Tanti iscritti al liceo, pochi all’università e chi va all’estero: la schizofrenia educativa italiana

08/04/2014 di Luca Andrea Palmieri

C’è una cosa che colpisce sempre ogni anno, quando si parla di test d’ingresso all’università: la quantità di gente che, pur di arrivare alla possibilità di ottenere il fatidico foglio di carta, è disposta a trasferirsi in altri paesi. Attenzione però: qua non parliamo delle storiche e quotatissime (nonché carissime) università inglesi o tedesche, dei poli di eccellenza francesi e tedeschi o di avventure esotiche all’assalto del nuovo che avanza nei paesi dell’est. No, qui si parla di trasferimenti in Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania, Albania (e qui si drizzano le orecchie al ricordo del caso Bossi Jr.): luoghi dove, con tutto il rispetto per le loro istituzioni universitarie, qualcuno va non perché ritenga di poter ottenere un’istruzione migliore, ma perché pensa (a torto o a ragione) di avere il diploma di laurea assicurato o, quantomeno, di poter scavalcare l’ostacolo, per molti insormontabile, del numero chiuso: basti pensare a medicina, dove ogni anno le polemiche sono aspre. Senza contare che poi quasi tutti questi paesi fanno parte dell’Unione Europea, il che significa avere un titolo parificato.

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Il consorzio Almalaurea, composto da 64 atenei, si occupa principalmente di raccogliere e analizzare i dati su laureati e studenti universitari.

Ovviamente questi non sono che alcuni casi tra tanti. I dati Almalaurea raccontano una realtà difficile per il mondo dell’università italiana. L’ultima indagine sulla condizione occupazionale dei laureati ci ricorda che solo il 30% dei diciannovenni italiani si iscrive all’università, e al 2012, secondo l’OCSE l’Italia era agli ultimi posti tra i paesi membri per laureati sia nella fascia d’età 25-34 anni che in quella 55-64 anni. Insomma, da un lato c’è chi vuole a tutti i costi ottenere il pezzo di carta, dall’altro c’è chi, vuoi per la crisi e per la sensazione che l’università non porti più lavoro (in parte falso) o comunque costringa ad aspettare molto per riuscire ad ottenere risultati economici rilevanti (vero), guarda sempre meno all’istruzione di terzo livello.

Tra l’altro, anche nelle scuole superiori gli anni della crisi hanno portato molti cambiamenti. I dati del Miur, il Ministero dell’Istruzione mostrano che l’iscrizione ai licei, dopo anni di calo, pare essersi assestata su un valore intorno al 50% degli scritti. Gli Istituti Tecnici e quelli Professionali, insieme, portano un dato praticamente identico, dopo che negli anni scorsi avevano segnato un clamoroso sorpasso. Rimane un dubbio: partendo dal concetto che i licei nella maggioranza dei casi preludono a un ingresso nel mondo dell’università, com’è possibile l’impietoso confronto dei dati? Il passaggio dal 50% degli iscritti ai licei al 30% dei diciannovenni iscritti all’università evidenzia un’enorme perdita, se contiamo che di quel 30% una cospicua fetta viene dagli altri tipi di istituti (viene da se che molti degli iscritti al settore economico del tecnico continuino con Economia; stesso discorso per agraria, chimica, informatica, etc.). Ragazzi che, dopo un importante lavoro di stampo prettamente didattico, non aggiungono una specializzazione, che spesso sarebbe importante, al loro curriculum.

Da dove viene dunque il primo caso, quello dei “laureati a tutti i costi”? Molto probabilmente da quelle famiglie (molto spesso al sud) che, con un reddito medio-alto e una tradizione di studi alle spalle, spingono i loro figli a continuare su quella strada al di là delle loro predisposizioni, o anche della “voglia” di studiare in certi casi. Certo, non è sempre così e ci saranno situazioni particolari. Colpisce però la spaccatura netta tra questi soggetti e chi di andare avanti con gli studi non ne vuole proprio sapere, anche se forse ne avrebbe bisogno.

Cosa fare dunque? La sensazione è che l’intervento necessario sia duplice: da un lato va fatto dal lato delle università, dall’altro sulle scuole secondarie. La prima parte in particolare è la più controversa e difficile di sempre: ogni tentativo di riforma negli ultimi anni ha comportato polemiche su polemiche, eppure sono sotto gli occhi di tutti gli scarsi risultati degli atenei italiani, soprattutto quelli del sud. Lavorare sull’efficienza economica (uno studente attivo negli ambiti del proprio ateneo sicuramente sarebbe in grado di indicare in un attimo sprechi e poca trasparenza in certe spese) è il primo criterio per permettere una migliore allocazione delle risorse, che potrebbe portare a miglior didattica, ergo miglior preparazione e dunque più interesse per le facoltà. E soprattutto eliminerebbe ogni scusa contro un miglioramento degli investimenti: i già citati dati Almalaurea ci ricordano che siamo ultimi nell’OCSE per costo dei laureati. Poche risorse, peraltro spese male: non c’è da stupirsi che il sistema universitario non abbia una grande fama. Altro punto è quello organizzativo e tocca il mercato del lavoro, che va integrato di più, con rapporti più stretti con le aziende e un miglioramento degli uffici di job placement, che in molti casi servono a poco o niente.

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Il simbolo del MIUR, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Dal punto di vista scolastico invece il discorso è quasi opposto. Da un lato, far si che i liceali siano spinti a continuare gli studi è d’obbligo. D’altro canto però, non sarebbe meglio fare si di indirizzare maggiormente chi non ha intenzione di proseguire gli studi a scegliere indirizzi dal contenuto più pratico, come il tecnico o il professionale? Può sembrare un discorso ridondante, ma la società spesso si comporta in modo diverso: lo abbiamo visto col caso dei “laureati a tutti i costi”. Senza contare che rimane il problema dei molti lavori artigianali, anche ad alto valore aggiunto, che vanno perdendosi a causa della scarsa manodopera, quand’anche la domanda ci sia: rafforzare un’istruzione professionale che vada in direzione della domanda aiuterebbe tutto il sistema.

Passi in avanti, va detto, sono stati fatti: lo dimostra il cambio di struttura di molti indirizzi dei licei, più vicini alla cultura moderna rispetto a qualche anno fa. E le stesse iscrizioni negli ultimi anni hanno mostrato un certo cambio di tendenza: ne sono un esempio la crescita dell’alberghiero, con un settore turistico ritenuto non a torto uno dei cardini per il rilancio del nostro paese, o il linguistico, la cui valenza pratica (chiunque ormai comprende il valore aggiunto delle lingue) lo ha portato a scavalcare stabilmente il classico nelle preferenze generali: una decina di anni fa sarebbe stato impensabile. Ma è necessario, ne va dello sviluppo del paese, che quel 30% di iscritti all’università cresca, e allo stesso tempo, che gli altri siano ben indirizzati per avere un migliore accesso al mercato del lavoro. Se non si ragiona in questi termini, sarà difficile, nel lungo termine, sperare in un’Italia ancora importante nel contesto globale.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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