Italia: strenua promotrice del moralismo legale

19/12/2014 di Ginevra Montanari

Nel bel Paese, è meglio proibire che legalizzare; e quando non si può proibire, è preferibile non regolamentare. Un retaggio culturale strettamente legato all'influenza della tradizione cattolica, ma che oggi, per molti aspetti, sembra anno dopo anno sempre più anacronistico

Il moralista

Sono solo tre i peccati effettivamente perseguiti dalla legge: uccidere, rubare, e commettere falsa testimonianza; perché non tutti i comandamenti, se violati, si trasformano necessariamente in reati. In uno Stato Laico funziona così, o così dovrebbe essere. Il caso emblematico del divorzio spesso ce ne fa dubitare: l’Italia è stata la penultima nazione europea – davanti solamente alla Spagna franchista – a regolamentare la questione, con la legge Fortuna Baslini del 1970. Ma in Francia, ad esempio, il divorzio esiste già dal 1792, effetto della rivoluzione.

Quando la DC, quattro annii più tardi, ricorse al referendum, credeva di avere la vittoria in tasca, convinta di poggiare su di un sistema, quello italiano, moralmente ed eticamente saldo nelle sue radici cattoliche. La società, invece, diede un primo segnale di secolarizzazione, forte e deciso. La vittoria radicale del 1974 è stata la prima vera vittoria slegata dall’ideologia. Voto personale, non d’appartenenza politica. Tuttavia sono ancora molte le battaglie da portare avanti, in una società in cui anche atei e laici hanno un’eredità moralmente religiosa. Temi che, se affrontati una volta per tutti, con serietà, potrebbero contribuire, e non in modo marginale, al rilancio economico italiano.

La prostituzione, ad esempio. Se ne data una regolamentazione addirittura al Medioevo, per non parlare dell’antica Grecia, dove Solone fu premiato per aver creato delle case di tolleranza a prezzi regolamentati. In Italia, nel 1958, la legge Merlin decreta l’abolizione delle case chiuse. Le prostitute finiscono così in strada, sotto la supervisione della criminalità organizzata. Quali sarebbero i vantaggi di un passo indietro? Ve ne sarebbero almeno tre: primo, le condizioni lavorative delle prostitute migliorerebbero; non più esposte ai pericoli della strada, sosterrebbero controlli sanitari periodici, per una maggiore prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Un particolare non di secondo piano, visto che nelle scorse settimane l’Italia ha vinto il triste primato per numero di casi di AIDS in Europa. Secondo, arricchirebbe le casse dello Stato: la cosa può piacere o non piacere, ma la prostituzione rimane uno dei mercati più redditizi al mondo. Terzo, se non si legalizza, i guadagni continueranno a finanziare la criminalità organizzata.

L‘eutanasia, nei casi di malattie terminali, è un altro tema delicato, ma per certi versi, banale: da una parte ci si chiede se è possibile che, per morire, si debba andare in un altro paese; dall’altra che basti andare in un altro paese, pochi chilometri oltre il confine. Circa tre italiani al mese si recano in Svizzera per morire, un numero in costante aumento. Porre fine alla propria vita senza provare dolore, è l’ultima volontà di chi sa di non avere un domani. Andrebbe perciò difesa, rispettata, addirittura compatita, ma non ostacolata. Un’eventuale legalizzazione della pratica, sottoposta a limiti ben precisi, non è un invito al suicidio, ma tutt’altro.

E cosa dire della legalizzazione delle droghe leggere? Ovvio, l’uso di droghe non va incoraggiato. Occorre domandarsi, però, se la pratica proibizionista abbia concreti effetti positivi sul controllo del consumo di sostanze stupefacenti. Un punto – soprattutto in riferimento alle droghe leggere – che gli studi sembrano smentire: secondo l’Ufficio della Nazioni Unite per il controllo della droga, in Italia il consumo di cannabis è in aumento di anno in anno, mentre in Olanda – esempio di liberalizzazione controllata conosciuto da tutti – resta costante; non solo: l’uso di droghe leggere registrato in Italia, ma anche degli oppioidi (Morfina, Eroina etc), è il doppio di quello olandese. La legalizzazione della droga leggera non sembra poi così pericolosa, l’importante è che avvenga entro confini precisi e una legislazione attenta. Gli svantaggi, in un regime proibizionista, sono evidenti: partendo dalla qualità delle sostanze, e quindi riferendosi alla salute del consumatore, arrivando ai rischi connessi con le attività di spaccio, includendo sia il ruolo della criminalità organizzata, che la semplice sicurezza dell’acquirente. Per non parlare delle entrate fiscali per lo Stato, dei risparmi in sede giuridica e della riduzione del numero di carcerati.

Arriviamo infine all’ultimo dilemma morale, sempre più discusso: il matrimonio omosessuale. In Italia regna l’apatia più assoluta: quando non si è estremamente contrari, lo si considera un problema di poca importanza, in quanto ci sono cose molto più urgenti; l’omofobia malcelata provoca un grave ritardo legale dei diritti civili. A prescindere dalle considerazioni morali, religiose o meno, proibire il matrimonio – che consente quindi l’adozione, motivo per cui si preferisce al limite l’unione civile – non solo preclude un diritto in potenzialità, ma lo nega nel presente: in Italia, in mancanza di uno studio Istat e in base all’ultimo studio datato 2005, finanziato dall’Istituto superiore di sanità e realizzato su un campione di circa 7000 individui, si stima che ci siano almeno un centinaio di migliaia di famiglie omogenitoriali; Giuseppina La Delfa, presidente dell’associazione Famiglie Arcobaleno, spiega i problemi delle famiglie di fatto: “Abbiamo redatto deleghe sanitarie reciproche riguardanti la nostra salute e quella dei nostri figli. Depositato documenti presso un notaio in cui esprimiamo il desiderio che, se capitasse qualcosa a una di noi, il figlio biologico venga adottato dalla co-madre, come previsto dalla casistica delle adozioni speciali. Poi ci sono i documenti che riguardano il patrimonio: per tutelare i nostri figli di fronte alle leggi dello stato, che discriminano tra quelli legittimi e quelli non, ci vengono in aiuto le assicurazioni sulla vita, dove in caso di morte puoi designare il beneficiario a tua discrezione. Tutto questo ci rende la vita molto complicata: chi dà tutto questo per scontato non riesce neanche a immaginarlo. Quando chiediamo il matrimonio e il riconoscimento della filiazione, ci riferiamo a quei diritti che per tutte le altre famiglie sono ovvi, mentre noi dobbiamo continuamente arrabattarci e trovare degli escamotage per cercare di tutelare noi stesse e i nostri figli”. Nel bel Paese, è meglio proibire che legalizzare; e quando non si può proibire, è preferibile non regolamentare: ma a chi giova tutto questo?

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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