Iraq e diritti umani, un rapporto difficile

04/02/2013 di Andrea Viscardi

Iraq_flag_2008_CIAPrendendo spunto dall’articolo su Cuba e dal “World Report 2013″ di Human Rigts Watch, ho deciso di scrivere una serie di articoli sulla situazione dei diritti umani nel Mondo. Dopo Cuba, affronterò oggi un paese molto delicato, l’Iraq. Negli anni passati, è inutile dire, tutta la stampa internazionale si è dedicata a seguire l’ex feudo di Saddam Hussein focalizzandosi sull’intervento internazionale e sulla situazione del nuovo governo. Poco, invece, su quella dei cittadini.

Detenzioni preventive e torture – L’analisi di HRW è eloquente. La guerra sembra aver cambiato il regime, ma solo in parte la repressione e la situazione in cui vive la popolazione. Il primo dato non proprio entusiasmante è il numero di esecuzioni: 129 da Gennaio a Novembre del 2012, un record negativo per il Paese. Il governo, poi, in una spirale crescente di difficoltà, ha pensato bene di attuare una politica repressiva. La prima arma utilizzata per mantenere l’ordine consiste nel mettere in atto detenzioni arbitrarie e spesso preventive. A partire da Dicembre 2011, infatti, hanno preso il via massicce campagne di arresti, spesso portati dagli ufficiali nel corso di manifestazioni pacifiche verso soggetti considerati potenzialmente pericolosi per gli obbiettivi e la stabilità dello Stato. Appare critica – inoltre – la situazione dei detenuti: le torture sembrano all’ordine del giorno, tant’è che – nonostante l’annuncio del marzo 2011 di un’imminente chiusura – la struttura di Camp Honor – nota per gli orrori commessi al suo interno –  era ancora attiva a metà del 2012 e non si hanno notizie sicure a riguardo di un suo smantellamento. Come detto, la tortura è ampliamente diffusa ma, come se non bastasse, il 70% delle carceri è sovraffollato e colpito da carenza di cibo e acqua.

Libertà di espressione e di assemblea – Le forze irakene – le stesse “addestrate” dalle forze internazionali  – hanno attuato una strategia di intimidazione, minaccia e violenza nei confronti di ogni tipo di manifestazione, anche di quelle pacifiche, arrestando manifestanti e molti giornalisti. In aggiunta, negli ultimi mesi, sono al vaglio una serie di leggi atte a limitare la libertà dei media e di espressione. Le condizioni in cui gli addetti della carta stampata lavorano sono disperate: il Comitato per la Protezione dei Giornalisti afferma che, dal 2003, non vi siano state condanne per l’uccisione di numerosi giornalisti, come avvenuto nei riguardi di Hadi al-Mahdi, critico verso il governo e ucciso nel Settembre del 2011.

Diritti delle donne – Successivamente al conflitto molte donne hanno perso il marito: intere famiglie sono finite sul lastrico e il traffico sessuale è aumentato. Il parlamento ha approvato una legge in materia ad Aprile, tesa a perseguire i “trafficanti”. In realtà, però, poco è stato fatto, soprattutto per la prevenzione del fenomeno. Lo stesso vale per la legge approvata contro la violenza famigliare, inerente il matrimonio forzato e quello con i bambini. Episodi di questo tipo continuano nell’indifferenza pressoché totale del governo, nel quale la corruzione – come riportato dal report di HRW – è in continuo aumento. Anche nei riguardi delle mutilazioni femminili – soprattutto nel kurdistan irakeno – le difficoltà sembrano evidenti. In teoria sarebbero state messe al bando – anche grazie alla risoluzione ONU in materia – la realtà è che la pratica è ancora molto diffusa.

Minoranze – Infine è grave anche il trattamento delle minoranze. Durante l’anno appena concluso numerosi ragazzi gay o emo sono stati perseguitati e uccisi. Invece di rintracciare i colpevoli di tali violenze, il governo è riuscito solamente a sostenere l’ingigantimento della questione, per loro creata a tavolino. Non vivono momenti migliori neanche i disabili, per la maggior parte estromessi dalle proprie comunità di appartenenza, impossibilitati a trovare un’occupazione o a conseguire un’educazione e colpiti da gravi difficoltà nell’accesso all’assistenza medica.

Insomma, anche da questo punto di vista, la campagna militare in Iraq rappresenta un fallimento parziale. Già, perchè non si può pensare che il successo possa essere dovuto semplicemente al ribaltamento di un regime oppressivo e dall’instaurarsi di un governo amico. Se l’operazione militare era anche atta a migliorare la situazione di vita degli irakeni – come è stato sostenuto sino all’ultimo – le speranze sono state disattese. Un miglioramento, quasi sicuramente, c’è stato, ma nessuno si è poi preoccupato che continuasse, che si evolvesse, e pressochè tutti hanno ignorato la stretta repressiva attuata dal governo. Volendo proprio essere puntigliosi, poi, il fallimento è totale: l’escalation di violenze tra sciti e sunniti rischia di far cadere il Paese in una guerra civile, come ha dimostrato l’imponente manifestazione di pochi giorni fa, che nessuno è stato in grado di arginare.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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