Ismael Nazario: prima detenuto, ora aiuta i giovani a reinserirsi in società

17/04/2015 di Ginevra Montanari

La storia di Ismael Nazario che fu prima un detenuto del carcere di New York Rikers Island, mentre ora prova a cambiare la cultura delle galere americane

Da ragazzo, Ismael Nazario fu imprigionato nel carcere di New York Rikers Island, un’isola proprio di fronte alla città in cui passò trecento giorni in isolamento, ancor prima di essere condannato per un crimine. È stata recentemente ribattezzata “Prigione degli orrori”, un titolo decisamente infelice, che porta con sé numerosi casi di violenza ai danni dei detenuti, soprattutto i più giovani. Ora, lottando per la riforma carceraria, Ismael lavora per cambiare la cultura delle galere e delle carceri americane, suggerendo alcuni modi per aiutare, e non danneggiare, i più giovani.

Lo stato di New York è tra i pochi, negli USA, che arresta e processa sedicenni e diciassettenni come fossero adulti. Questa cultura della violenza costringe i detenuti in un ambiente ostile, in cui le guardie carcerarie rimangono indifferenti a tutto quello che si verifica. Si può fare davvero poco per sviluppare i propri talenti e riabilitarsi per davvero. Per questo bisogna riuscire a cambiare la quotidianità dei ragazzi. E Nazario lo sa per esperienza personale: “Prima di compiere diciotto anni, ho passato circa quattrocento giorni a Rikers Island e, come se non bastasse, ho passato quasi trecento giorni in isolamento, e lasciate che vi dica una cosa: urlare a pieni polmoni tutto il giorno contro la porta della tua cella, o urlare con tutto il fiato fuori dalla finestra è stancante”.

Visto che non c’è molto da fare quando ti trovi in una situazione del genere, racconta Ismael, l’unica cosa che si può fare è camminare avanti e indietro per la cella, iniziare a parlare da solo, con i tuoi pensieri che ribollono e impazziscono, diventando il tuo peggior nemico. Anche Cesare Beccaria, col suo Dei delitti e delle pene (1764), pensava che le prigioni dovessero riabilitare le persone, e non accrescerne la rabbia, la frustrazione e l’umiliazione per tutto il tempo della pena. Ma dal diciottesimo secolo non ci sono stati chissà quanti passi avanti.

“Tutto inizia dalle guardie”. Può essere spontaneo, automatico, vedere le guardie come i “buoni” e i detenuti come i “cattivi”, o in alcuni casi viceversa, ma in realtà c’è di più. Le guardie sono persone normali, come quelle che si incontrano ogni giorno. Vivono nello stesso quartiere in cui vive quella fetta di popolazione per cui lavorano. Sono persone normali. Niente di speciale, fanno il loro lavoro e si comportano di conseguenza. La guardia uomo vuole parlare e flirtare con la guardia donna. Si divertono a giocare come compagni di banco. Discutono di politica. E le guardie donna spettegolano. Un po’ sulla falsa riga di Orange is the new black, serie di successo incentrata sulle vicende di un carcere federale femminile.

Durante questa esperienza, Ismael ha passato molto tempo con le guardie, ma soprattutto gli piace raccontare di una guardia in particolare, e si chiamava Monroe. Un giorno la guardia Monroe lo ha spinto tra le porte A e B che separano la zona nord e sud della loro unità. Lo ha spinto lì perché aveva avuto uno scontro fisico con un altro detenuto, un ragazzo; e lui pensò che, siccome sul piano al momento dello scontro lavorava una guardia donna, Ismael aveva approfittato della situazione. “Così mi colpì al petto. Mi fece mancare il fiato. Non ero un impulsivo, non reagii, perché sapevo che quella era casa loro. Non potevo vincere. Doveva solo premere il pulsante e sarebbero subito arrivati gli altri. Quindi lo guardai solo negli occhi, e credo che vide la rabbia e la frustrazione che aumentavano, e mi disse: ‘I tuoi occhi ti daranno un sacco di problemi, perché guardi come se volessi lottare’. Si slacciò il cinturone, si tolse la maglia e il suo badge, e disse: ‘Possiamo lottare’”. Dopo un attimo di sbigottimento, e dopo essersi assicurati che nessuno dei due avrebbe fatto rapporto a terzi, iniziarono a lottare. Alla fine del combattimento, Monroe gli strinse la mano, gli disse che lo rispettava. Gli regalò una sigaretta, e lo lasciò andare.

