ISIS in Libia: ma dov’è l’Europa?

18/02/2015 di Fabio De Ninno

La crisi libica, oltre che rappresentare una minaccia alla sicurezza del continente, potrebbe essere l’occasione per il lancio di una nuova fase della politica estera europea, basata anche sull’utilizzo di forze militari e su una maggiore coordinazione tra gli stati membri. Purtroppo gli statisti europei non sembrano coglierne le possibilità

IS, Europa e Parigi

L’ISIS, in Libia, rappresenta una minaccia per la sicurezza dell’Europa, in pochi potranno dissentire su questo punto. Di certo nessuno si aspetta di vedere pick-up con bandiere nere sfilare per Via dei fori imperiali, ma gli attentati a Charlie Hebdo (7 gennaio) e Copenaghen (14 febbraio) hanno evidenziato come cellule terroristiche finanziate e ispirate dallo stato islamico siano presenti e in grado di agire in Europa, sfruttando le vulnerabilità della nostra sicurezza.

Al tempo stesso la presenza dell’ISIS sulle coste libiche sta facendo peggiorare rapidamente le possibilità di controllare i flussi migratori nel Mediterraneo centrale, con ricadute dirette sul nostro paese e sul resto dell’Unione Europea. In un articolo di Fiorenza Sarzanini sul “Corriere della sera” di ieri, emerge che l’ISIS intenderebbe spingere quanti più profughi possibile ad attraversare il Mediterraneo per creare il caos. In realtà, gli effetti della presenza dell’ISIS in Libia e del conseguente aumento della violenza si sono già visti negli ultimi mesi. Dall’inizio dell’anno ci sono stati 58 sbarchi per un totale di 6.176 tra profughi e immigranti irregolari: il 100 per cento di aumento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno[1].

La situazione basterebbe a giustificare un intervento europeo in Libia. Un’azione europea, perché l’interesse americano nei confronti della faccenda, al di là delle roboanti parole di Obama, resta comunque limitato. Non bisogna dimenticare che è un preciso indirizzo degli Stati Uniti spostare l’asse della propria politica estera sul Pacifico e l’Asia Orientale. Apparentemente Obama sembra intenzionato a fermare l’avanzata dell’ISIS e lo scorso agosto gli Stati Uniti hanno dato inizio ad attacchi aerei contro le forze dello stato islamico nell’Iraq e nella Siria settentrionale. Sulla carta i numeri sono stati impressionanti: fino al 31 dicembre le forze aeree statunitensi hanno effettuato un totale di 1.411 missioni di bombardamento, sganciando un totale di 5.886 ordigni[2]. Al 30 gennaio 2015, il costo complessivo delle operazioni militari contro lo Stato islamico del levante ammontava al totale di 1,5 miliardi di dollari, per una media di 8,4 milioni al giorno[3].

Nonostante i grandi numeri però, già nell’ottobre 2014, il giornalista Patrick Cockburn sottolineava quanto i raid aerei fossero efficaci fino ad un certo punto e che, nonostante la pressione militare statunitense, lo stato islamico stesse comunque continuando a espandersi. Secondo Cockburn, la mancanza di efficacia dell’azione militare contro l’ISIS andava attribuita alle divisioni tra i suoi nemici:

L’Isis ha molti nemici [..] ma la loro disunità e differenti programmi significano che lo stato islamico sta rapidamente diventando un fatto geograficamente e politicamente stabilito sulla mappa[4].

Certo questa interpretazione non sorprende, dato che gli Stati Uniti combattono l’ISIS appoggiando i curdi iracheni che però sono nemici dei turchi, a loro volta alleati degli americani, ma nemici di Assad che pure combatte lo stato islamico, quando non è impegnato contro i ribelli siriani, anche loro nemici dell’ISIS. Perciò, non stupisce che gli effetti degli attacchi aerei siano stati limitati e che lo stato islamico abbia continuato ad espandersi, anche se più lentamente.

La situazione libica oramai ricalca quella dell’Iraq e della Siria: un paese spaccato tra due governi che si ritengono entrambi legittimi, nonché una quantità indefinita di milizie di ogni possibile colore politico che si contendono fazzoletti di territorio e, soprattutto, gli impianti per la produzione di petrolio. Nella primavera 2014 era già chiaro che quella in Libia stava diventando una guerra civile intorno ai giacimenti, bloccando le possibilità del paese di uscire dalla crisi economica seguita alla rivoluzione del 2011[5].

