Italia-Iran, i 17 miliardi dietro i nudi antichi

28/01/2016 di Ludovico Martocchia

I pannelli ai Musei capitolini non hanno oscurato solamente la nostra arte in occasione della visita del Presidente Rouhani. In disparte è finito l’accordo commerciale tra Italia e Iran, che ammonta a 17 miliardi di euro: e le questioni etiche?

Fermarsi all’apparenza. Bloccarsi sulla polemica, un errore che questa volta hanno commesso tutti, dai media e i politici italiani, fino alle grandi testate estere. Tedeschi, americani e inglesi, non ci hanno pensato due volte. “La vergogna di Roma” ha intitolato la Bild. Dello stesso avviso il Times: “Rome covers up its cultural jewels”. È stato facile per Vittorio Sgarbi farci due pezzi e una comparsata in televisione. Ma l’obbrobrio è stato talmente evidente che le critiche sono giustificate. Qualcuno pagherà per aver coperto i nostri gioielli più preziosi? Probabilmente no. Perché lo scaricabarile è partito come di consueto, tra la Sovraintendenza dei Musei capitolini, Palazzo Chigi e il Ministero dei beni culturali: in conclusione? Evanescenza delle responsabilità.

Mentre l’animosa discussione continuerà, anche tra chi addossa colpe alla delegazione iraniana, che a quanto pare non ha effettivamente richiesto alcunché; sullo sfondo si celeranno le questioni più importanti, ovvero il problema dei diritti umani e i 17 miliardi di euro (c’è chi parla di 18) di nuovi scambi commerciali tra Italia e Iran. I due temi sembrano distanti, in realtà sono strettamente correlati e aprono una diatriba di dottrina delle relazioni internazionali impossibile da sciogliere: realismo contro coerenza. È giusto “mercanteggiare” con chi nel proprio paese non dà nessuna garanzia di alcuni diritti fondamentali dell’uomo, come la libertà di opinione?

È una domanda mal posta. Bisogna essere chiari: al Governo italiano non importa nulla delle questioni interne all’Iran. Preferirebbe perdere qualche punto di credibilità dinanzi all’opinione pubblica generale, che i quattrini ottenuti dalle nostre imprese con una nuova partnership internazionale. Non esiste una morale o un’ipotetica giustizia nel mondo della globalizzazione economica. È il vecchio detto latino “Pecunia non olet”, subito tradotto in inglese “Money doesn’t smell”. Il realismo in questo caso ha guidato l’Italia – cosa che non sta succedendo all’Unione europea nei confronti delle sanzioni alla Russia, che destabilizzano tutti quei flussi finanziari e commerciali che tanto adoravano centinaia di imprenditori italiani.

Insomma, i pannelli non hanno coperto solo le nostre statue, ma hanno portato in secondo piano la consistenza degli scambi tra le imprese e lo stato italiano con i vertici politici di Teheran. Si parla di più di 24 accordi, che hanno coinvolto sia i privati sia le istituzioni. Il Gruppo Danieli, che si occupa di impianti industriali, ha firmato un patto dal valore di 5.7 miliardi per ordini e forniture di macchine e di apparati che verranno insediati nel territorio persiano. Secondo Reuters, Saipem starebbe concludendo un’intesa per la costruzione di una pipeline di 2 mila chilometri per un ammontare di dollari che supererebbe i 4 miliardi. Gli accordi riguardano molteplici settori, dalle ferrovie ai farmaci, passando dall’acciaio e l’alluminio. Coinvolti anche il Porto di Trieste, Fincantieri, Ansaldo Energia, Itinera, il gruppo Gavio e tanti altri. Affari, affari, e ancora affari: dietro le polemiche si cela ciò che è veramente importante. L’Iran torna prepotentemente sulla scena globale, pronto per diventare un partner di primo livello su tutti campi, economici e geopolitici, su una mappa del Medioriente che cerca sempre di più una difficile stabilità.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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