Le isole Spratly, pomo della discordia tra Cina e USA

24/05/2015 di Umberto De Magistris

Gli Stati Uniti valutano lo schieramento di navi e aerei militari per arginare l'avanzata cinese nell'arcipelago del sud-est asiatico, già conteso da Vietnam, Filippine, Malesia Taiwan e Brunei. E' il nuovo capitolo della competizione per il controllo del Pacifico occidentale: una situazione che non si risolverà presto

Secondo un’indiscrezione trapelata da un funzionario della difesa degli Stati Uniti, gli USA starebbero valutando lo schieramento di aerei e navi militari per arginare le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar Cinese Meridionale; il Ministero degli Esteri cinesi ha dichiarato lo scorso 13 maggio di essere “estremamente preoccupato” da tale possibile iniziativa.

Centro della disputa sono le isole Spratly, un arcipelago situato tra la costa del Vietnam e le Filippine composto da una trentina di isolotti e una quarantina di atolli, tutti di ridottissime dimensioni; nei loro fondali sono presenti numerosi giacimenti di petrolio e da lì è possibile controllare numerose rotte navali. Le loro isole sono contese tra Vietnam, Filippine, Cina, Malesia, Taiwan e Brunei. Ma non sono gli unici territori contesi nella zona: infatti, dal 2013 ad oggi la Cina ha dichiarato come proprio territorio nazionale anche le isole Senkaku, isolotti disabitati contesi al Giappone, e le isole Paracel, contese al Vietnam; tutto nell’ottica di una strategia che mira a garantire alla Cina il controllo del mar Cinese meridionale e ottenere un passaggio sicuro verso l’Oceano Pacifico, oggi saldamente nel controllo della marina giapponese e di quella americana.

Ma la Grand Strategy cinese nel Pacifico è sempre più dirompente. Nell’area delle Spratly, Pechino si è impegnata a costruire una lunga striscia di isolette artificiali (navi battenti bandiera cinese – come mostrano chiaramente le immagini colte dai satelliti – stanno riempiendo in più punti la barriera corallina con della sabbia) su cui avrebbero già realizzato piste di atterraggio abbastanza grandi per ospitare caccia militari e aerei da ricognizione, oltre che approdi per le proprie navi. Solo nell’ultimo anno la superficie delle isole in questione sarebbe passata da 2.000 a 8.000 chilometri quadrati. Questo, nonostante i ripetuti e inascoltati moniti di Washington, che si è già detta non disponibile ad accettare le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Pacifico.

Secondo il Wall Street Journal, le operazioni progettate dalla difesa statunitense prevedono voli di ricognizione di aerei della marina militare e l’invio di navi da guerra nei pressi delle barriere coralline occupate: oltre alla rivendicazione delle Mischief Reefs (occupate dai cinesi nel ’95 e contese anche da Taiwan, Vietnam e Filippine), la Cina sta infatti occupando illegalmente altre sei barriere coralline nell’arcipelago delle Spratly.

Da parte sua il Ministro degli Esteri cinese, ha contrattaccato, sottolineando come anche le Filippine abbiano inaugurato la costruzione di strutture nella zona delle Spratly, e sottolineando quanto tale atto violi gli accordi presi in precedenza, con la Dichiarazione sulla condotta delle parti nel Mar Cinese Meridionale – firmata dalla Cina e dell’ASEAN nel 2002 – che vincolava i Paesi contraenti a non attuare occupazioni di aree disabitate e quindi la costruzione di qualsivoglia struttura. Ora, i due stati si accusano reciprocamente, e la tensione è mese dopo mese più alta: alcune settimane fa, Manila ha accusato delle navi cinesi di aver bloccato pescherecci filippini e di averne sequestrato il carico.  Difficilmente la questione, che si protrae nell’area da decenni, troverà a breve una soluzione.

 

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Umberto De Magistris

Nasce nel giugno 89 a Genova, dove si laurea in giurisprudenza con una tesi sul sistema giuridico kazako, dopo esperienze di studio in Spagna e Kazakistan. Appassionato di viaggi, sport e musica.
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