Il crescente stato di tensione sociale e le divisioni interne al paese hanno permesso ai miliziani dell’ISIS di occupare Derna (31 ottobre 2014), una cittadina della Cirenaica distante poche centinaia di chilometri da Creta e dalla Sicilia. In realtà, la conquista di Derna avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme, perché la località è sempre stata uno dei centri più attivi del jihadismo in Libia, ma all’epoca si è preferito far finta di nulla, almeno fino agli attentati di Parigi[6].

Dall’Iraq alla Libia, nonostante l’intervento degli Stati Uniti, lo stato islamico sta espandendo la sua azione a tutti quegli ex-stati (non ci viene altro modo di definirli) andati in pezzi dopo la Guerra al terrorismo e la primavera araba. Nel caso libico, tuttavia, esiste una specifica mancanza europea dovuta all’incapacità di coordinare un’azione concertata di intervento nel paese. Si tratta di un vizio di fondo delle relazioni tra gli stati dell’Unione caratterizzante già l’intervento militare del 2011 che portò all’abbattimento del regime di Gheddafi[7].

In queste settimane, l’Europa sta nuovamente mostrando il suo scarso valore come attore di politica estera, già dimostrato dai recenti colloqui di Minsk dove, nonostante le rassicuranti parole di Federica Mogherini (“conta il gioco di squadra”), dietro le foto degli incontri troneggiavano le bandiere tedesca e francese: niente drappi blu con stelle dorate. Ancora una volta, Bruxelles si è dimostrata incapace di sottrarre agli stati il ruolo di protagonisti nella risoluzione dei conflitti, dove l’alta politica diventa centrale[8].

Si tratta di un problema che le parole di Renzi sulla Libia (“non è il tempo di un intervento militare”) hanno solo confermato. Infatti, il presidente del Consiglio, evidentemente sotto pressione a causa della “crisi aventiniana” in corso, ha ancora una volta ridotto il paese ad attendere le decisioni degli altri, contribuendo, però, all’indecisione europea sul da farsi e confermando uno dei principali limiti dell’Unione: l’incapacità di agire come uno Stato nelle questioni di politica estera, spesso a causa della prevalenza di questioni interne (solitamente legate al consenso di uno o più governi nazionali)[9]. Inoltre, nonostante le ottimistiche dichiarazioni, Renzi non sembra rendersi conto che il fallimento dell’intervento dell’Europa in Libia si è già consumato tra il 2011 e il 2013, minando ulteriormente la sua credibilità nelle relazioni internazionali[10].

Il Ministro della difesa Pinotti ha forse colto meglio del premier le possibilità di coagulare intorno ad un intervento un rafforzamento della politica estera italiana nel Mediterraneo:

“L’Italia è pronta a guidare in Libia una coalizione di paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord, per fermare l’avanzata del Califfato che è arrivato a 350 chilometri dalle nostre coste. Se in Afghanistan abbiamo mandato fino a 5mila uomini, in un paese come la Libia che ci riguarda molto più da vicino e in cui il rischio di deterioramento è molto più preoccupante per l’Italia, la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente”[11]

Nelle parole della senatrice sembra trasparire la volontà di un intervento prettamente a guida italiana con paesi europei ed africani nella coalizione, niente Stati Uniti dunque, ma allora perché Renzi ha voluto fare rapidamente marcia indietro sulla possibilità dell’intervento? Secondo il comunicato del Ministro degli esteri Gentiloni nell’immediato:

“L’’Italia rimane al lavoro con la comunità internazionale per combattere il terrorismo e ricostruire uno stato unitario e inclusivo in Libia, sulla base del negoziato avviato dall’inviato speciale dell’Onu Leon, al quale continuerà a partecipare il nostro inviato speciale Ambasciatore Buccino. Il peggioramento della situazione richiede ora un impegno straordinario e una maggiore assunzione di responsabilità, secondo linee che il governo discuterà in Parlamento a partire dal prossimo giovedì 19 febbraio. L’Italia promuove questo impegno politico straordinario ed è pronta a fare la sua parte in Libia nel quadro delle decisioni delle Nazioni Unite”[12].

Si prospetta da parte italiana quindi un maggiore impegno di natura politica, però attraverso le Nazioni Unite, il che significa passare attraverso il Consiglio di Sicurezza, dove il ruolo degli Stati Uniti si mantiene preminente. Non vorremmo dover concludere che la riluttanza del governo a promuovere un’azione europea, rivolgendosi all’ONU, sia alimentata dalla lettura geopolitica italiana dell’Unione europea come elemento a prescindere incapace di agire senza lo sceriffo americano a guardargli le spalle[13]. Un problema che, in realtà, a sua volta nasconde il sempre presente timore italiano che possa emergere un direttorio Parigi-Berlino nella politica estera di Bruxelles, lasciando Roma con un “pugno di mosche” in mano[14].

