Israele, Palestina ed Hamas. Una prospettiva inversa

15/07/2014 di Andrea Viscardi

Israele e Palestina

In questi ultimi giorni, come ogni qualvolta si accendono gli scontri tra Israele e Hamas, a rimetterci sono i civili palestinesi. Ragazzi, anziani, donne e bambini. Il web è pieno di foto drammatiche, di immagini di piccoli corpi dilaniati e della sofferenza dei loro cari. In molti usano la parola genocidio, molti altri accusano Israele di essere dei veri e propri criminali di guerra. Il termine nazismo, che associato all’aggettivo israeliano suona quasi come un ossimoro, appare a profusione, tra slogan inneggianti la liberazione della Palestina e la condanna di Tel Aviv. Ma le cose sono sempre così semplici come appaiono?

Approssimazione e superficialità sono due caratteristiche, insite soprattutto in una certa parte ideologica del nostro Paese, che hanno sempre pervaso il giudizio della situazione nella regione. Vorrei invitare, allora, tutti i lettori a compiere alcune riflessioni, il cui sviluppo è fondamentale per poter elaborare una propria presa di posizione, consapevole. In un verso o nell’altro, sia chiaro. Chi scrive non è mai stato né filopalestinese né filoisraeliano, e non perché non veda le ragioni da una parte o dall’altra, ma perché la questione è più complessa rispetto ai giudizi approssimativi che vengono solitamente espressi. In questo caso, torto e ragione sfumano, essendo presenti, in realtà, sia nelle tesi filopalestinesi che in quelle filoisraeliane. Volendo poi analizzare l’attuale situazione, da un punto di vista politico e geopolitico, molte di queste tesi decadono, perché ancorate ad un passato che non può più essere preso come punto di riferimento.

Israele, RaidLa prima parte di questo, che non vuole essere altro che un flow of consciousness, riguarda i motivi dello scoppio dell’ennesimo conflitto, ed è fondamentale per introdurre un sottofondo da cui partire per porsi alcune, adottando, in antitesi da quanto è stato fatto da molti media, il punto di vista di Israele, ma andando oltre le apparenze. Il casus belli è stato l’omicidio dei tre studenti israeliani, non rivendicato da Hamas e condannato da Abu Mazen. Come la storia insegna, questo non è stato altro che un pretesto per avviare un’operazione militare, in realtà, in programma da tempo. La domanda che occorre farsi, allora, è la seguente: l’operazione israeliana è conseguenza di una minaccia concreta, o è un atto sconsiderato di Israele, teso solamente ad affermare ancora di più la propria superiorità nella zona? Cerchiamo, qui, di essere i più sintetici possibili, toccando alcuni punti in modo approssimativo ma dando l’idea della situazione palestinese nell’ultimo anno, il lettore, poi, trarrà le proprie conclusioni.

Il 2013, nonostante la tregua, è stato caratterizzato da momentanee rotture, il cui risalto mediatico è andato indirizzandosi verso raid aerei portati da Israele su siti di lancio, come accadde a giugno. Quello che però in pochi hanno riportato, è che tali rotture – la cui colpa è stata per lo più addossata ad Israele – erano sempre conseguenza del lancio di razzi dalla Striscia. Nel corso dello stesso anno, poi, la posizione di Hamas era andata indebolendosi da un punto di vista politico, ma non da quello militare. Già a gennaio era stato annunciato lo sviluppo di missili a lungo raggio, forti del sostegno iraniano mentre, ad ottobre, Ismail Haniyeh aveva invitato i musulmani a prepararsi ad una nuova, grande, intifada contro Israele. Abbiamo detto, Hamas era indebolita politicamente. Perchè? In Egitto, dopo il colpo di stato, si era avviata una politica di isolamento rispetto all’organizzazione palestinese, tanto da portare il Cairo a chiudere il valico di Rafah e a distruggere i tunnel di collegamento per il traffico di armi. Contemporaneamente, la rottura con Hazbollah, sciita, che aveva portato come conseguenza un indebolimento anche delle relazioni con l’altro alleato di Gaza, l’Iran. Hamas, nella seconda metà dell’anno, era quindi più isolata, indebolita e, di conseguenza, pronta, per molti analisti, a cercare il coup de théâtre per riaffermare la propria posizione. I tentativi di arginare tale declino, vanno a individuarsi in tanti piccole conseguenze, come, ad esempio, l’introduzione, a novembre, di nuovi testi scolastici nella striscia di Gaza che, da una parte, esaltavano Hamas rispetto alla più moderata al-Fatah e, dall’altra, incitavano all’odio verso Israele.

hamas-missili-razziAd inasprire le preoccupazioni di Israele l’annuncio, di un tentativo di riconciliazione tra al-Fatah e Hamas, da anni divisi, che ha portato anche alla creazione di un nuovo governo. Una minaccia per Tel-Aviv, che rischiava ora di ritrovarsi contro un fronte compatto. Un fronte, però, che poteva compromettere ineluttabilmente i negoziati di pace. Infatti, questi sarebbero stati favoriti da un riavvicinamento delle parti qualora Hamas avesse – in quanto gruppo terroristico – rinunciato pubblicamente all’uso della forza e appoggiato, in una dimensione politica, i negoziati di pace. La buona volontà sembrava esservi solo in una parte del gruppo, che aveva iniziato il pattugliamento delle zone di confine per evitare il lancio di razzi. Ma ogni cambiamento porta delle conseguenze. Era sorta evidente una spaccatura interna con la componente più estremista e militarizzata, quella di Mahmoud Zahar, che aveva intensificato, invece, le proprie azioni. Probabilmente la stessa frangia che oggi si è detta contraria ad una tregua, dopo l’apertura di Tel Aviv. Israele aveva quindi dato lo stop ai negoziati, accusando Abu Mazen di aver accolto un gruppo terroristico, predicante la distruzione di Israele, nelle proprie fila. Tra maggio e inizio giugno, quindi, i colloqui tra Hezbollah e Hamas ed il lancio di nuovi razzi. Tutto questo è bastato, a Tel Aviv, per considerare la minaccia concreta, non è obiettivo dell’articolo decidere se a torto o ragione.

