Iran e Arabia Saudita, effetto domino

04/01/2016 di Lorenzo Cerimele

Bahrein e Sudan seguono la decisione dell'Arabia Saudita e rompono le relazioni con Teheran. Un'escalation che appare la logica conseguenza delle tensioni crescenti che fanno da sottofondo alla lotta per il dominio geopolitico dell'area

Arabia Saudita Iran

Dopo gli assalti all’ambasciata e al consolato sauditi a Teheran e Mashaad, e le reazioni iraniane  in seguito alla notizia dell’esecuzione dell’imam sciita Nimr Al-Nimr, la monarchia saudita, per bocca del suo ministro degli Esteri, Adel Al-Jubair, ha deciso di rompere le relazioni diplomatiche con la Repubblica Islamica dell’Iran, dando 48 ore di tempo a tutti i diplomatici iraniani per lasciare il suolo saudita e pensando di chiudere tutti i collegamenti aerei con l’Iran.

«Il Regno, alla luce di queste realtà, annuncia il taglio delle relazioni diplomatiche con l’Iran e chiede la partenza dei delegati delle missioni diplomatiche dell’ambasciata e consolato e gli uffici ad esso collegati entro 48 ore»

La risposta alle sommosse sollevatesi in tutto il mondo sciita, Iran in primis, hanno spinto il «Custode delle due sacre moschee» a reagire di conseguenza. Gli assalti all’ambasciata e al consolato saudita in Iran sono stati, secondo il ministro Al-Jubair, un «attacco diretto alla sicurezza dell’Arabia Saudita». Nel frattempo, prima della rottura delle relazioni bilaterali tra i due poli regionali dell’Islam, Riyadh aveva richiamato tutti i suoi diplomatici presenti in Iran.

La drastica decisione di rompere con Teheran è giunta anche dopo il monito lanciato dall’Ayatollah Khamenei sul suo sito ufficiale, nel quale si scagliava contro gli «errori politici» della dinastia Saud e condannava il gesto, gridando alla «vendetta divina». La stessa cosa, con toni molto più diplomatici, è stata condannata dal presidente della Repubblica Rohani.

Nel frattempo la folla che domenica sera aveva preso d’assalto l’ambasciata saudita a Teheran – la quale era in stato di sede vacante ed attendeva a giorni l’arrivo del nuovo ambasciatore –  è riuscita ad entrare in alcuni locali, dando il tutto alle fiamme. Una volta degenerata, però, la protesta è stata poi interrotta dall’arrivo delle forze della polizia iraniana che hanno ripristinato l’ordine. Ma la micca accesa da Riyadh con la messa a morte dell’imam sciita insieme ad altri condannati considerati dei terroristi è chiara: gli sciiti sono considerati dai sauditi alla stregua dei terroristi, anche perché, c’è da aggiungere, lo stesso governo saudita ha accusato l’Iran di «sponsorizzare il terrore» appoggiando alcuni gruppi palestinesi di Gaza e Hezbollah in Libano.

Il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, in seguito alla rottura con Riyadh, ha definito, concordando anche con la valutazione dell’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU Al-Hussein, «inquietanti» le esecuzioni dei sauditi. Inquietanti come i valori islamici portati avanti dal wahabismo e salafismo sunnita di marca saudita, complice di aver generato dei veri e propri mostri nel manto terroristico del Siraq, dove oggi opera il c.d. Stato Islamico.

In seguito alle proteste poi diffusesi in tutto il mondo islamico in cui esiste una presenza sciita, dalla Turchia all’India, e nei paesi a maggioranza sciita come l’Iraq, si sono verificati degli attacchi e delle rappresaglie verso moschee sunnite. In Barhein, strenuo alleato della dinastia Saud, dopo le continue proteste da parte della maggioranza sciita, si è giunti nelle ultime ore ad una risposta forte: a Manama, capitale del piccolo emirato, il governo ha deciso, imitando l’Arabia Saudita, di rompere le relazioni diplomatiche con Teheran.

Una mossa simile si sta registrando, nelle ultime ore anche a Khartoum, dove l’ambasciatore iraniano è stato espulso dal Sudan e ad Abu Dhabi, dove il governo degli Emirati Arabi Uniti, orbitante intorno alla potenza wahabita, ha deciso di declassare la rappresentanza diplomatica iraniana e di mantenere le relazioni tra i due paesi a livello di incaricati d’affari, giustificando tale mossa come una legittima risposta alle «continue ed insistenti interferenze iraniane nel Golfo».

L’effetto domino, iniziato a Riyadh con l’esecuzione diretta delle 47 sentenze di morte il 2 gennaio, sembra una chiara risposta all’arretramento del sunnismo conservatore su tutti i fronti: dalla Siria, all’Iraq sino a quello che sembra essere diventato il «Vietnam» Saudita, ovvero lo Yemen, martoriato da una guerra civile che vede contrapporsi per procura proprio l’Arabia Saudita e l’Iran.

Inoltre, il recente accordo sul nucleare voluto in primis dagli Stati Uniti con il recente sblocco di 100 miliardi di dollari investiti dall’Iran negli USA prima della Rivoluzione e la prossima fine delle sanzioni contro l’Iran, acerrimo nemico regionale dei Sauditi, hanno spinto Riyadh, resasi conto di aver perduto terreno nei negoziati per il futuro della Siria – dove la Russia e gli Stati Uniti si sono recentemente accordati anche sulla minoranza sunnita che si dovrà sedere nei futuri negoziati – a far saltare il banco e portare allo stremo la situazione con il rivale regionale sciita.

Nel difficile scenario che vede ora anche il Bahrein rompere le relazioni con Teheran, con gli Stati Uniti immobili a causa delle prossime elezioni presidenziali di novembre, si è fatta avanti Mosca, spalleggiata anche da Berlino, la quale ha affermato di essere pronta a scendere in campo e fare da mediatrice tra le due potenze della regione mediorientale. Riprendendo l’agenzia russa RIA Novosti, il governo russo si è detto «rammaricato» per l’escalation in corso tra Iran e Arabia Saudita «due paesi con cui la Federazione russa intrattiene da tempo rapporti stretti» e con le quali auspica di riuscire, data l’ottima credibilità di cui gode Mosca sia a Teheran che a Riyadh, a ricreare l’«atmosfera di Vienna», che vide la partecipazione al tavolo siriano di entrambe le potenze regionali.

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Lorenzo Cerimele

Nato a Roma il 25-02-1992, è un grande appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali con un debole per l'Europa del Concerto delle Potenze. Attualmente studia Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma. Si occupa di storia e di esteri.
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