Italicum all’ultima fermata, non si salva nessuno

29/04/2015 di Ludovico Martocchia

Il premier abusa della questione di fiducia. La minoranza Pd si dimostra immobile. Molti dovranno scegliere tra l’Italicum o far cadere il governo: una scelta di responsabilità che in pochi saranno in grado di prendere.

Renzi forza la mano: «Non c’è cosa più democratica di mettere la fiducia. Se passa, il governo va avanti, altrimenti va a casa. Cosa c’è di più democratico di chi rischia per le proprie idee. E’ tempo del coraggio, non di rimanere attaccati alla poltrona».

Tra i crisantemi lanciati dai banchi del parlamento (Sel) e la pioggia di insulti e cori da stadio (M5S), tra le reminiscenze del “bivacco di manipoli” (Forza Italia) e i discorsi sulla democrazia (minoranza Dem), il Presidente Segretario ha deciso. Stavolta in modo drastico. Come Mussolini con la legge Acerbo e De Gasperi con la legge Truffa, l’Italicum, la creatura primaria dell’opera renziana, sarà sostenuto dalla questione di fiducia: una grave forzatura politica. Le sorti dell’esecutivo saranno legate al voto sulla legge elettorale. Renzi mostra tutti i suoi muscoli, come un treno che non ha nessuna intenzione di fermarsi. Il decisionismo e la velocità vengono prima di qualsiasi contenuto, di qualsiasi dissertazione o filippica sulla democrazia parlamentare. La decisione precede il successo, quello già assaporato con l’elezione di Sergio Mattarella.

Ma Renzi non ci sta ad essere archiviato come il ducetto di Rignano. Lo ribadisce oggi su La Stampa e su Facebook. Vuole raccontare «solo la verità, fuori dalla rappresentazione drammatica di chi grida all’attentato alla democrazia». Ritorna sulla sua legge: premio alla lista vincente che supera il 40 per cento, non alla coalizione («per arrivare a un compiuto bipolarismo»), soglia di sbarramento al tre («per venire incontro alle richieste delle minoranze»). Infatti il nocciolo della questione si sposta su un altro punto. La questione di fiducia viene dopo “dozzine di modifiche”, mediazioni, discussioni e concertazioni: ora è il momento di decidere, “o si ritorna al punto di partenza”.

È in queste ultime parole che si trova la critica più forte del premier alla minoranza del suo partito, in parte condivisibile. Si è discusso abbastanza. Dopo migliaia di emendamenti, tre passaggi parlamentari, con il contributo della sinistra del Pd e delle opposizioni (grillini esclusi), bisogna bloccare tutto? Pare quantomeno dubbio un atteggiamento per cui prima si chiedono modifiche, si ottengono, le si votano e poi, improvvisamente, si disconosce un testo condiviso. Con la reintroduzione al Senato delle preferenze la minoranza Pd aveva votato a favore. Cos’è cambiato adesso? Per non parlare di Forza Italia, che non vuole votare un testo in precedenza sostenuto ampiamente, ed a cui ha contribuito in maniera importante: le lamentele attuali suonano di un’ipocrisia evidente. L’unica opposizione coerente resta quella del Movimento 5 Stelle, che di questo progetto elettorale non ha mai voluto sentir parlare.

Il rischio di andare a votare con il Consultellum e condannare l’Italia alla stasi istituzionale non è scongiurato. In questo caso, come in molti altri, Renzi non si è fidato del suo partito, ha sentito l’odore di una trappola. Anche se effettivamente il governo non cadrà mai, perché il Partito democratico è stato messo davanti ad una scelta obbligata. Non c’è nessuna volontà di staccare la spina, la poltrona è comodissima anche per chi dà l’impressione di essere sempre contro tutto e tutti. I piatti della bilancia sono all’incirca pari, tra un Presidente del Consiglio che abusa del suo potere per trasformare in successi le sue decisioni e un’opposizione interna che avrebbe scelto ancora una volta di rimandare il verdetto finale.

Probabilmente l’unica speranza, stavolta condivisibile appieno con il premier, è che si voti «a scrutinio palese, senza voti segreti, assumendosi la propria responsabilità». Ed è proprio questa virtù che manca al parlamento italiano: la responsabilità di scegliere contro se stessi, contro i propri interessi personali e rischiare di non essere rieletti, ma essere apposto con la coscienza per aver fatto la cosa giusta. Senza responsabilità non ha proprio senso parlare di democrazia.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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