Italia, Paese dei balocchi?

28/08/2013 di Federico Nascimben

Nel dibattito politico delle ultime settimane, come spesso avviene, di tutto si parla tranne che dei problemi reali: la causa è da ritrovarsi nel circolo vizioso nel quale ci siamo persi da decenni, senza riuscire ad uscirne

Italia, Politica, Legge di stabilità

Ci viene sempre raccontato che gli osservatori internazionali faticano a capire le modalità di svolgimento – e le correlate priorità – del dibattito pubblico nel nostro Paese. Stando a ciò che sta accadendo in queste settimane sembra (per l’ennesima volta) difficile dar torto a questa osservazione. A riprova del fatto che sembriamo vivere in un mondo a parte, scrive Ainis oggi sul Corriere riguardo alle “troppe leggi rimaste vuote“: “ma per quale ragione la politica italiana ha trasformato ogni legge in un inganno? Semplice: perché è incapace di decidere, e allora finge di produrre decisioni. Disegna acrobazie verbali, sciorina commi incomprensibili, che volano come coriandoli nel Carnevale del diritto. Oppure pratica l’arte del rinvio, confezionando norme che restano altrettanti corpi senza gambe, fin quando non interverrà la disciplina d’attuazione“. Proprio così, la politica italiana troppo spesso finge, dissimula, parla del nulla, annuncia, ma perde sempre di vista il punto centrale del problema. Insomma, bada solo alla forma e mai al contenuto; nel caso in esame, infatti, non sarebbe bastato fare una riforma costituzionale – di cui, è bene ricordarlo, se ne parla da almeno trent’anni, non uno – ponendo fine al bicameralismo perfetto, differenziando le funzioni di Camera e Senato e, in tal modo, avremmo superato molti dei mali della nostra cattiva legislazione?

Si è perso il senso della realtà –Niente è come sembra, niente è come appare; perché niente è reale”, cantava Battiato, ma nel nostro caso non c’è espressione più adeguata: chiamiamo i Presidenti delle regioni “governatori”, ma non siamo uno Stato federale; parliamo di federalismo fiscale quando l’unica tassa “federale” (anche se il termine è una concessione), l’IMU, vogliamo abolirla; chiamiamo il Presidente del Consiglio “premier” quando i suoi poteri non sono nemmeno paragonabili a quelli del suo omonimo britannico… e gli esempi potrebbero continuare, ovviamente. E quando non dissimuliamo molto spesso proponiamo una cura peggiore del male: se è vero che buona parte delle colpe – ma non tutte, anche qui è bene ricordarlo, visto che l’Italia è fatta pur sempre dagli italiani – della situazione socio-economica del Paese dipendono dalla classe politica e dai partiti, che senso ha proporre il Governo dell’Uomo Qualunque come deus ex machina, come chiave di volta dell’intero sistema? Una società non ha pur sempre bisogno di gente preparata e competente che la governi?

Un'Italia che traballa sempre più.
Un’Italia che traballa sempre più.

Fuga dal (triste) presente – Abbiamo già provato a dare una chiave di lettura del “perché” di tutto questo, ma probabilmente, se la narrazione prevale sempre sulla realtà empirica delle cose, è a causa del circolo vizioso nel quale ci siamo immessi da tempo, continuando a procrastinare, per un motivo o per l’altro, i problemi: una sorta di fuga dalla realtà e dal (triste) presente. Nelle ultime settimane – forse a causa del caldo estivo – giornali e telegiornali parlavano solamente di superamento/cancellazione dell’IMU, agibilità politica, ipotesi varie, ventilate e fantasiose di governi alternativi, mentre il PDL era concentrato sulle sorti politico-giudiziarie di Berlusconi, il PD continuava a “discutere senza trovare una sintesi tra le sue diverse anime” in vista del congresso e di possibili elezioni future, e il M5S continuava la sua battaglia contro i mulini a vento. Ma l’Italia? Ma l’Italia nel frattempo ha visto, ad esempio: la propria fuoriuscita dalle regioni più competitive d’Europa, stando all’indice elaborato dalla Commissione europea che ci posiziona 18esimi su 28 Paesi UE e dove la Lombardia, prima fra tutte, è solo 128esima su 262 regioni prese in considerazione; inoltre, secondo l’Ufficio studi della CGIA, la spesa pubblica, dal 1997 ad oggi, al netto degli interessi sul debito è aumentata del 68,7%, una crescita in termini assoluti di quasi 296 miliardi; infine, “la Banca mondiale che colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa nella classifica paying taxes, stilata sulla base di tre indicatori: il total tax rate (carico fiscale complessivo), il tempo necessario per gli adempimenti relativi alle principali tipologie d’imposta e di contributi (imposte sui redditi, imposte sul lavoro e contributi obbligatori, imposte sui consumi) e il numero di versamenti effettuati” (fonte CGIA di Mestre)… e anche qui gli esempi potrebbero continuare, ma per pietà ci fermiamo.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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