Israele e Palestina, rischio escalation

22/09/2015 di Stefano Sarsale

Nel corso dell’ultimo mese lo stato ebraico di Israele è ritornato ad essere terreno di scontri e proteste. L’epicentro dei disordini è stata nuovamente la Cisgiordania.

Israele e Palestina

I disordini sono avvenuti nell’area est di Gerusalemme nel quartiere palestinese di Ras el-Amud, sito sul monte Scopus, in particolare nel campo profughi di Shuafat e al valico di Qalandya (verso la città di Ramallah). Gli scontri si sono poi diffusi fino a raggiungere l’area circostante la Spianata delle Moschee, considerato luogo sacro da cristiani, ebrei e mussulmani. In tutta l’area della Cisgiordania – Betlemme, Tulkarem, Ramallah, Nablus e Hebron ma anche a Beit Umar (Hebron) e a Silwad (Ramallah) – si sono poi registrati cortei di protesta con quanto stava avvenendo presso la moschea al-Aqsa, dove – secondo l’agenzia Maan – il premier palestinese Rami Hamdallah sarebbe stato fermato da militari israeliani, dietro ordine diretto del Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu. Hamdallah, sempre secondo fonti dell’agenzia Maan, si stava dirigendo verso la moschea per effettuare un sopralluogo relativamente ai fatti avvenuti il 13 settembre, accompagnato da responsabili per la sicurezza dell’Anp.

La vigilia del capodanno ebraico (venerdì 13 settembre), le Forze di Sicurezza israeliane hanno fatto irruzione nella moschea di al-Aqsa per disperdere un gruppo di attivisti palestinesi accusati di aver trascorso la notte nella moschea con il preciso intento di attaccare con pietre e bombe molotov i cittadini ebrei durante i festeggiamenti del capodanno ebraico. L’operazione sarebbe dovuta essere contenuta e causare danni limitati, tuttavia, al termine degli scontri avvenuti a seguito dell’irruzione della polizia israeliana, si sono registrati circa 100 feriti, la maggior parte di questi intossicati dai gas utilizzati dalle forze di sicurezza. Gli scontri, dopo l’episodio, si sono poi susseguiti per tutta la settimana. I dimostranti palestinesi hanno risposto all’azione israeliana con la proclamazione di una nuova ‘giornata della rabbia’ venerdì 18 settembre.

Per fare fronte alla situazione sempre più delicata, il governo israeliano ha quindi adottato due provvedimenti:

Il primo ha visto il richiamo dei riservisti della Guardia di frontiera. Il loro numero rimane imprecisato, ma il motivo per il quale sono stati richiamati è stato chiarito da Zahi Hanegbi, Presidente della Commissione parlamentare per gli affari esteri e la difesa, il quale ha dichiarato che i militari della Guardia di Frontiera sono stati convocati data la loro specifica esperienza nella gestione di rivolte ostili e violente.
Il secondo provvedimenti riguarda la restrizione dell’accesso alla Spianata delle moschee per i musulmani in vista delle prossime preghiere del venerdì: verrà permesso ai soli uomini sopra i 40 anni di età e sarà aumentato sensibilmente il numero di agenti sul posto. L’accesso limitato è stato un provvedimento che Israele ha avuto modo di applicare già in passato, più precisamente un mese e mezzo fa a seguito dell’uccisione del bambino palestinese Ali Dawabshe, morto nell’incendio doloso appiccato alla sua casa da estremisti israeliani.

Gli incidenti avvenuti presso la mosche di Al-Aqsa stanno avendo eco non solo in Israele, ma anche in Giordania. Il Re Abdullah ha infatti dichiarato, nella giornata di domenica 20, che la moschea è e deve essere un luogo di culto aperto a tutti i mussulmani. Durante un incontro con i suoi collaboratori avvenuto nella capitale Amman, il Re ha apertamente affermato di non capire le intenzioni del Premier israeliano Netanyahu, accusandolo di avere come preciso obiettivo un aumento delle tensioni nell’area. Lo stesso Re giordano emanò una dura dichiarazione di avvertimento, con la quale minacciò ripercussioni sulle relazioni isrelo-giordane qualora si fosse assistito ad ulteriori provocazioni a Gerusalemme. Ha inoltre affermato di seguire i fatti di Gerusalemme con estrema preoccupazione e che questi saranno il tema principale di una imminente riunione presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il Presidente dell’autorità palestinese Abbas e il Presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sissi. La discussione si sposterà poi in Turchia, dove la ‘Joint List’ farà tappa dal Presidente turco Recep Tayyep Erdogan.

Interpretare questi eventi in modo a se stante sarebbe oltre che superficiale, soprattutto riduttivo. Va infatti considerato che i fatti degli ultimi dieci giorni sono solo gli ultimi di un trend lungo più di un anno che caratterizza la Cisgiordania, dove si è assistito ad una forte radicalizzazione degli scontri tra palestinesi e forze di sicurezza israeliane. La crescente insofferenza della popolazione palestinese è motivata dall’ulteriore deterioramento delle condizioni socio-economiche della regione, ma soprattutto dall’incapacità della classe politica di dare risposte efficaci in merito al processo di pace israelo-palestinese, arenato oramai da troppo tempo. Questa situazione ha portato i palestinesi ‘al limite’: molti hanno apertamente dichiarato di ‘non poterne più di Mahmoud Abbas’. In poche parole hanno perso fiducia nei negoziati.

Uno dei motivi principali per cui il diffondersi dell’islam radicale è stato finora ostacolato, è dovuto in gran parte a causa del fatto che il leader palestinese, Abu Mazen, ha sempre rifiutato di sostenere l’uso della violenza e del terrorismo. La sua scelta è stata motivata oltre che dal principio, soprattutto dal fatto che una tale mossa avrebbe avuto conseguenze fatali per i palestinesi. Le accuse sono state rivolte nuovamente ai palestinesi, a cui si imputa la volontà di fomentare disordini e di diffondere l’eco delle proteste attraverso Cisgiordania e Gaza, portando coloro che fino a questo momento erano rimasti in silenzio ad alzare nuovamente la voce. Come risultato, siamo tornati all’età della pietra – o meglio – sassi da una parte e fumogeni dall’altra, ma è evidente che gli scontri rappresentano solo la punta dell’iceberg di una questione che rischia di degenerare sino ad un punto di non ritorno.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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