Siamo tutti scesi da una nave

20/11/2014 di Francesca R. Cicetti

Cronaca dell’intolleranza: quando gli immigrati eravamo noi. Una memoria relativamente recente, ma andata perduta dalle coscienze degli italiani

Immigrati italiani

Quei disperati che scendevano dalle navi avevano la faccia scura, erano piccoli di statura e non parlavano che la loro lingua. Nelle città si accampavano ai margini, non era strano vedere bambini con i musetti sporchi chiedere l’elemosina all’uscita delle chiese. Le donne li evitavano perché girava voce che fossero degli assassini, dei violenti e degli stupratori. La priorità era controllare i documenti e rimandarli a casa. Non i veneti. I veneti si diceva lavorassero molto e si accontentassero di poco. I veneti potevano restare, gli altri a casa. La sicurezza prima di tutto.

Gli italiani senza memoria non sanno che cosa sia l’emigrazione. Non ricordano – o forse non conoscono – i rapporti delle forze dell’ordine statunitensi, neanche un secolo fa, che mettono in guardia gli onesti cittadini dagli italiani. Non si fida di nessuno, quella gente lì. Non si integrano, e i loro figli, a scuola, frequentano i corsi con i bambini più piccoli. Non va bene, meglio stare alla larga. Alla larga dagli italiani cattivi.

L’ostilità che gli americani nutrivano nei confronti degli emigrati, italiani in particolare, veniva alimentata e nutrita da una serie di elaborate assurdità che i giornalisti irresponsabili innaffiavano come una pianticella in primavera. Gli italiani erano, secondo il viceprocuratore distrettuale di New York Arthur Train, «Ignoranti, miseri, pigri e superstiziosi», oltre a essere animati da un temibile istinto criminale, praticamente congenito. Mostri di razza, gli italiani. Ladri e assassini per nascita. Qualche anno fa, erano i nostri conterranei in fuga dalla miseria a venir scansati nelle strade.

Gli italiani senza memoria hanno scordato cosa sia l’emigrazione. Giusto in questi giorni, colti da amnesia, hanno lamentato la loro condizione a calci e sassate. Agli immigrati trenta euro al giorno, noi neanche possiamo uscire nelle strade. Le nostre tasse per mantenere gli immigrati, e noi non arriviamo a fine mese.  Noi. Noi di Tor Sapienza, noi romani, noi Italiani. Ci siamo noi e ci sono loro. Divisi, separati, sconosciuti. Un noi che non include, ma esclude. Un noi viscido, disgustoso. Il noi della mancanza di empatia. Un’illusione in frammenti per chi credeva che il noi, invece, significasse comunanza. Forse si sono illusi da sempre.

Gli italiani smemorati vogliono lapidare gli immigrati nei centri di accoglienza. Non vogliono chiamare la polizia, mobilitare le istituzioni, far presente la situazione. Non vogliono dare spiegazioni o riceverne, lamentarsi e mostrare la loro posizione. Il punto di vista è uno solo. Vogliono gridare che la colpa è dei negri, dei froci e di chi ruba il lavoro. Preferiscono saltare i discorsi e appiccare il fuoco. Perché qui ci siamo noi, e lì ci sono loro. Separati da un confine invisibile ma invalicabile. Il confine della memoria.

Un tempo gli immigrati eravamo noi. Eravamo noi i rifugiati, noi  in cerca di un destino migliore. Eravamo noi con la faccia scura, a parlare lingue straniere. Noi a schivare gli insulti, i sassi e gli sputi. Eravamo noi, e come abbiamo fatto a dimenticarlo? Come abbiamo fatto a imbracciare le spranghe, i bastoni, e a incamminarci a passo di marcia verso una crociata dell’odio? La verità è che abbiamo dimenticato. Siamo tutti scesi da una nave.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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