Italia: la sfida del futuro è il “Made In”

02/06/2015 di Lucio Todisco

Una sfida importante attende il nostro paese nei prossimi mesi che è anche strettamente correlata al grande tema del lavoro: quella sul “Made In”.

Made in

 

Lo stallo in Europa – Sulla questione del “Made in”, in Europa c’è grande difficoltà nel trovare un accordo che soddisfi tutte le parti in causa. Il Consiglio competitività, che è di fatto la riunione dei ministri del commercio dei 28 Paesi membri nella giornata del 28 maggio si è divisa mostrando una spaccatura tra i paese membri, che apparentemente sembra insanabile.

Il tema è quello dell’obbligo dell’etichettatura di origine per i prodotti non alimentari in circolazione nella Unione europea: una vera e tranciabilità dei beni, che vede il nostro paese capofila di una schiera di paesi tra cui Francia, Croazia, Grecia, Spagna, Portogallo e Polonia. Il fronte del no a qualunque obbligo di etichettatura è composto invece da molti paesi del Nord Europa come Germania, Belgio, Gran Bretagna, Svezia, Olanda, Irlanda e Danimarca. Il voto dovrà avvenire a maggioranza qualificata (almeno il 55% dei membri del Consiglio, pari a 15 Paesi e ad almeno il 65% della popolazione europea) e quindi nessuno dei due fronti è in grado al momento di far passare la propria linea.

Quale opportunità per l’Italia – Il tema della tracciabilità obbligatoria rappresenta un elemento importante per le politiche italiane, sia nel campo della produzione interna che in quello del lavoro. L’Italia ha tutto l’interessa a creare un sistema di difesa per i beni dei settori dell’abbigliamento delle calzature e della ceramica, o come dell’oreficeria e del legno e arredo che rappresentano per il nostro paese un fatturato di circa 98,5 miliardi. Tali settori del made in Italy, con i loro prodotti fanno decollare il nostro export, soprattutto nei nuovi mercati, e fanno sì che l’export italiano potrà passare dagli 11 miliardi del 2014 ai 16 miliardi del 2020, con un balzo del 45% in sei anni, così come stimato dalla sesta edizione della ricerca “Esportare la dolce vita”, presentata in Expo da Centro Studi Confindustria e Prometeia.

La ricerca mostra come l’abbigliamento italiano sia il settore sul quale il nostro paese debba maggiormente concentrarsi per attivare politiche di protezione sia in Italia che in Europa: nel 2020 le importazioni sono previste in crescita fino a 3,7 miliardi rispetto ai 2,7 del 2014, con il 29% della domanda proveniente dalla Russia ed il 20% dalla Cina. Sullo stesso valore di 3,7 miliardi si dovrebbe aggirare il settore dell’oreficeria-gioielleria, poi, a seguire, l’arredamento con 3,3 miliardi nel 2020 – rispetto ai 2,1 miliardi del 2014 -, settore in cui gli Emirati e la Cina faranno la parte del leone.

Infine, è importante sottolineare come nel nostro paese le imprese sembrino aver abbandonato la «rincorsa dei volumi a tutti i costi» puntando sempre più sull’alto livello della gamma e focalizzando sempre più l’attenzione sulle destinazioni commerciali più remunerative. Nel corso degli ultimi dieci anni, infatti, è aumentata di circa il 10% la quota di esportazioni a più alto valore aggiunto, passata dal 31% al 40%. Ciò è conseguenza proprio dalla spinta alla valorizzazione del “Made In” di eccellenza meno soggetto alla contraffazione e alla concorrenza globale sulla leva del prezzo. A fine del 2019, secondo uno studio Intesa San Paolo-Prometeia, il settore del manifatturiero avrà recuperato altri 65 miliardi di euro di fatturato che, comunque, non basteranno a colmare gli effetti della crisi.

Un manifesto per il futuro – La tutala del “Made In” non può che passare anche per una nuova cultura della produzione che unisca innovazione e tradizione. Su questo punto giocheranno un ruolo fondamentale le imprese italiane. Da esempio può essere il “Manifesto per il saper fare del futuro”. Il primo documento sull’artigianato 2.0, nato da un progetto che coinvolge l’ente Regione Veneto, le università e le associazioni di categoria dell’artigianato. Il documento recita che L’artigianato sebbene debba procedere alla tutela della fisionomia maturata nel tempo, deve sapere confrontarsi con tutti gli aspetti che i nuovi contesti richiedono quali l’innovazione tecnologica, l’informatizzazione dei processi e dei prodotti, la contaminazione delle esperienze, l’uso del design, le nuove strategie di comunicazione. Un nuovo modo di intende il settore manifatturiero italiano che deve essere da esempio per tutte le altre regioni, come sprone a fare sistema tra le varie realtà istituzionali e di categoria per rinforzare un settore determinante per la crescita economica del nostro paese.

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Lucio Todisco

Classe 1987, Laureato in Scienze Politiche si è specializzato in gestione e formazione delle Risorse Umane e, ad oggi, è praticante Consulente del Lavoro. Una vita tra libri, film, politica, musica e del buon cibo. Il suo libro preferito è Oceano Mare, Mediterraneo il film che rivedrebbe ogni giorno, Oasis, U2 e Coldplay, la musica che ascolta nell’Mp3. Appassionato di innovazione, fa parte del comitato organizzatore dell’Innovation Day, manifestazione che coinvolge professionisti, organizzazioni, aziende e pubblica amministrazione sui temi dell’innovazione, crescita, sviluppo; collabora con la Fondazione Turismo Accessibile sui temi dell’innovazione e accessibilità turistica nel nostro paese.
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