per ciascuno candidarsi in un massimo di 10 circoscrizioni. Se vince in più d’una, il candidato dovrà scegliere quale rappresentare: nelle altre, la palla passa al candidato con più preferenze. Questo crea un paradosso: più i singoli candidati utilizzano candidature multiple, più deputati vengono eletti con le preferenze. Tutto questo, va ricordato, fermo restando che c’è sempre un modo, prima delle elezioni, per scegliere i componenti delle liste bloccate: le famigerate primarie.

Il doppio turno e il vincitore: chiariti tutti questi punti, è tempo di arrivare al nocciolo della questione: come si entra in Parlamento? E come si vince? Abbiamo visto che ogni partito, o lista di partiti, corre per sé, con un unico programma e un unico leader. Esiste una soglia di sbarramento all’entrata, che è del 3%. I voti di chi non raggiunge tale soglia non vengono conteggiati al fine della ripartizione dei seggi. Questo sistema è un disincentivo per i partiti più piccoli a correre o a presentarsi da soli. Il premio di maggioranza per il vincitore è già stato accennato: 340 deputati su 617 al primo turno: circa il 55% dei seggi. Ma come si arriva a tale soglia? Il premio è automatico per la formazione politica che, al primo turno, arrivasse prima tra le liste superando la soglia del 40% dei voti conteggiati. Per capirci, se il PD arrivasse primo col 40,1%, il centrodestra secondo col 34,5% e il Movimento 5 Stelle terzo col 25,5%, il PD otterrebbe 340 deputati. Se invece arrivasse solo al 39,9% dovrebbe andare al secondo turno, nel caso in questione contro il centro-destra. Questo ballottaggio secco deciderà il vincitore, che otterrà invece il 54% dei seggi in palio, 327, mentre i restanti 290 verranno divisi proporzionalmente – come visto, nel collegio unico nazionale – tra i partiti di minoranza. A questi vengono poi aggiunti i deputati di Val d’Aosta e circoscrizione estero (che presumibilmente amplieranno di qualche unità la maggioranza).

Questa, in sostanza, sarà la nuova legge elettorale. Alcuni dettagli andranno ancora chiariti, come la specifica composizione dei collegi elettorali su cui ha, come da prassi, delega il Governo e la struttura delle schede (per quanto già accennata dal premier). Al di là delle critiche, l’Italicum è un cambiamento importante per il nostro paese. Il sistema, per quanto somigli per certi versi a quello spagnolo, porta a risultati che avvicinano il nostro sistema politico a quello francese, con Governi monocolore forti e grande importanza delle leadership. D’altronde questo era un intento evidente del PD renziano, dichiarato fin dalla campagna elettorale per la segreteria. A questo punto manca solo il voto definitivo alla Camera. Cosa cambierà davvero, lo scopriremo negli anni a venire.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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