L’Italia “americanizzata” di Matteo Renzi

26/11/2014 di Luca Andrea Palmieri

Almeno quattro indizi dimostrano come il leader del Pd vorrebbe un sistema politico e sociale più simile a quello degli Stati Uniti: un’idea incredibilmente complessa, e dagli esiti difficilmente prevedibili

A quale nazione Matteo Renzi più vorrebbe che somigliasse l’Italia? Il suo modello, a ben vedere, non è il welfare dei paesi del nord – Danimarca in testa – dal quale pure, almeno a parole, vorrebbe prendere spunto per alcune questioni, soprattutto sul lavoro. Non sono certo Germania o Gran Bretagna, anche perché il modo di pensare italiano poco si adatta alla loro tradizione. No, il modello di Renzi è fuori dal vecchio continente, e sta tutto nel paese che si proclama, a torto o a ragione il più “grande” del mondo: gli Stati Uniti.

Può sembrare un’analisi azzardata, e sicuramente, che piaccia o meno, il sistema italiano è ben lontano da quello a stelle e strisce, ricco ma costellato di ineguaglianze. Eppure è una riflessione che nasce da lontano. Parte da un principio storico della formazione politica di Renzi e si sviluppa in una serie di indizi, che, soprattutto in questi mesi di governo, dovrebbero costituire quantomeno una prova a favore di questo ragionamento. Con una base: l’”individualismo” di cui spesso entrambi i paesi sono accusati, che per gli americani si traduce in spregiudicatezza economica, per noi in un limite alla nostra società civile. Ovviamente il premier non si riferirebbe a un’America “generica”, quale modello indefinito. Piuttosto, l’ideale renziano, sia nel suo partito che in tutto il sistema politico – per estensione rientra anche il sistema sociale – è di fare del suo Pd una sorta di Partito Democratico Americano, e dell’Italia un’Italia “democratica”, nell’accezione d’oltreoceano.

il democratico Jerry Brown, governatore della California: alle ultime elezioni hanno votato solo il 21,4% degli aventi diritto. Contando che, di questi, ha preso circa il 60% risulta che solo il 13% degli aventi diritto lo hanno effettivamente indicato
il democratico Jerry Brown, governatore della California: alle ultime elezioni dello Stato più popoloso d’America hanno votato solo il 21,4% degli aventi diritto. Contando che Brown ha preso circa il 60% dei voti, risulta che solo il 13% circa dei possibili votanti hanno effettivamente contribuito alla sua rielezione

La prima prova di questo sta proprio nell’idea del “Partito della Nazione”. Qualcuno si è subito scandalizzato, richiamando inquietanti ricordi fascisti. Basta però ragionare sulla legge elettorale (spiegata, nei suoi ultimi sviluppi, qui), per capire cosa Renzi cosa intenda. Se il modello sopravvivrà, le urne dovrebbero regalare la maggioranza a un solo partito, probabilmente dopo un ballottaggio col secondo più votato. Il risultato di questo modello è la tendenza al bipolarismo perfetto – quello vero – perché l’unica possibilità per i partiti di minoranza di vincere è di fondersi con la lista maggiore, sciogliendo al suo interno le differenze interne. Insomma, nell’idea di Renzi il Pd sarebbe già equivalente al suo omonimo americano, anche con le sue svariate anime. C’è da vedere, nella frammentazione attuale, cosa diventerebbe “Partito Repubblicano” all’italiana, e quanto una terza forza (ad oggi il Movimento 5 Stelle) potrebbe mantenere capacità di penetrazione.

D’altronde, sempre in tema elettorale, anche le ultime dichiarazioni sembrano conformarsi a un’idea statunitense di politica. Dopo le elezioni regionali di Emilia Romagna e Calabria, il Primo Ministro ha esultato per la vittoria, di fatto ignorando i tremendi dati sulla partecipazione. “L’affluenza è secondaria” è il virgolettato attribuitogli da tutte le più grandi testate. Anche qua si sono susseguite critiche, spesso condivisibili. Ma, in questa analisi ci interessa il (possibile) perché di questa affermazione. La mancanza di analisi sulla questione del non voto può comodamente nascere dal modello americano, che non brilla certo per percentuali d’affluenza.

