Italia, cronaca di un’eutanasia annunciata

20/10/2013 di Andrea Viscardi

Italia, Politica, Legge di stabilità

Stabilità? – In molti aspettavano la legge di stabilità, per comprendere se l’esecutivo Letta, dopo aver guadagnato la fiducia, sarebbe riuscito finalmente a dare un netto cambiamento di rotta al Paese. Quasi tutti, politici a parte, sono stati delusi. Una mancanza di coraggio (cronica) dei nostri esecutivi, come è stata definita dal presidente di Confindustria, Squinzi. Stabilità, sì, ma nella crisi, con margini di ripresa minimi, per non dire quasi inesistenti. Stando così le cose, la nostra prospettiva è un lento avanzare sulla strada della morte di un Paese che, tra vent’anni, avrà solo memoria dei tempi andati. Un’Italia destinata ad occupare un ruolo economico ed industriale marginale, per non dire inesistente, rispetto a quello degli altri stati europei.

Legge di stabilità, crisi, ItaliaCrisi politico-culturale. Intanto, la nostra politica, non si preoccupa neanche di smentire un’altra dimensione della crisi: quella culturale. Da giugno a oggi, un organo tanto simbolico quanto necessario, la Commissione Antimafia, è vittima di giochi di potere politici. I vertici non sono ancora stati designati, perché, come selvaggi, i partiti si combattono la poltrona della presidenza. Il tutto mentre, in Lombardia, è sciolto il primo consiglio comunale a causa di infiltrazioni mafiose. Strano pensare come, il 19 luglio, anniversario della morte di Paolo Borsellino, quegli stessi partiti ascoltavano attenti e commossi (?!) il discorso di apertura del Presidente del Senato Grasso. Un’ipocrisia sostanziale, capace di rivelare, quantomeno, l’assenza di responsabilità, di coscienza e di devozione al Paese della nostra classe politica.

Responsabilità e volontà. Una mancanza di responsabilità ribadita dalla bassa propaganda governativa. La pressione fiscale è diminuita, evviva il governo. Le cose sono ben diverse. La Tares, che reintroduce una tassa sulla casa estesa anche agli inquilini, oltre al recente aumento dell’IVA al 22% e ad altri provvedimenti, in realtà, portano il cittadino medio a subire una tassazione maggiore rispetto a pochi mesi fa. Si potrebbe dire che sono stati arginati gli aumenti, per quanto possibile. Sono proprio queste ultime tre parole il vero paradosso. Perché i paletti europei, negli ultimi due anni, sono stati perseguiti sulle spalle dei cittadini e delle imprese, sempre più vicini a collassare su se stessi. Chi aspettava un segnale di cambiamento, vero, forte, concreto è rimasto deluso.

Immobilismo conservatore. Il dramma consiste proprio nel non aver fatto nulla di significativo in materia di spending review. Termine portato alla ribalta dal governo Monti, ma mai perseguito concretamente nel suo significato. Negli ultimi 12 mesi, infatti, lo Stato non è stato in grado di tagliare neanche il 2% della spesa pubblica, che ha continuato a crescere. Manca il coraggio di ammettere, ad esempio, che il settore sanitario italiano rappresenta uno dei più grandi sperperi di denaro pubblico. Nel contempo, anche si ammettesse, non vi sarebbero le capacità, la forza e la volontà di riformarlo, ignorando le barricate popolari, da decenni pronte ad innalzarsi al primo segnale di anti-conservatorismo. Perché tagliare e basta, senza affrontare le criticità, non serve a nulla. Certo, entra qui in gioco un’altra dimensione dell’immobilismo nostrano: i sindacati. Quelli che, vivendo nella gloria dei tempi andati, preferiscono salvare cinquemila posti di lavoro oggi, a costo di causare cinquantamila disoccupati nel futuro, il fallimento di diverse imprese e di impedire il rilancio del Paese. Questioni davanti agli occhi di tutti da anni, ma che nessuno ha avuto il coraggio (sempre la stessa parola) di affrontare.

Non solo politica. Una crisi capace di colpire non solo la politica. Così, i giornalisti, quegli stessi che per anni sono stati considerati “paladini” della libertà di parola, si rivelano nella loro mediocrità, ponendo al centro, invece dei problemi del Paese e della politica, i gusti sessuali della compagna di Silvio Berlusconi, come un Alfonso Signorini qualsiasi. Dimostrando la fondatezza dei timori passati: senza il nemico da perseguitare o il paladino da difendere, sono in realtà persi come non mai. Prodotto di un’Italia giornalistica in declino da anni, in cui il mediocre viene esaltato.

Futuro. Intanto, chi ha voluto investire nel suo futuro conquistandosi una laurea, oggi, ha le stesse probabilità di occupazione di un diplomato. Maggiori solamente del 13% rispetto a chi ha abbandonato gli studi dopo la licenza media. In uno degli Stati con il più basso tasso d’istruzione in Europa ed il 40% di disoccupazione giovanile, neanche lo studio può salvare le nuove generazioni. E l’ignoranza, la rabbia, la delusione, spesso facilitano la produzione di mostri. Sarà un caso che i fermati alla manifestazione di Roma siano tutti ragazzi tra i 16 e i 25 anni, un’età più bassa rispetto a quella registrata in episodi simili in passato?

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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