I rischi che corriamo e le riforme di cui abbiamo bisogno

10/01/2013 di Federico Nascimben

palazzo-chigiL’ho scritto nell’ultimo articolo e – anche se ormai lo sappiamo tutti – lo ripeto: è molto probabile che alle prossime elezioni il centrosinistra debba trovare un accordo post elettorale per governare insieme alla Lista Monti al Senato. I risultati dei sondaggi pubblicati dal Sole 24 Ore di questi giorni lo confermano.

I pericoli rappresentati da una coalizione così eterogenea sono stati presi in considerazione da Morgan Stanley (la nota “cattiva” banca d’affari), la quale ha recentemente diffuso un’analisi sull’Italia, in cui si dice che attualmente i rischi per il nostro Paese provengono proprio dall’incerto esito delle elezioni. Inoltre, le conseguenze dell’austerity ed il malcontento sociale si riverserebbero pesantemente su un governo che nascerebbe sin dall’inizio fragile e dovrebbe far fronte ad una situazione di vera emergenza.

Vorrei tralasciare giudizi sull’operato di Morgan Stanley e sui modelli che queste banche, assieme alle varie agenzie di rating, utilizzano per valutare il rischio-Paese. Vorrei invece concentrarmi sul merito della questione sollevata: un sistema politico instabile rischia di avere pesanti conseguenze sull’economia italiana, già in forte crisi.

Tale collegamento viene troppo spesso sottovalutato. Vi sono due modi per cercare di rendere il sistema politico maggiormente stabile: attuare le tanto decantate riforme istituzionali e modificare la legge elettorale. È assolutamente necessario far capire ai cittadini che solo con un sistema politico-istituzionale stabile si creano le basi per poter dar loro risposte certe in tempi certi, soprattutto per poter proseguire – imprimendo maggior vigore, questa volta – con le riforme avviate dal Governo Monti. Lo dico in maniera più semplice: le riforme istituzionali renderebbero possibili delle vere riforme economiche. È possibile descrivere il sistema alla stregua di un’equazione matematica dove queste ultime sarebbero due variabili indipendenti, mentre la variabile dipendente non sarebbe altro che l’incisività dell’azione di riforma del Governo (e quindi, conseguentemente, i benefici che ne trarrebbero i cittadini).

È necessario poi inserire all’interno del contesto delle riforme istituzionali la modifica della legge elettorale, ma il disegno, questa volta, dev’essere unico e comune: occorre svoltare rispetto alla prassi che si è formata dal ’93 con l’approvazione della legge Mattarella in cui è stato modificato unilateralmente solo il sistema elettorale. Sarebbe importante continuare ad avere una legge che contenga la frammentazione e favorisca la competizione bipolare. Personalmente sarei per un sistema uninominale con doppio turno alla francese, ma in assenza di accordo ritengo primario modificare il sistema vigente al Senato, per evitare la possibilità che si formino due maggioranze diverse nelle due Camere, modificando l’assegnazione dei premi di maggioranza (e tenendo a mente che l’elezione dei senatori, secondo l’art. 57 Cost., avviene su base regionale).

Passando alle riforme istituzionali, appare evidente l’anacronismo tutto italiano rappresentato dal bicameralismo perfetto. Occorre superarlo, solo in questo modo avremo un’azione di governo celere (ed eviteremo il continuo ricorso a maxiemedamenti, questioni di fiducia, decreti legge ecc.), soprattutto con un Senato come Camera rappresentativa delle autonomie territoriali (cioè di regioni ed enti locali). Solo in tal modo daremo vera attuazione al federalismo. Parallelamente, occorre ridurre il numero dei nostri parlamentari, ma soprattutto incentivare la produttività del sistema legislativo (ad esempio eliminando la possibilità di continuare a svolgere la propria attività lavorativa, legando lo stipendio alle presenze, eliminando da principio possibili conflitti di interesse ecc.). Altro processo da impostare in contemporanea è quello che vede la figura del Presidente del Consiglio come preminente rispetto ai propri ministri (quindi con potere di nomina e revoca di questi ultimi), in un Governo che ha maggiori poteri ordinari per influire sull’organizzazione dei lavori parlamentari. In realtà questo sistema esiste già e si trova a livello regionale e locale: è stato adottato con le riforme succedutesi negli anni ’90. Che senso ha tanta diversità tra diversi livelli di governo?

Ovviamente non ho qui alcuna pretesa di esaustività. Tali problematiche – che mi rendo conto essere trite e ritrite davanti ad un’opinione pubblica stufa – richiederebbero, a causa della loro complessità, un’analisi molto più approfondita che qui non è possibile. Però il problema continua a rimanere e a perpetuarsi ormai da decenni: occorre rendere il sistema politico-istituzionale più stabile e reattivo, per fare questo è necessario modificare la legge elettorale e, contemporaneamente, dare maggiori poteri al Presidente del Consiglio e al suo Governo, superando il bicameralismo perfetto. Ecco, io mi accontenterei di questo. Chiedo troppo?

Federico Nascimben

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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