Italicum alla Camera, quando le donne si auto discriminano

06/03/2014 di Andrea Viscardi

Italicum e parità di genere

Parità di genere. Alla Camera scoppia il nuovo caso del giorno. Mentre si discute di una legge che andrebbe, su molte questioni, quantomeno modificata, il vero scalpore è dato dalla reazione delle deputate di sesso femminile per una previsione del testo di quella che dovrebbe essere – salvo sorprese – la futura legge elettorale.

Il punto di discordia è rappresentato dal fatto che – nonostante la previsione di liste composte dal 50% di donne – esiste la possibilità che i candidati siano due di fila dello stesso sesso. Il rischio è che vengano messi in cima due candidati di sesso maschile, lasciando le donne nelle posizioni più scomode e potenzialmente non eleggibili. Insomma, non viene garantita per legge la parità di genere. Consiglio, per evitare equivochi, a tutti i buonisti e moralisti, di fermarsi qui con la lettura dell’articolo. Ciò che seguirà, da una parte, è una provocazione, dall’altra, però, un pensiero che credo essere condiviso anche da molti appartenenti al sesso opposto al mio.

Italicum, parità di genere
Laura Boldrini, Presidente della Camera

Che c’è di male se non si prevede, all’interno di una legge elettorale, non tanto la parità di genere (che dovrebbe essere la parità di trattamento tra uomini e donne), ma l’imposizione di una quota rosa?  Tutto quello che può nascere da una previsione di questo tipo è dannoso, per le donne (quelle vere, non le moralisti) e per il Paese stesso. Partiamo dal primo punto: nella mia breve vita, ho conosciuto parecchie persone, di ambo i sessi, che considerano la più grande discriminazione dell’era moderna le stesse quote rosa. Una previsione di difesa di una minoranza perseguitata, quasi come se le donne fossero indiani chiusi in riserve. Promuovere la parità di sesso è una questione obbligatoria, un dovere morale e da perseguire con molti più mezzi di quelli utilizzati sino ad oggi. Ma quella previsione per cui si è alzato il polverone alla Camera è qualcosa di diverso, e appare quasi come una forma di ghettizzazione tanto antipatica quanto ipocrita, e falsamente utile alla lotta contro le discriminazioni di sesso.

Il secondo punto, quello che va in contrasto con il bene del Paese stesso, parte da un semplice ragionamento: i partiti dovrebbero mettere in lista i candidati in base alle proprie capacità, al proprio lavoro all’interno della struttura partitica, alle proprie idee. Non certo perché uomini o donne. Obbligare, allora, a costituire liste in cui viene garantita la presenza del 50% di donne rappresenta di per sé un controsenso, e un grave danno per quella che dovrebbe essere la serietà di una lista elettorale.

L’ennesima buffonata antimeritocratica, dannosamente garantista – figlia di una società maschilista – creata per pulire la facciata di un palazzo che dentro resta sporco. Se si vuole promuovere la parità dei sessi, se si vogliono veramente fare dei passi avanti, si lavori in quel senso. Piuttosto che attraverso strumenti utili solo ad operazioni di vendita d’immagine, come avvenuto, in un certo senso, con la formazione della squadra di Governo.

A tutte quelle deputate, e anche al Presidente della Camera, che hanno deciso di alzare un putiferio, invece, pongo una questione: se io fossi una donna, e venissi inserita in una lista elettorale, magari controvoglia, perché il mio partito è obbligato per legge piuttosto che per le mie capacità, mi sentirei più in imbarazzo che altro. Sempre che la versione femminile di me non fosse troppo affezionata alla prospettiva di una poltrona. E se invece se notassi di far parte di un partito maschilista, che non promuove vere iniziative, culturali, atte a diffondere la parità, allora me ne uscirei sbattendo la porta. E loro?

Si cerchi di promuovere, piuttosto, concretamente e con risorse ingenti, la vera parità di genere. Quella che riguarda la parità nell’accesso all’istruzione, alla formazione, all’imprenditoria femminile o quella atta a garantire parità di retribuzione rispetto allo stesso lavoro. Tutte questioni, queste sì, poste al centro dal Patto europeo per la parità di genere. Si smetta, invece, di impregnare tutto di un perbenismo più ipocrita che mai.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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