Ipazia, astro incontaminato della sapiente cultura

05/03/2016 di Simone Simeoni

La filosofa, la scienziata, la donna. La triste fine di Ipazia di Alessandria, misconosciuta stella della cultura classica.

Ipazia d'Alessandria

Come ogni altro momento storico nel quale si consuma un enorme ed epocale cambiamento, anche la tarda antichità fu caratterizzata da conflitti e contraddizioni, violenze e scontri, sintomo di un passaggio di consegne tra un mondo che, agonizzando lentamente, muore, e quello nuovo che dinamicamente avanza. Quanto più epocale il cambiamento, tanto più convulso e tormentato il passaggio, a maggior ragione se riguarda un aspetto ideologico o religioso. E non esiste più grave, immenso e decisivo passaggio religioso, in tutta la Storia, che quello dal paganesimo tradizionale del mondo greco-romano, al Cristianesimo. Un processo di una portata tale che non poteva che generare violente tensioni e insanabili rancori, magari per lunghi periodi latenti, ma destinati ad esplodere in occasionali e cruenti episodi d’odio. Nell’Impero cristiano non esisteva luogo più esposto a tali rischi della grande città di Alessandria d’Egitto, il centro pulsante della cultura classica, la nuova culla della filosofia occidentale, il luogo dove i “relitti” del vecchio mondo erano più vivi, vitali, vibranti d’energia. Proprio lì, accanto alle vestigia del grande passato, sorgeva una nuova comunità cristiana, di unica intransigenza e raro fervore. Lo scontro non poteva essere, e non sarebbe stato evitato.

Ipazia
Ipazia

Al centro di questo tifone pronto a scatenarsi troviamo una delle figure più rare dell’antichità, una donna, una sapiente, una matematica e una filosofa; in un solo evocativo nome: Ipazia. Nata ad Alessandria in una data indefinibile tra il 355 e il 370 d.C., era la figlia del geometra e matematico Teone, che nella città aveva raggiunto una certa notorietà come insegnante di matematica e astronomia. Proprio dal padre Ipazia venne introdotta al mondo delle scienze matematiche, dimostrando da subito una rara predisposizione agli studi. Ben presto superò Teone, estendendo i suoi interessi anche alla filosofia (in particolare al neoplatonismo) e guadagnandosi il rispetto e l’ammirazione delle élites culturali dell’Impero d’Oriente: le sue lezioni divennero un sogno per gli studenti che si recavano ad Alessandria per approfondire le proprie conoscenze.

Di questa schiera di giovani faceva parte anche Sinesio di Cirene, che Ipazia convertì alla filosofia neoplatonica e che divenne suo discepolo, e che tramandò il pensiero della sua maestra, altrimenti destinato all’oblio. Ipazia assurse rapidamente al rango di studiosa più rappresentativa della scuola di Alessandria, in un’ascesa frenetica, riconosciuta implicitamente anche dal padre, che le fece revisionare le proprie opere. Fu l’iniziatrice del ramo alessandrino della filosofia neoplatonica, un’astronoma straordinaria e una matematica di estrema raffinatezza. Ma ebbe una grave sfortuna: quella di essere donna, e in più pagana. Fu la sua rovina.

Il rapporto tra la comunità cristiana e quella pagana di Alessandria d’Egitto aveva cominciato a deteriorarsi rapidamente ben prima che Ipazia diventasse protagonista della vita culturale della città. All’inizio del 392 d.C. il vescovo Teofilo pretese l’attuazione dei decreti teodosiani contro i culti pagani, e la distruzione di tutti i templi della città. La comunità pagana alessandrina cercò di opporsi, soprattutto alla demolizione del

Serapeion
Ricostruzione grafica del Serapeion

, uno dei luoghi più rappresentativi della storia dell’antica città. Ad aggravare la situazione giunse l’ordine di Teofilo di far esporre pubblicamente gli oggetti di culto dei pagani. Un affronto che scatenò una dura reazione. Vi furono scontri armati, con vittime e feriti soprattutto da parte cristiana, mentre i pagani si asserragliavano nel Serapeion, da dove solo l’intervento dell’imperatore valse a farli muovere. Eppure era solo il blando prodromo di ciò che stava per accadere.