Un’altra questione molto dibattuta è quella dele vittime civili. Partendo dal presupposto che ogni singolo caduto civile è un disastro umano il cui valore è incalcolabile, in una visione prettamente realistica, trattandosi di una situazione di guerra, l’elemento appare, purtroppo, imprescindibile. Se si vuole essere ancora più realistici e cinici, il numero di caduti civili, in oltre quattro giorni di operazioni, è estremamente ridotto, tenendo conto, soprattutto, le strategie di Hamas rispetto ai propri obiettivi sensibili. 190 i caduti, circa 1500 i feriti. Per fare un esempio, in Siria, in questi lunghi anni di conflitto, i caduti civili sono stati almeno 50 mila, una cifra che si ferma a dati del 2013, e che, per ammissione dell’Onu, è impossibile da stabilire con esattezza. Sono consapevole che fare la conta delle vittime – perché i civili, in queste situazioni, non si possono definire che in questo modo – è estremamente indelicato. Ci si domanda, in ogni caso, per quale motivo esistano sempre morti e morti. Lo stesso sdegno, sul web e su alcune testate giornalistiche, non è stato espresso, appunto, per la situazione siriana, né viene o venne suscitato dai genocidi africani e dalle sanguinose guerre che infiammano il continente nero. Il problema, sia chiaro, non è difendere le azioni di Israele o non considerare le disperate condizioni dei palestinesi, quanto, piuttosto rendersi conto di un’ipocrisia dilagante rispetto alla questione.

Esiste anche un’altra dimensione della questione, che risponde ad una domanda ben precisa. La responsabilità di queste morti è da attribuire, in primo luogo, a Tel Aviv o ad Hamas? In realtà, la risposta è molto meno scontata di quanto si possa pensare. Come abbiamo detto il numero delle vittime può considerarsi contenuto, se si prendono ad esame le tattiche di Hamas. Perchè? Le accuse di violazione del diritto internazionale da parte di Israele, che colpirebbe obiettivi civili, necessità di una precisazione importante. il diritto internazionale è anzitutto violato da Hamas. I guerriglieri sono soliti installare i propri siti di lancio dei razzi e dei missili, al centro di zone civili, violando ogni regola prevista dalle normative internazionali. Il vantaggio, nella loro ottica, è doppio. Da una parte rendono quelli che dovrebbero essere i propri fratelli veri e propri scudi umani. Dall’altra, Israele è obbligata ad annientare gli obiettivi – da cui, non dimentichiamo, partono razzi diretti sulle città israeliane – e le sicure vittime civili possono poi essere riutilizzate per suscitare lo sdegno internazionale e mediatico in tutto il Mondo. Prova ne è l’esempio dei giorni scorsi, quando un rappresentante di Hamas ha portato un appello ai cittadini della Striscia perché agiscano da scudi umani. Otto vittime si sono registrate, ad esempio, cinque giorni fa, come conseguenza di questo atteggiamento. Alcuni civili si erano disposti sul tetto di un obiettivo di un raid israeliano. Gli avvertimenti dell’esercito di Tel Aviv sono stati seguiti da un’evacuazione, salvo, pochi minuti prima del raid, il ritorno di alcuni dei civili. Non si sa se costretti o meno. A quel punto, fermare il bombardamento, era però impossibile. A questo va aggiunta proprio un altro elemento, quello della costrizione: sono gli stessi guerriglieri che obbligano, in moltissime occasione, i civili a non evacuare, attraverso un deterrente tanto antico quanto crudele: quello delle esecuzioni sommarie.

La questione Iron Dome, infine, merita anch’essa una riflessione. Se Israele fosse ad un livello militare pari alla media degli stati mediorientali, negli ultimi due anni avrebbe registrato almeno qualche migliaio di morti a causa del lancio dei razzi proveniente dalla Striscia. L’esistenza di tale sistema di difesa non può essere certo una colpa di Tel Aviv. Né, il fatto che i missili e i razzi vengano intercettati, essere una giustificante per evitare che un governo, che ha ereditato tale situazione sviluppatasi nei decenni, tenti di porvi fine. Pensare che uno Stato – legittimo per quanto riguarda il diritto internazionale – debba accettare di vivere sotto la continua minaccia di ricevere atti di aggressione, coccia con qualsiasi principio comunemente accettato. E qui, allora, le ultime domande. E’ accettabile, nell’ottica israeliana, che il proprio Paese veda le proprie città, o le proprie strutture energetiche, come bersaglio di continui attacchi e potenzialmente minacciate da gruppi terroristici? L’articolo 51 della Carta dell’ONU, su questo argomento, è chiaro. Soprattutto ora che Hamas, dopo essersi riconciliato con al-Fatah, è una componente istituzionalizzata del governo. Il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, è autorizzato e non pregiudicato dai meccanismi previsti dalla Carta. A voi le ardue risposte, sperando di aver dato qualche punto di riflessione interessante.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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