Irlanda, fallito il referendum per l’abolizione del Senato

06/10/2013 di Iris De Stefano

Mentre in Italia si discute sul testo dei saggi, gli irlandesi decidono di mantenere la seconda (poco utile) Camera

Irlanda, referéndum senato

La questione dell’abolizione di una delle due Camere del Parlamento viene sollevata a fasi alterne in molte delle democrazie europee, compresa la nostra. In Irlanda, il 4 ottobre scorso si è tenuto un referendum dall’esito sorprendente.

La struttura – È stato l’argomento delle ultime settimane: ovunque nelle piazze e nelle strade principali di ogni città irlandese c’erano manifesti a favore o contro l’abolizione del Seanad Éireann, Camera alta del Parlamento con una struttura che ricorda più la Camera dei Lord inglese che il nostro Senato. Sessanta sono i membri che compongono l’istituzione la quale non viene eletta direttamente dai cittadini ma con un complesso gioco di nomine: undici senatori vengono nominati dal Primo Ministro, sei eletti tra i laureati della Università di Dublino e di quella Nazionale Irlandese ed infine altri quarantatre eletti dai membri della Camera bassa, del Senato e dei consiglieri locali tra una lista di cinque speciali panel ognuno specializzato in una diversa materia ( agricoltura, educazione, amministrazione, lavoro ed industria ). I poteri del Seanad, la cui forma odierna risale al 1937, sono molto limitati e di certo non uguali a quelli del Dáil Éireann ( o Camera bassa ); nella Costituzione irlandese infatti si prevede abbia un potere principalmente consultivo e non possa porre veto sulle mozioni del Dáil ma solo ritardarne l’approvazione di tre mesi, potere utilizzato solo due volte negli ultimi 75 anni.

Referendum Senato IrlandaIl referendumIl Fine Gael, partito di centrodestra al governo al 2011 e il Labour Party sono i due schieramenti politici che hanno proposto il referendum tenutosi venerdì scorso in ratifica di un atto del Senato in cui con 33 voti a favore, 25 contrari e due astenuti si proclamava il proprio scioglimento. Secondo i proponenti e gli stessi senatori, con l’abolizione della Camera, circa 20 milioni di euro sarebbero stati risparmiati, denaro che potrebbe risultare decisivo data la complessa situazione economica dell’Irlanda che solo in questi giorni vede qualche dato positivo ( il Prodotto Interno Lordo ha infatti dopo tre trimestri di contrazione segnato un rialzo dello 0,4%  e le stime di quest’anno parlano addirittura di una crescita dell’ 1,3%). Il Fianna Fáil, principale partito repubblicano del paese attualmente all’opposizione e contrario al referendum ha invece basato la sua campagna sul timore di un ulteriore accentramento del potere nelle mani del governo a scapito della Costituzione e proponendo una riforma condivisa ed incisiva della Camera piuttosto che la totale eliminazione. Il referendum, in cui un altro quesito si occupava della creazione di una Corte d’Appello, secondo le opinioni della stragrande maggioranza degli opinionisti avrebbe dovuto certificare quasi un plebiscito a favore dell’eliminazione del Senato, ma così non è stato; come certifica l’Irish Times, per appena 42.500 voti il quesito è stato rigettato. Le motivazioni sembrano essere riconducibili al basso numero di votanti poiché solo un milione e 200mila elettori si sono recati alle urne ( uno su tre ) forse, dicono alcuni commentatori, perché il risultato sembrava essere scontato.

Ed in Italia? – Il popolo irlandese ha scelto di non abolire uno dei due rami del Parlamento, mentre Nuova Zelanda (nel 1950), Danimarca (1953) e Svezia (1970) sono passati ad un sistema unicamerale, in Italia a periodi alterni si parla di una riforma del sistema bicamerale. Il gruppo dei saggi designato da Napolitano per proporre delle riforme di livello costituzionale ha lasciato, alla fine del suo lavoro nell’aprile scorso, non una proposta di legge ma dei principi generali da seguire: insieme al dimezzamento del numero dei parlamentari attraverso un cambiamento dei criteri di rappresentatività alla Camera, il Senato andrebbe sostituito con una Camera delle Regioni i cui componenti, a cui non verrebbe aggiunto alcuna indennità, sarebbero indicati dai consigli regionali. Oltre alla proposta dei “saggi”, Matteo Renzi ha spesso parlato della possibilità di una riforma radicale, anch’essa tendente ad una “regionalizzazione” della nostra Camera, che – secondo il sindaco di Firenze – andrebbe formata dai Presidenti di Regione e dai Sindaci delle principali città italiane, riunitisi a Roma una volta ogni quindici giorni senza alcuno stipendio aggiuntivo. Le proposte dunque ci sono, così come non sembra mancare lo spirito di autoconservazione dei parlamentari seduti tra i banchi di Palazzo Madama e Montecitorio; fino a quando non verrà avviato un dibattito serio ed articolato, attraverso anche strumenti di democrazia diretta, difficile possa cambiare qualcosa.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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