“Credeteci o no, ma Riker Island ci sono guardie con cui lottare corpo a corpo.” Alcune guardie sentono di essere in carcere, esattamente come chi è prigioniero per davvero. Ecco perché hanno quella mentalità, e quel comportamento. Comunque, le istituzioni devono dare alle guardie carcerarie una preparazione corretta sul come relazionarsi con gli adolescenti, e devono anche prepararli ad affrontare detenuti con problemi mentali. Queste guardie hanno un grande impatto sulle vite di questi giovani, fino a quando non si arriva a una sentenza. Quindi perché non cercare di educare questi giovani mentre sono lì? Perché non aiutarli a cambiare le loro vite?

Quando ero a Rikers Island, la cosa peggiore era l’isolamento”. L’isolamento è stato pensato inizialmente per spezzare le persone, fisicamente ed emotivamente: questo era il suo scopo. Fortunatamente, il Procuratore Generale recentemente ha affermato che elimineranno l’isolamento nello stato di New York, per i giovani. “Una cosa che mi ha mantenuto lucido durante l’isolamento è stato leggere; e, a parte quello, scrivevo canzoni e piccoli racconti”. Sarebbe molto utile riformare i programmi dati ai giovani: per Ismael aiuterebbero enormemente programmi terapeutici per chi disegna, o ha inclinazioni musicali e artistiche.

“Quando gli adolescenti arrivano a Rikers Island, il C74 RNDC è l’edificio in cui vengono ospitati”. Viene soprannominato La scuola dei gladiatori, perché ci sono giovani ragazzi di strada che pensano di essere dei duri, e che si trovano circondati da altri ragazzi che vengono dai cinque distretti, e tutti pensano di essere dei tipi tosti. Così si viene a creare un gruppo di giovani che gonfiano il petto pensando di dover provare di essere forti come gli altri, o più forti. Ma siamo onesti: può non essere pericolosa una cultura del genere? Quanto può danneggiare i giovani? È fondamentale aiutare le istituzioni, e i minorenni, a capire che non devono per forza seguire la strada che hanno sempre percorso quando torneranno in libertà, che possono davvero cambiare. “Mi sento triste se penso a quando ero in prigione, e sentivo dei tizi parlare di quando sarebbero stati rilasciati, e di quali crimini avrebbero commesso una volta tornati fuori.”

Stando in prigione, Ismael afferma di aver conosciuto alcuni degli uomini più intelligenti, brillanti e di talento che abbia mai incontrato. Ha visto individui prendere un sacchetto di patatine e trasformarlo in una stupenda cornice. Ha visto alcuni prendere una saponetta e trasformarla in una scultura così bella “da far apparire Michelangelo un bambino dell’asilo”.

Una volta parlò con un anziano che stava in mezzo al cortile con il naso verso il cielo. Ai quei tempi scontava una condanna di trentatré anni, e ne aveva già scontati venti. Gli chiese cosa stesse guardando, e lui in tutta risposta lo invitò a dirgli cosa vedesse lui. Nuvole, fu la sua prima risposta. Non fu soddisfatto. Ma poi passò un aeroplano, e lo prese come un segno. Un aeroplano, disse. E quel signore fece un cenno d’assenso, e gli chiese che cosa ci fosse su quell’aereo. Persone, bisbigliò Ismael. La morale della fiaba era: quell’aereo, con delle persone, va da qualche parte, mentre noi siamo bloccati qui. È la vita che scorre mentre noi rimaniamo fermi, bloccati. “Quel giorno ha acceso qualcosa nella mia mente, e mi ha fatto capire che dovevo cambiare. Crescendo, sono sempre stato un ragazzo buono, intelligente. Alcuni direbbero che ero troppo sveglio, per il mio bene. Sognavo di diventare un architetto o un archeologo. Oggi lavoro per la Fortune Society, che è un programma di riabilitazione, e lavoro con le persone ad alto rischio di recidiva, come coordinatore. Li metto in contatto con i servizi di cui hanno bisogno una volta rilasciati dal carcere così che possano vivere una transizione positiva nella società.”

Se oggi Ismael incontrasse il se stesso di quindici anni, gli direbbe di non stare con Tizio e Caio. Di non andare in quel posto o in quell’altro. Lo incoraggerebbe ad andare a scuola, perché è lì che deve essere. Perché è ciò che gli farà ottenere qualcosa nella vita. Questo è il messaggio che dovremmo condividere con i giovani uomini, e le giovani donne. Non dovremmo trattarli da adulti, facendogli subire una cultura della violenza da cui non possono fuggire.

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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