Italia una Repubblica fondata sul lavoratore (difeso dai salotti buoni)

08/07/2013 di Alberto Luppichini

Boldrini, Gallino e il disprezzo per Marchionne

Boldrini e Gallino contro Marchionne

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, recita l’immacolato art.1 della costituzione. A parte che, data la crisi economica, il Belpaese appare più terra di disoccupati e pensionati, a noi sembra che, sopra ogni cosa, vi sia un angelo custode che una certa cultura conservatrice vuole tutelare ad ogni costo, riconoscendogli una serie di diritti, ma pochi doveri: signore e signori, il lavoratore.

Boldrini e Gallino. Le parole della presidente della Camera Boldrini e di Luciano Gallino su Repubblica sembrano l’emblema di tale cultura. Ecco il Boldrini-pensiero: “Non è certo con una gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa”. Questo il punto centrale della sua risposta a Sergio Machionne, che l’aveva invitata alla presentazione del rilancio degli investimenti dello stabilimento fiat in Val di Sangro. Dall’altra parte, Gallino: “E’ possibile, mentre il XXI secolo avanza e una grave crisi sconvolge economie e società di mezzo mondo, riuscire a fabbricare beni e servizi ad alti livelli di produttività e mantenere al tempo stesso fermi i diritti che i lavoratori hanno conquistato in una generazione di lotte e sacrifici? A questo interrogativo l’a.d. Fiat Sergio Marchionne ha risposto più volte di no”. Poi, l’affondo: “Parrebbe giunto il momento di riconoscere che la strada bassa delle relazioni industriali è stata una pessima costruzione. Ha compromesso in misura iniqua quanto economicamente insensata la quota salari tanto in Europa quanto in America; ha contribuito a produrre milioni di disoccupati; ha favorito la scomparsa di interi settori produttivi”.

Colpa di Marchionne?. Boldrini e Gallino sono sulla stessa linea: Marchionne ha umiliato i diritti fondamentali dei lavoratori con il modello Pomigliano; ha sbagliato a chiamarsi fuori dal contratto collettivo metalmeccanici e ad uscire da Confindustria; ha mirato soltanto ad incrementare la produttività della sua azienda, anche delocalizzando la produzione, e facendo cadere nel disagio sociale intere famiglie.

Do ut des – In ogni caso ci sono alcuni dati oggettivi capaci di smentire l’incompatibilità fra modello Marchionne, produttività e tutela dei lavoratori. Andiamo con ordine: in primis, il modello-Pomigliano non ha fatto altro che far leva sulla contrattazione aziendale, aumentando i salari dei lavoratori dai 20 ai 70 euro al mese e tagliando i livelli di inquadramento professionale da 7 a 5, per favorire la crescita professionale nell’azienda. Per rendere effettivo il vantaggio economico per i lavoratori, sono state diminuite le pause, i turni sono passati da 10 a 18, gli straordinari comandati dall’azienda triplicati, da 40 a 120 ore all’anno, con l’obbligo per l’azienda di comunicare al lavoratore l’esigenza almeno 4 giorni prima. Dunque: un classico rapporto do ut des, che avvantaggia sia l’impresa, che il lavoratore. Non dimentichiamoci che Marchionne ha investito in Italia quasi 4 miliardi di euro.

Fmi, legittimato il piano Pomigliano. Il Fmi ha, proprio in questi giorni, affermato che per far tornare a correre la nostra economia è necessario “incoraggiare aziende e lavoratori alla contrattazione di secondo livello che consente di modellare in modo migliore stipendi e produttività”. Cos’è questa, se non la legittimazione e approvazione europea del modello Pomigliano?

Gli imprenditori “globali”. Alcuni imprenditori “global”, affermati e di successo, mostrano di non capire il ragionamento della presidente Boldrini: Stefano Parisi, presidente di Confindustria digitale, e Vito Tanzi, per 20 anni direttore a Washington del Dipartimento Affari Fiscali del Fmi, sottolineano come elemento centrale sia dare maggiore flessibilità al lavoro, ai fini di rilanciare la competitività; riassume poi il problema culturale del nostro paese Fabio Scacciavillani, capo economista del Fondo di investimento dell’Oman.

Conservatorismo assassino. Dalla lettera dell’onorevole Boldrini emerge lo zombie di una cultura che da 40 anni tenta, e purtroppo riesce, a prevalere sulle idee che invece hanno fatto progredire il resto del mondo. Una cultura-zombie che entra in campo per tutelare gli amici della stessa congrega politica, in questo caso quella dei sindacati delle grandi aziende, affossando indirettamente i lavoratori delle piccole e medie imprese che spesso sostengono condizioni più difficili per mantenere i privilegi delle imprese sindacalizzate.

Modello Germania. Infine, una riflessione di prospettiva. In Germania, che è stata per decenni la patria della contrattazione centralizzata, da diversi anni si è introdotta la regola che consente al contratto aziendale di sostituire il contratto nazionale in parte o anche del tutto. Perché mai ciò che sta dando buona prova in Germania dovrebbe essere impraticabile in Italia? Per di più in terra tedesca i lavoratori partecipano, in misura variabile, all’amministrazione dell’impresa, grazie ad un referendum del 1951, dal quale risultò che il 95% dei lavoratori del settore carbo-siderurgico era disposto a scioperare pur di ottenere i diritti di co-gestione. Il cancelliere Adenauer ne prese atto. Facile difendere i lavoratori dai salotti buoni di Repubblica o di Montecitorio. Ma il Paese è un’altra cosa. Con buona pace di tutti i Soloni.

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