Cirillo d'Alessandria
Cirillo d’Alessandria

Alla morte di Teofilo, nel 412 d.C., ascese alla cattedra episcopale di Alessandria Cirillo, un uomo di straripante personalità e ambizione, rigido e chiuso nel suo modo di intendere la religione. Questo suo carattere lo portò presto allo scontro con il prefetto della città, Oreste. Uno scontro latente che raggiunse però un punto parossistico quando, nel 414 d.C., la comunità ebraica di Alessandria accusò apertamente di soprusi un certo Ierace, un uomo di Cirillo, che venne arrestato e torturato. Il vescovo minacciò i capi degli ebrei che persero la testa, abbandonandosi a un massacro di cristiani. Cirillo reagì prontamente e con durezza: la comunità ebraica venne esiliata, i loro beni confiscati. Ma in tal modo il vescovo sconfinò nell’ambito di competenze di Oreste, e questo scatenò una crisi e un conflitto giurisdizionale che Cirillo tentò di forzare ricorrendo a disordini fomentati dai monaci parabolani. Uno di questi, chiamato Ammonio, accusò Oreste di essere un sacrificatore, un amico dei pagani: insinuazioni di un certo peso nel nuovo Impero Cristiano. Il monaco lanciò addirittura una pietra colpendo il prefetto alla testa. Ammonio venne catturato e condotto da Oreste, il quale lo fece sottoporre a una tortura così atroce e violenta che egli ne morì. Fu probabilmente uno degli errori più grandi mai compiuti dal prefetto, poiché Cirillo seppe trovare il modo di martirizzare il monaco usandolo in modo ideologico contro Oreste. La questione non era certo finita, non per Cirillo.

Oreste era cristiano e battezzato, ma questo non gli era d’ostacolo nelle relazioni e i contatti con tutte le componenti della società alessandrina, che il suo ruolo imponeva. In questo senso era normale che il prefetto incontrasse spesso Ipazia, la più eminente esponente della comunità pagana (ed erudita). I due erano anzi legati da un rapporto di amicizia sincera, un rapporto che venne però percepito dai cristiani in maniera diametralmente opposta. Finirono per considerare la filosofa una cattiva consigliera di Oreste, arrivando a pensare che cercasse di trascinare il prefetto nell’apostasia, che ne impedisse la riconciliazione con il vescovo. L’attacco contro di lei non si fermava certo qui: Cirillo fomentò ancor più le menti dei cristiani della sua comunità con argomenti misogini. La colpa di Ipazia era quella di essere una donna saggia, istruita, libera. I cristiani iniziarono a odiarla in modo virulento, profondo, genuino. Per questo, durante la Quaresima del 415 d.C. un gruppo di cristiani guidato dal predicatore Pietro, si appostò lungo la strada per tendere un’imboscata a Ipazia. Quando la videro arrivare, la ghermirono, la denudarono e la trascinarono davanti alla chiesa costruita sul Cesareion, il tempio pagano in onore di Cesare. Qui la colpirono selvaggiamente con cocci affilati e pezzi di vaso, fino alla sua morte. Ma i sicari non si accontentarono di averla uccisa: la fecero a pezzi, membro a membro. I brandelli del corpo di Ipazia furono poi portati presso la fornace detta Cinerion, dove vennero bruciati, cancellando per sempre ogni traccia del violento trapasso di una delle menti più brillanti della storia antica.

Destruction, di Thomas Cole
Destruction, di Thomas Cole

Il biasimo e l’orrore di fronte all’efferato delitto si sparsero nella comunità di Alessandria. Oreste invocò giustizia presso l’imperatore Teodosio II, e una condanna dell’uccisione giunse anche da alcune voci di parte cristiana come Socrate Scolastico, teologo e storico della Chiesa, che scrisse «stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo». Nonostante tutto però Cirillo, il cui coinvolgimento nella vicenda sembra dato per scontato, non subì forti contraccolpi, anzi sarebbe poi divenuto santo. Un’inchiesta imperiale venne aperta e poi rapidamente interrotta. Del resto il potere centrale era gestito de facto da Elia Pulcheria, sorella e tutrice del giovane Teodosio II, una cristiana che condivideva le posizioni del vescovo Cirillo.

Ad Ipazia, vittima di un odio inestinguibile, violento e cieco, l’ingegno umano ha saputo tributare soltanto un tardivo onore, nella forma di un epigramma del poeta Pallada, che pur nella sua estatica bellezza, non può che esprimere il rimpianto per quel genio tradito, per la sapiente, la filosofa, la donna perduta:

Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole
vedendo la casa astrale della Vergine,
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura.

 

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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