Il reato di tortura non può più aspettare

25/01/2013 di Iris De Stefano

Oggi alle 11 Ernesto Lupo, primo presidente della Cassazione, ha aperto l’anno giudiziario ed è tornare a parlare di una delle lacune più evidenti ed inaccettabili del sistema giuridico italiano: l’ inesistenza di un reato di tortura. Cogliendo l’occasione della formazione di un nuovo Parlamento nel prossimo mese, il Presidente della Corte che “assicura l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni; regola i conflitti di competenza e di attribuzioni ed adempie gli altri compiti ad essa conferiti dalla legge” ( regio decreto 30 gennaio 1941, n°12 ), ha deciso di delineare alcune linee che dovrebbero essere prese in considerazione da coloro che dovranno confrontarsi con il tema, urgente, della riforma della giustizia. Sottolineando la necessità di trovare un equilibrio tra i vincoli e gli indirizzi che provengono dalle istituzioni europee, grazie ai quali un’azione congiunta “tra giudice nazionale e Corte di giustizia, da un lato, e tra giudice nazionale e Corte europea dei diritti umani, dall’altro, ha la forza di annullare l’atto legislativo non rispettoso dell’ ordinamento dell’Unione o di sanzionare lo Stato” si è parlato anche della situazione italiana.

Dopo aver accennato infatti anche alla necessità di creare dei sistemi con i quali limitare la discesa dei magistrati in politica, si è soffermato sull’argomento più interessante di tutto il discorso, la possibilità dell’introduzione di un reato di tortura, spiegando che:

L'Italia manca ancora di una legislazione sulla tortura
L’Italia manca ancora di una legislazione in materia di tortura

“è necessario introdurlo: ce lo chiede non solo la Corte europea dei diritti umani, ma pure la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, l’Onu, e anche i principi ricavabili dalla nostra Costituzione. Il reato non è però stato introdotto, non essendo i relativi disegni sfociati in legge; mentre le fattispecie penali applicabili (maltrattamenti abusi di mezzi di autorità, abuso dei mezzi di correzione o disciplina, lesioni personali), sono lontane dal corrispondere alle condotte di particolare gravità riconducibili alla nozione di tortura e non assicurano nel concreto, considerati anche i termini di prescrizione, effettività della risposta sanzionatori”.

Per un paese “moderno”, o che ama definirsi tale, una mancanza del genere è praticamente imperdonabile. Le Nazioni Unite adottarono la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti nel 1984, ratificata nel nostro paese nel novembre di quattro anni dopo. In realtà però gli articoli 1 e 4 della Convenzione, in combinato disposto, sanciscono l’obbligo per i paesi di legiferare in modo tale da inserire all’interno dei propri codici penali il reato di tortura, il tentativo dello stesso o qualsiasi complicità o partecipazione nella perpetrazione dell’atto. Questo, come sottolineato dal Presidente Lupo, dopo 29 anni, non è ancora stato fatto e per di più i tentativi, come quello del febbraio 2009 in cui, dopo l’approvazione della Commissione giustizia ( all’unanimità ) del cosiddetto “pacchetto sicurezza n°2”, il Senato, con i voti della Lega, Udc e del Popolo delle Libertà votarono contro, preoccupati che questo avrebbe potuto limitare l’esercizio dei poteri delle forze dell’ordine.

Inaccettabile, dunque, per un paese che ama definirsi “civile”, non avere una regolamentazione nella materia, definita dalla Convenzione come: “qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito”. Ancor di più oggi, dopo episodi come quelli tristemente noti dei Stefano Cucchi o della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 la cui sentenza di condanna per 25 poliziotti presenti al blitz, come ammesso dallo stesso presidente della Corte di Cassazione, sarebbe stata diversa, se la fattispecie fosse stata altra.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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