Italia. A.A.A: Cercasi Libertà Economica!

22/07/2014 di Giovanni Caccavello

The Heritage Foundation, Index of economic freedom

Secondo l’ultimo rapporto della “The Heritage Foundation”, redatto insieme al Wall Street Journal, l’Italia si posiziona al 86esimo posto per libertà economica, dietro alla Repubblica del Kirghizistan e solamente quattro posizioni prima dell’Uganda, primo paese della classifica che rientra nella categoria “Paesi non del tutto liberi”.

Index of Economic Freedom – Come tutti gli anni il Wall Street Journal supporta le ricerche effettuate dalla “The Heritage Foundation”, associazione che annualmente stila l’Index of Economic Freedom, mettendo a confronto la libertà economica di 186 nazioni. A parte i soliti risultati scontanti – Nord Corea all’ultimo posto oppure Hong Kong e Singapore stabilmente in testa da anni – se ci si sofferma sul nostro paese si può osservare un giudizio molto negativo: l’Italia si classifica, con 60,9 punti, solamente all’86esimo posto, davanti alla Croazia ma dietro a paesi come Kirghizistan, Arabia Saudita, Thailandia, Rwanda e Albania. Insomma, un risultato che dovrebbe far riflettere.

Paese “moderatamente libero” – Rispetto agli ultimi due anni, 2012 e 2013, il nostro “score” è migliorato. +0,3 punti confrontando il rapporto 2013 con quello dell’anno in corso. Nel 2012, il nostro paese risultava addirittura inserito nella categoria “Paesi non del tutto liberi”, categoria oggi guidata dall’Uganda.

La classifica tiene conto di molti fattori che variano dall’esercizio del potere pubblico, all’apertura del mercato, passando per l’efficienza delle regole e interferenza dello stato nell’economia. Leggendo ogni analisi, l’Italia non riesce proprio ad uscire vittoriosa e si classifica 35esima su 43 paesi Europei. Siamo un paese moderatamente libero ed in un mondo sempre più interconnesso la “ricerca della libertà” non può fermarsi solamente ad un “faremo” come ormai troppo spesso e troppo frequentemente la politica italiana ci ha abituato.

Index of economic freedomEconomia stagnante – Il rapporto (qui) è molto chiaro: “Nel corso degli 20 anni di storia dell’Indice, l’economia Italiana è sempre rimasta stagnante. Piccoli guadagni in termini di apertura dei mercati e di politica fiscale del governo sono stati compromessi da diminuzioni significative in materia di diritti di proprietà, libertà dalla corruzione, e libertà del mercato del lavoro. Fin dalle prime rilevazioni, l’Italia è stata sempre valutata un’economia “moderatamente libera” . Il suo punteggio 2014 risulta essere il più alto da quattro anni a questa parte.  Nonostante i tentativi di riforme strutturali – mai veramente avviati -, le riforme legislative a breve termine non sono mai state attuate in modo efficace e l’economia è gravata da forti interferenze politiche, dalla corruzione, da alti livelli di tassazione, e da un mercato del lavoro rigido. A causa della complessità del quadro normativo e l’alto costo di condurre gli affari, una notevole quantità di attività economica rimane nel settore informale”.

Esercizio del potere pubblico – La corruzione e una cultura di illegalità e di evasione fiscale restano le questioni centrali. Nel 2012, un tribunale ha condannato l’ex premier Silvio Berlusconi per frode fiscale. Egli sta facendo appello la sentenza. Il sistema legale è vulnerabile a interferenze politiche. I diritti di proprietà ed i contratti sono al sicuro, ma le procedure giudiziarie sono estremamente lente. Molte aziende scelgono di risolvere le procedure in via extragiudiziale. La protezione della proprietà intellettuale è al di sotto delle norme comunitarie”.

Stato nell’economia L’aliquota dell’imposta sul reddito individuale è superiore al 43% mentre e il tasso di imposta sulle società è superiore al 27,5%. Altre imposte includono l’imposta sul valore aggiunto (IVA) e imposta di successione. L’onere fiscale complessivo è del 43% del PIL. La spesa pubblica è pari a circa il 50 per cento dell’economia nazionale. L’Italia continua a lottare per raggiungere gli obiettivi di bilancio per tenere a freno il suo pesante debito pubblico, che ha superato il 130% del PIL”.

Efficienza della regolamentazione – “Ottenere i requisiti di licenza richiede più di 200 giorni e costa più del livello di reddito medio annuo. Gravi rigidità del mercato del lavoro frenano la crescita occupazionale. Il mercato del lavoro “informale” risulta essere molto sviluppato ed attrae una grande percentuale di occupazione. La stabilità monetaria è stata relativamente ben mantenuta mentre il governo ha ridotto i sussidi per le fonti energetiche rinnovabili”.

Apertura del mercato – “Gli Stati membri dell’UE hanno un tasso di tariffa medio molto bassa, pari all’1,1% ed, in generale, poche barriere non tariffarie ostruisticono il libero commercio tra i paesi europei. Gli investimenti in alcuni settori dell’economia in Italia sono controllati dal governo. Il settore finanziario offre una gamma piuttosto ampia di servizi ma rimane soggetta ad interferenze politiche. Il settore bancario è stato messo a dura prova dalla crisi del debito sovrano europeo”.

Conclusione – Il rapporto redatto dalla “The Heritage Foundation” è molto negativo e dimostra l’incapacità dell’Italia – soprattutto della sua classe dirigente – di cambiare. Nel corso di questi ultimi 20 anni poco o nulla è stato fatto e le riforme, continuano ad essere posticipate. I cittadini, e soprattutto la classe media, sono i grandi sconfitti. Il tempo delle parole è assolutamente finito e se l’Italia vorrà tornare a crescere le riforme sono indispensabili. Le riforme strutturali producono crescita nel medio-lungo periodo (come anche ieri ci ha ricordato Confindustria) perché tendono a migliorare il “sistema paese”, riducendo le inefficienze, migliorando il mercato del lavoro, rendendo il fisco meno oppressivo e la giustizia più snella. Gli Italiani nel corso di questi ultimi anni hanno dovuto subire manovre finanziarie molto dure senza vedere però alcun risultato. Perché? Semplicemente perché i governi che si sono succeduti non hanno avuto modo di lavorare e perché sono mancate le riforme strutturali. Guardiamo alla Germania di Schröeder, solito esempio banale, che da essere il “grande malato d’Europa” nel 1999-2000, a partire dal 2005-2006 si è trasformata nel paese più forte del vecchio continente. La verità, a volte, fa molto male ma evitare di guardarla in faccia è ancora peggio.

 

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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