Per capirci, per le Presidenziali del 2012 ha votato il 59,3% degli aventi diritto: la percentuale più alta dal 1968. Basti pensare che nel 1996, per la seconda vittoria di Clinton, le urne nazionali furono raggiunte solo dal 49% degli elettori. A livello locale le cose vanno molto peggio: in California, il più popoloso tra gli Stati della Federazione coi suoi 38 milioni di abitanti, poche settimane fa il democratico Jerry Brown è stato rieletto per la quarta volta governatore. Hanno votato in totale solo il 21,4% degli aventi diritto, contro il 44% del 2010. Un’ecatombe peggiore che in Emilia. Se accettiamo che da anni in America le cose vanno così e che Renzi abbia come riferimento questo modello, comprendiamo allora quanto poco interesse possa questi provare per il dato dell’affluenza. Con tutte le riserve del caso, visto che la realtà e la storia italiana sono ben diverse da quelle statunitensi.

Un’altra questione da considerare riguarda il finanziamento dei partiti. Partita l’abolizione di quello pubblico già prima del suo governo, il leader del PD non ha fatto una piega di fronte alle sue conseguenze. Al contrario, ha già iniziato ad organizzare sistemi di raccolta fondi che ricordano fortemente il modello americano. Per il movimento che fa riferimento a lui stesso il simbolo è la Leopolda, con i suoi ormai stranoti finanziatori. Per il Pd è già iniziato un ciclo di “cene a mille euro” in cui piccoli, medi, grandi imprenditori – e non solo – possono partecipare per scambiare la loro idea del partito e casomai contribuire ulteriormente, entro legge. Esattamente ciò che già succede negli Stati Uniti, dove la concentrazione è più sul singolo candidato (dopotutto non si può riprendere integralmente un sistema così diverso). Anche in questo caso, le polemiche si sono sprecate: sia per la Leopolda che per le cene, in molti si sono chiesti, Rosy Bindi in testa, cosa questi finanziatori “vorranno in cambio”. La domanda è lecita, e serve molta trasparenza. Però porre la questione come fosse aliena ai sistemi democratici è sintomo di poca conoscenza della realtà fuori dall’Italia. Spesso altrove, soprattutto nei sistemi anglosassoni, funziona così da tempo.

Filippo Sensi, fondatore del blog nomfup, attuale capo ufficio stampa del Pd e portavoce di Matteo Renzi
Filippo Sensi, fondatore del blog nomfup, attuale capo ufficio stampa del Pd e portavoce di Matteo Renzi

Se tre indizi non fanno una prova, se ne può citare un quarto, più generico ma non meno influente: il modello Obama, dal punto di vista della comunicazione, è stato alla base di tutta l’ascesa politica nazionale di Matteo Renzi. Il suo modo di fare tronfio, i suoi proclami, i programmi e le esternazioni risultano spesso generici, fin troppo ambiziosi e un po’ troppo intrisi di facile retorica. Tanto che il paragone classico è con il sempreverde stile Berlusconi. Eppure chiunque seguisse un po’ di politica americana riconoscerebbe nella retorica degli slogan, delle parole chiave, del messaggio anche forzatamente positivo, della semplicità di pochi numeri in contesti complessi, molti decenni di retorica politica americana. Cosa che tra l’altro sa bene Filippo Sensi, alias Nomfup, suo responsabile della comunicazione ed esperto delle “institutional relations” all’americana. Tant’è che le famose slide dei 100 giorni, prese in giro per la sensazione “da televendita” che hanno dato a molti, prendevano ispirazione proprio da quelle di Obama nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, risalente a poco tempo prima.

Insomma, la sensazione è che l’obiettivo di Renzi sia di avere un’Italia che, nel suo piccolo, assomigli di più agli Stati Uniti, almeno nella struttura politica, pur restando un paese fortemente europeo. Che ci siano dei limiti notevoli in questo approccio è indiscutibile: la nostra società è ben diversa da quella americana, caratterizzata da un libertarismo di fondo che non abbiamo mai sperimentato. Che piaccia o meno, e che possa o no far bene al paese, è un’idea comunque difficile da realizzare, soprattutto per un singolo soggetto, per quanto potente, di contro a decenni di cultura politica (dimostrati dalle tante resistenze che il premier affronta ogni giorno). Probabilmente il tentativo è anche diverso: creare un modello tutto nostro, nuovo, figlio di diverse contaminazioni. Potrà aprire nuove strade allo sviluppo della nostra vituperata Italia, o esacerbare i conflitti, portando al disastro? E’ una risposta difficile da dare, ma non per questo poco importante.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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