Irrational Woody

30/12/2015 di Emanuele Bucci

Nel suo ultimo film, Irrational Man, Woody Allen ripropone temi e situazioni già ampiamente esplorati dal suo cinema, con l’inevitabile rischio della ripetitività: ma questa volta introduce una variazione radicale e destabilizzante, che infonde all’opera un fascino inedito.

Irrational Man

C’è una via maestra per leggere Irrational Man, quarantacinquesima prova di Woody Allen da sceneggiatore e regista: dobbiamo calarci nel ruolo del detective. Stiamo indagando su un serial killer, ormai è chiaro. Gli omicidi sono tre, come minimo. Distribuiti in tempi, luoghi, circostanze abbastanza diversi da sviare i sospetti di un osservatore superficiale. Ma noi abbiamo seguito l’indiziato nei suoi frenetici spostamenti da un continente all’altro, da una storia all’altra, da un film all’altro. Abbiamo lasciato che giocasse con noi, gli abbiamo fatto credere di star brancolando nel buio. Ma ora ci siamo, l’assassino si è esposto troppo. Non era facile sospettare di un umorista newyorchese appassionato di jazz, con quel testone triangolare e lo sguardo pacatamente malinconico dietro gli occhiali spessi. Eppure, il colpevole è proprio lui, e non si può dire che non ci avesse avvisato, che non avesse annunciato il suo proposito.

Lo aveva fatto, per essere precisi, nella sequenza finale di Crimini e Misfatti. Era il 1989: durante una festa, un paio di invitati momentaneamente in disparte, perfetti sconosciuti fino ad allora, scambiano poche ma fondamentali battute. Sono i due protagonisti del film, di cui abbiamo seguito per un’ora e mezza le vicende parallele: tragiche e segnate da un delitto quelle del primo, amaramente ironiche quelle del secondo, interpretato dallo stesso Allen; entrambe le storie, comunque, accomunate dalla constatazione di come l’uomo sia propenso a compiere piccole e grandi crudeltà verso il suo prossimo, nell’apparente assenza di un disegno più alto che faccia giustizia. Il primo, stimato oculista, omicida insospettabile (e insospettato) scorge l’afflitto Allen e gli suggerisce compiaciuto: «Lei è come me». Cioè interiormente solo e con qualche pensiero di troppo, ma forse non solo questo. E infatti il personaggio di Woody confessa, malinconico, autoironico e impotente: «Stavo pensando al delitto perfetto».

Crimini e misfatti è stato, nella carriera di Allen, uno degli apici di perfezione stilistica, come di profondità e limpidezza tematica. È impossibile non tornare a questo film mentre si assiste a Irrational Man, così come era impossibile non tornarci di fronte a un’altra storia di delitti targata Allen, Match Point. Questi tre film sono uniti da un filo rosso evidente, non solo perché trattano di persone più o meno ordinarie e inoffensive che arrivano a commettere un omicidio premeditato. Ma perché, dietro la quotidianità che muta in crimine per continuare a mascherarsi di normalità, ci sono le stesse grandi questioni, quelle che pone all’inizio di Irrational Man la voce del protagonista Abe Lucas: «Moralità. Scelta. La casualità della vita». Il grande punto di riferimento è sempre Delitto e Castigo di Dostoevskij (stavolta citato esplicitamente e inserito come elemento della trama nel film): un classico riletto ogni volta da Allen alla luce del suo caustico pessimismo, dove l’unica legge eterna e indiscutibile sembra essere quella del caso.

Il rapporto così stretto con Crimini e Misfatti è anche, di fatto, il limite di partenza di film come Match Point e Irrational Man: quelle stesse tematiche, e il punto di vista del regista-autore su di esse, erano già state esplorate con una tale profondità nell’opera del 1989, da far sembrare le successive dei déjà vu brillanti ma non necessari, almeno per chi abbia già apprezzato il capostipite. La supposizione inevitabile dello spettatore avvezzo al cinema di Allen è allora quella che il regista-autore, nella sua febbre di “fare” che gli (auto)impone la produzione di un film all’anno, abbia semplicemente calcolato e proposto la reiterazione dei suoi temi (e dei suoi delitti). Un peccato comprensibile, quasi giustificabile, se pensiamo che l’attività artistica è per Allen esattamente questo, la personale e principale risposta a quel senso di vanità dell’esistenza umana che è il tema esplicito o sotterraneo di ogni suo film.

