Italia: cos’è e come funzionerà la Digital Tax?

21/09/2015 di Lucio Todisco

Partirà dal 2017, o sarò anticipata già nel 2016 inserendola nella legge di stabilità? Nel giro di poche settimane siamo entrati nel vivo del dibattito su quella che il Premier Matteo Renzi, durante la trasmissione Otto e mezzo, ha definito come digital tax.

Quando parliamo di Digital Tax, di fatto, non ci troviamo di fronte ad una vera e propria tassa. Infatti, l’impianto normativo generale, sebbene non ancora ben definito, dovrebbe partire dalla proposta di legge Quintarelli – Sottanelli sul “contrasto dell’elusione fiscale nelle transazioni eseguite per via telematica.”

Di cosa si tratta, come funzionerà – Tale proposta di legge prevede una ritenuta alla fonte del 25% sulle transazioni indirizzate alle attività d’impresa nel settore digitale che erogano dall’estero dei servizi nel nostro paese. L’importo trattenuto avverrà all’interno del circuito attraverso il quale vengono effettuate questo tipo di transazioni, il più delle volte le banche. Una misura che, così come anche ha delineato Enrico Zanetti, Sottosegretario all’Economia, sarà indirizzata verso quelle aziende che hanno superato i 5 milioni di euro di entrate provenienti dall’Italia, in un periodo di tempo stimato superiore ai 6 mesi. Secondo le stime riportate da Quintarelli, promotore della proposta di legge depositata alla Camera dei Deputati, gli introiti per lo stato italiano potrebbero aggirarsi intorno ai 3 miliardi di euro. Ci troviamo di fronte a casi di aziende come Google, Apple, ma anche Facebook che, secondo le valutazioni del Politecnico di Milano risalenti al 2013, dagli introiti provenienti dall’Italia riescono ad incassare complessivamente circa 11 miliardi di euro all’anno e che potrebbero fruttare alle nostre finanze tra i 2 e i 3 miliardi, così come anche descritto da Quintarelli.

La proposta normativa tende a modificare la definizione di stabile organizzazione, in linea con l’evoluzione di tale concetto sia in ambito Ocse che comunitario, disponendo che, pur in assenza di una stabile organizzazione formale nel territorio italiano, i redditi conseguiti, nel momento in cui sono una prova della “permanenza digitale” nel nostro paese, siano da considerare come imponibili nello Stato in cui la prestazione è effettuata, e non in quello di residenza.

Differente è il caso, ad esempio, di una azienda come Amazon che, dal mese di maggio del 2015, ha una stabile organizzazione nel nostro paese.  Infatti, questa misura al vaglio del Governo e del Parlamento, non si applicherà a quelle aziende digitali che hanno sedi fiscali sul nostro territorio o che hanno siglato accordi con il fisco italiano. Da queste prime indicazioni, questa nuova digital tax di fatto si delinea come un assoggettamento al nostro regime fiscale, predisponendo un ingresso nella regolarità contributiva per i soggetti non residenti che realizzano transazioni digitali in Italia, con l’obiettivo di porre fine all’elusione fiscale in questo settore.

In attesa dell’Europa? – Questa accelerazione nasce anche dalla volontà di spingere l’Europa a prendere delle decisioni in tempi brevi in questa materia. Sempre nel corso di Otto e Mezzo il Premier Matteo Renzi ha dichiarato che è giunto il momento di rendere operativa la trattenuta alla fonte, perfezionandola in futuro con le linee guida provenienti dall’Europa. Infatti, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – l’OCSE – è sempre più vicina ad un piano definitivo che porti all’eliminazione dell’elusione fiscale dei player del digitale e, nel contempo, l’Unione Europea ha già palesato la necessità di introdurre una tassa sulle multinazionali nell’ambito di un mercato unico digitale europeo.

Ed è proprio per questo motivo che ci sono dubbi circa la possibilità dell’Italia di potersi muovere con così grande autonomia. C’è da un lato chi ritiene che le linee guida che l’Ocse sta realizzando siano essenziali per ogni futura iniziativa in materia, rendendo vani gli interventi normativi presi in precedenza. Il Governo invece è possibilista di poter intervenire senza dover rimanere ancora fermi in attesa delle decisioni provenienti dell’OCSE.

Sta di fatto che le regole fiscali dell’Unione Europea consentono alle grandi multinazionali del digitale, con le loro filiali europee, di stabilirsi e pagare imposte nei paesi dove i regimi fiscali sono maggiormente favorevoli. Ci troviamo di fronte ad una situazione in cui i player del digitale, lasciando alle singole società aperte nei vari mercati ruoli e compiti marginali, indicandoli come servizi resi all’azienda madre, rende queste attività tassabili in altre parti e non in Italia.

Per questo motivo è necessario che non solo il nostro paese ma anche l’Unione Europea faccia la sua parte definendo delle regole comuni sul Mercato unico digitale. Il fatto di trovarsi di fronte ad un mercato sempre più immateriale rende difficile ogni provvedimento nazionale, ed il nostro paese non avrebbe la certezza di aumentare le entrate fiscali senza rallentare il suo già faticoso percorso di crescita ed investimenti nel settore digitale.

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Lucio Todisco

Classe 1987, Laureato in Scienze Politiche si è specializzato in gestione e formazione delle Risorse Umane e, ad oggi, è praticante Consulente del Lavoro. Una vita tra libri, film, politica, musica e del buon cibo. Il suo libro preferito è Oceano Mare, Mediterraneo il film che rivedrebbe ogni giorno, Oasis, U2 e Coldplay, la musica che ascolta nell’Mp3. Appassionato di innovazione, fa parte del comitato organizzatore dell’Innovation Day, manifestazione che coinvolge professionisti, organizzazioni, aziende e pubblica amministrazione sui temi dell’innovazione, crescita, sviluppo; collabora con la Fondazione Turismo Accessibile sui temi dell’innovazione e accessibilità turistica nel nostro paese.
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