Irpef, quando pochi pagano tanto e tanti pagano poco

18/06/2015 di Federico Nascimben

Nel 2013, in Italia, su 60,8 milioni di abitanti, 41 milioni hanno presentato la dichiarazione dei redditi, ma solo 31 milioni hanno pagato almeno un euro di Irpef: metà degli italiani vive a carico di qualcun altro

Un articolo di Alberto Brambilla e Paolo Novati pubblicato sul Corriere la scorsa settimana e relativo alle dichiarazioni Irpef 2014, quindi per l’anno d’imposta 2013, ci informa delle innumerevoli peculiarità che caratterizzano il rapporto tra italiani e fisco. I numeri forniti sono davvero molti e lasciano spazio ad una quantità di domande tendente a infinito, ma la questione principe riguarda le asimmetrie nella contribuzione (che sfatano alcuni miti) e la conseguente sostenibilità di un sistema del genere.

I numeri di partenza

Su 60,8 milioni di abitanti, il numero di persone che ha presentato la dichiarazione dei redditi (cioè di contribuenti) è pari a 41 milioni, ma al netto degli incapienti tale cifra si abbassa a 31 milioni di persone. Ciò significa che solo la metà degli italiani paga almeno un euro di Irpef, mentre l’altra metà è a carico di qualcun altro. Come spiegano gli autori, poi, per calcolare l’Irpef media versata, “occorre fare il rapporto tra il numero dei dichiaranti e il numero di abitanti: a ogni dichiarante corrispondono 1,48 abitanti”. Ciò significa che ad ogni persona che presenta la dichiarazione dei redditi (quei 41 milioni) corrispondono 1,5 abitanti (quei 60,8 milioni).

Nel 2013 sono stati pagati complessivamente allo Stato 167,8 miliardi di euro di Irpef. Lo scaglione che ha maggiormente contribuito al totale è stato quello che va dai 20.000 ai 35.000 euro che ha pagato 56,2 miliardi, pari ad un terzo del totale. I due scaglioni successivi per contribuzione sono stati quello che va dai 35.000 ai 55.000 euro (31 miliardi, pari al 18,5% del totale) e quello che va dai 55.000 ai 100.000 euro (27, 41 miliardi, pari al 16,34% del totale). Nel complesso questi tre scaglioni contribuiscono al pagamento del 68,34% dell’Irpef complessivo. Escludendo lo scaglione più elevato dei tre, però, le categorie che dichiarano dai 20.000 ai 55.000 euro l’anno pagano oltre la metà dell’Imposta sui redditi (52% per la precisione).

Dichiarazioni Irpef 2014 per l'anno d'imposta 2013. Fonte: rielaborazione dell'autore su dati presenti nell'articolo "Fisco, più di dieci milioni italiani versano solo 55 euro all’anno" di Alberto Brambilla e Paolo Novati uscito sul Corriere della Sera del 13 giugno 2015.
Dichiarazioni Irpef 2014 per l’anno d’imposta 2013.
Fonte: rielaborazione dell’autore su dati presenti nell’articolo “Fisco, più di dieci milioni italiani versano solo 55 euro all’anno” di Alberto Brambilla e Paolo Novati uscito sul Corriere della Sera del 13 giugno 2015.

Alcune considerazioni

Come riportato nell’articolo di Brambilla e Novati, i primi 800.000 contribuenti dichiarano redditi nulli o negativi, ma – come si può notare dalla tabella Excel qui sopra – dei 10,34 milioni di persone (pari al 25% del totale) che dichiarano redditi fino ai 7.500 euro, quelli che pagano almeno un euro di Irpef sono solo 2,44 milioni. Perciò “chi avrà i soldi per pagare le pensioni agli oltre 10 milioni di soggetti privi di contribuzione?”.

I primi 19 milioni di contribuenti (pari a quasi la metà del totale, cioè al 46,56%) dichiarano redditi da 0 a 15.000 euro all’anno e quindi vivono in media con un reddito mensile inferiore ai 600 euro, pagando in media circa 300 euro all’anno di Imposte sui redditi. Si noti inoltre che ben il 37% (7,1 milioni di persone) di questi 19 milioni è formato da pensionati.

Semplificando, se lo Stato nel 2013 ha speso 109 miliardi di euro solo per la sanità, le persone che dichiarano dai 0 ai 15.000 euro attraverso la propria Irpef non coprono in larghissima parte la spesa sanitaria pro capite (pari a 1.790 euro), mentre a partire dalla categoria che va dai 15.000 ai 20.000 euro riesce il servizio viene questi totalmente “ripagato”. Dalle classi successive iniziano i trasferimenti via via più consistenti.

In sintesi, “il 61,88% dei contribuenti, pari a 37,6 milioni di abitanti, non supera i 20.000 euro di reddito lordo dichiarato l’anno (cioè poco più di 1.100 euro netti al mese). Oltre i 55.000 euro di reddito lordo troviamo solo 1,64 milioni di contribuenti (il 4,01%); tra i 100.000 e i 200.000 euro, 339.217 (lo 0,83%), e sopra i 200.000 euro lordi sono 106.356″.

Questo avviene anche a causa della progressione delle imposte medie pagate (diversa da quella riportata nella tabella sopra):

– 3.400 euro tra i 20.000 e i 35.000 euro;

– 7.393 euro tra i 35.000 e i 55.000 euro;

– 15.079 euro tra i 55.000 e i 100.000 euro;

– 31.537 euro tra i 100.000 e i 200.000 euro;

– 102.463 euro tra i 200.000 e i 300.000 euro;

– 163.021 euro oltre i 300.000 euro.

Solo due aliquote marginali effettive

Da questi dati emerge quindi l’iniquità del fisco italiano che, in tal modo, favorisce evasione e lavoro nero. Ma un’altra importante caratteristica – spesso sottaciuta – ci viene da un articolo pubblicato su lavoce.info da Borri, Nisticò, Ragusa e Reichlin nel febbraio 2014. Come spiegano gli autori, “una misura dell’inefficienza è rappresentata dall’andamento delle aliquote marginali Irpef al variare del reddito, cioè l’imposta pagata su ogni euro aggiuntivo di reddito. Il caso dei lavoratori dipendenti è emblematico: sebbene il sistema impositivo si componga di cinque aliquote nominali – 23, 27, 38, 41 e 43 per cento –, l’effetto delle detrazioni fa sì che le aliquote marginali effettive siano solamente due.

[…] L’aliquota marginale effettiva, con detrazioni decrescenti al crescere dell’imponibile, sale al 30 per cento appena superata la no-tax area di 8mila euro; rimane a questo livello fino a 28mila euro, e si assesta tra il 41 e il 43 per cento per redditi superiori. Un lavoratore dipendente che guadagna 8mila euro lordi, e che ha l’opportunità di incrementare lo sforzo lavorativo con un extra reddito lordo di mille euro, vede remunerato solo il 70 per cento del lavoro aggiuntivo, percependo, al netto delle imposte, 700 euro in più”.

Dato che l’evasione fiscale tout court avevamo già avuto modo di esaminarla, grazie al lavoro dei quattro economisti su lavoce.info il ragionamento sull’Irpef torna, mentre i conti per il futuro no.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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