Eppure, se si osserva con attenzione quest’ultimo film, quest’ultimo delitto, se ripercorriamo a ritroso le tappe degli omicidi alleniani e ci ricolleghiamo al primo, a quella triste meditazione sul delitto perfetto, troviamo in Irrational Man un essenziale motivo di originalità. Non si tratta di qualche dettaglio, dell’ambientazione o di una particolare opzione stilistica. La novità sconvolgente di Irrational Man sta nel suo protagonista, o per meglio dire nel fatto che, stavolta, per la prima volta, l’assassino è Woody. Stavolta si è esposto troppo, dicevamo: questa volta il cineasta-serial killer non ha mandato avanti qualcuno al posto suo, ha agito direttamente.

L’elemento sconcertante di Abe Lucas, professore di filosofia pessimista, nichilista, depresso e, col procedere della storia, gelido assassino di un giudice corrotto per ritrovare, con un gesto di rottura dei propri stagnanti schemi esistenziali e morali, la voglia di vivere, è esattamente questo: si tratta di un alter ego di Allen stesso. Deforme e deformato, certo, non a caso affidato a un Joaquin Phoenix di cui all’inizio, quasi più del volto stanco e vagamente disgustato, viene messa in risalto la pancia gonfia da bevitore. Eppure, a ben vedere, comunque un alter ego opportunamente variato di Allen, l’ultimo di una lunga serie, che annovera fra gli altri il misantropo intellettuale di Basta che funzioni e il cinico illusionista di Magic in the Moonlight.

Molti elementi accomunano personaggi come questi al professor Abe Lucas. Sono considerati geni (e si sentono geni) nel lavoro che fanno o hanno fatto; sono dei materialisti convinti che la breve vita umana non abbia alcun fine superiore; sono circondati e attratti da muse avvenenti e assai più giovani, rappresentazioni di un attaccamento alla vita e alla sua imprevedibilità che, malgrado tutto, coinvolge e destabilizza questi geni disillusi; propongono, infine, una filosofia paradossalmente positiva: in un mondo che non ha senso ciò che conta è compiere una scelta, un’azione, seguire una strada che ti regali un poco di felicità, ossia il massimo conforto a cui possiamo aspirare nella generale amarezza e incomprensibilità del vivere; quali che siano la scelta, la strada in questione, “basta che funzioni”, direbbe il protagonista del film omonimo. Anche Abe Lucas trova il suo “basta che funzioni”, o crede di averlo trovato. Nell’omicidio. Nel delitto perfetto.

Gli altri assassini della filmografia alleniana, personaggi come l’oculista di Crimini e Misfatti o il giovane rampante di Match Point, si mantenevano abbastanza lontani dal regista-autore. E infatti i loro delitti erano tutt’altro che perfetti, almeno dal punto di vista morale, perché mossi da meri calcoli pragmatici di avidità, convenienza, egoismo. Abe Lucas uccide, e giustifica il suo omicidio, perché lo concepisce come un paradossale atto di altruismo. Sopprimendo un potente e ingiusto funzionario della legge renderà il mondo migliore. Il movente perfetto, per un alter ego di Allen.

Ma lo abbiamo scoperto, abbiamo scoperto il vero assassino. O forse, a essere del tutto sinceri, l’assassino finalmente si è fatto scoprire, ha premeditato anche questo. Da bravo regista, ha confessato attraverso le inquadrature, e attraverso una in particolare: il professor Lucas e la sua giovane musa Jill/Emma Stone che tra le attrazioni di un luna-park (un ambiente storicamente legato alle origini del cinema e, dunque, al cinema stesso) si soffermano su uno specchio deformante e vi osservano il loro riflesso. Ecco svelata la vera natura di Abe Lucas, per chi non l’avesse capito. L’Irrational Man è un altro Woody, il più deforme e sconcertante che ci sia mai capitato di vedere. E, grazie a lui, in un certo senso il cineasta ha davvero compiuto quel delitto perfetto: perché con questa svolta radicale, che fonde la riproposizione dei propri alter ego con l’indagine morale sul delitto, con quest’ultimo omicidio, ha dato la linfa vitale che serviva a un altro capitolo del suo cinema.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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