Vogliamo sperare che simili interpretazioni, legate ad un mondo unipolare che sta cessando di esistere non siano nella mente del governo italiano in questo momento. Anche perché, questo atteggiamento contraddirebbe persino le aspettative dell’opinione pubblica, che nei paesi di più vecchia adesione al progetto europeo (Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda, Germania) è generalmente favorevole ad una politica estera comune e anche una politica di difesa comune. Il consenso è minore circa l’impiego di forze militari comuni all’estero, ma comunque relativamente maggioritario[15].

Un ultimo aspetto su cui occorre soffermarsi è che se vi sarà un’azione militare (giovedì ne sapremo forse di più) non potrà esaurirsi in una serie di raid aerei per favorire l’eliminazione dei jihadisti da parte delle milizie libiche. È infatti improbabile che si ripeta il successo del 2011. Per risolvere i problemi del paese occorrerà molto tempo e una notevole dose di supporto (non solo militare) da parte della comunità internazionale, l’intervento potrà essere solo un primo passo (necessario), ma occorrerà una strategia di lungo termine per avere successo[16].

Concludendo, un’azione militare sotto egida italiana, ma con una forte caratterizzazione europea, è una necessità per le reali esigenze di sicurezza create dalla presenza dell’ISIS in Libia, così come per l’avvio di una politica estera europea basata sull’hard power, che si rende sempre più urgente. Un successo servirebbe a rilanciare anche il peso di Bruxelles, specie dopo quasi otto anni di crisi che hanno portato alla rapida ascesa di movimenti antieuropeisti, che fanno della scarsa credibilità dell’UE la loro bandiera.


[1] Fiorenza Sarzanini, Isis, Libia e allerta in Italia, Corriere della Sera, 17 febbraio 2015.
[2] Fonte: Dipartimento della difesa USA, Combined Forces Air Component Commander 2010-2014, Airpower Statistics, Operation Inherent Resolve: http://www.defense.gov/home/features/2014/0814_iraq/Airpower_31_December_2014.pdf,
[3] Fonte, Pentagono: http://www.defense.gov/home/features/2014/0814_iraq/
[4] Patrick Cockburn, The Rise of Islamic State, ISIS and the New Sunni Revolution, Verso, Londra-New York 2014.
[5] Libya’s civil unrest becomes an oil war, in Oil and Energy Trends, Volume 39, Issue 4, aprile 2014, pp. 3-5.
[6] Davide De Luca, Perché c’è l’ISIS in Libia, in Il Post, 16 febbraio 2014, http://www.ilpost.it/davidedeluca/2015/02/16/isis-libia-italia/
[7] War’s in Libya Europe confused response, in Strategic Comments, IISS, Aprile 2011.
[8] Nicu Popescu, EU Foreign policy and post-soviet conflict, Stealth intervention, Routlege, Londra 2011, pp. 120-121.
[9] Federiga Bindi, Jeremy Shapiro, EU Foreign Policy: Myth or Reality?, in Federiga Bindi, a cura di, The Foreign Policy of the European Union, Assessing Europe’s Role in the World, Brookings, Washington 2010, pp. 347-348.
[10] Nicole Koenig, Between conflict management and role conflict: the EU in the Libyan crisis, in European Security, Volume 23, n. 3, 2014, pp. 250-269.
[11] Marco Ventura, Pinotti: «In Libia missione Onu come in Libano e l’Italia guiderà la coalizione», il Messaggero, 15 febbraio 2015.
[12] Comunicato del Ministero degli Affari esteri, Gentiloni: maggiore impegno sulla Libia con l’ONU. Giovedì riferirò in Parlamento, 15 febbraio 2015, http://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/2015/02/gentiloni-maggiore-impegno-sulla.html
[13] Elisabetta Brighi, Fabio Petitto, Geopolitics in the land of prince, a pass-partout to (global) power politics, in Stefano Guzzini, The return of geopolitics in Europe, Cambridge University Press, Cambridge 2012, pp. 139-140.
[14] Mark Gilbert, Italy, The Astuteness and Anxieties of a Second-Rank Power, in Ronald Tiersky, John Van Oudenaren, a cura di, European Foreign Policies Does Europe Still Matter?, Rowman & Littlefield, Plymouth 2010, p. 252
[15] Dirk Peters, European security policy for the people? Public opinion and the EU’s Common Foreign, Security and Defence policy in European Security, Vol. 23, n. 4, 2014, pp. 388-408.
[16] Robert Egnell, Lessons and consequences of Operation Unified Protector, in Kjell Engelbrekt, Marcus Mohlin, Charlotte Wagnsson, a cura di, The NATO Intervention in Libya, Routledge, Londra 2014.

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