Italia Libera (dalla povertà)

12/05/2015 di Francesca R. Cicetti

Maggio, un mese di ricordi dolorosi, e proprio per questo l’associazione Libera rilancia le sue molte campagne - tra cui quella per il reddito di dignità - contro la criminalità organizzata perché, un passo alla volta, si possa non dover piangere più

Libera

Il 9 maggio abbiamo pianto Aldo Moro in una Renault4 e un trentenne di Cinisi che sputava addosso alla mafia. Peppino Impastato, saltato in aria sui binari del treno. Un suicidio, dissero all’inizio. Nessuno obbiettò che sembrava un po’ macchinoso. E poi, col tempo, fu fatta giustizia. Condanna per l’esecutore, ergastolo per il mandante. In carcere il boss Gaetano Badalamenti, che si era lasciato spaventare da Peppino e dalla sua Radio Aut. Tano Seduto, lo spaventoso mafioso, sbeffeggiato come capo indiano, finalmente riconosciuto colpevole. E poiché a maggio si ricorda sempre con dolore, l’associazione Libera rilancia le sue molte campagne contro la criminalità organizzata perché, un passo alla volta, si possa non dover piangere più.

Il tentativo di punta, in questi giorni, è strettamente politico. Reddito di dignità, lo chiamano. Reddito di cittadinanza. E l’iniziativa lanciata da Libera promuove la calendarizzazione, almeno ogni cento giorni, della discussione in aula di una proposta per l’erogazione regolare di una somma minima, fino alla sua approvazione. Una misura, quella del reddito, già presente nella stragrande maggioranza dei paesi europei, ad eccezione di Grecia, Bulgaria e Italia, e che l’UE richiede a gran voce dal 2010. Senza successo. Il reddito di dignità, lo chiamano, perché è la dignità ad essere a rischio. E perché è nella povertà che si rafforza il crimine. I dati non sono rassicuranti: secondo l’Istat, negli anni della crisi la povertà assoluta e relativa hanno quasi triplicato la loro portata. Dieci milioni gli italiani in povertà relativa e sei milioni quelli in povertà assoluta. Oltre ai precari, ai cassaintegrati, ai giovani, agli anziani, agli esodati e agli immigrati.

Dunque, non si tratta solo di una questione economica, ma di una lotta di civiltà. Il reddito di cittadinanza, o reddito minimo, deve servire a garantire condizioni di vita dignitose. Una rete di sicurezza, un appiglio. Una garanzia di democrazia. E non solo. Nella lotta di Libera, il reddito scardina i pilastri della criminalità organizzata. Strappa lo sfruttamento della povertà alle mafie, distrugge la possibilità di speculare sulla disperazione e sulla disuguaglianza. Il bisogno di lavoro è troppo spesso un ricatto economico a cui bisogna adeguarsi. O si paga, o non si vive più. In un vortice di estorsioni che distruggono la civiltà e avviliscono l’essere umano. Dunque, meno povertà significa meno crimine. E non dover più piegare le ginocchia di fronte ai boss.

Non è il reddito minimo l’unica misura, né la misura definitiva. E tuttavia, nel breve periodo, potrebbe essere una soluzione. Un contrasto immediato all’esclusione sociale, alla povertà e alla criminalità. Tra l’altro, le proposte in cantiere sono già molte. Il Movimento Cinque Stelle si è messo di nuovo in marcia (letteralmente) per rilanciare l’iniziativa, già portata avanti da tempo. Per l’occasione, il Partito Democratico si era dichiarato disposto a sedersi a un tavolo di trattative, aperto a una mediazione tra i vari pacchetti. Ventiquattro chilometri di sfilata, al temine dei quali avrebbe potuto esserci la tregua, ma è già stata smentita, pochi minuti fa, dalla parole di Renzi, che si è detto contrario ad ogni discussione in materia.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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