Introducing Letizia Gambi, futuro del Jazz (ma non per l’Italia)

15/07/2014 di Eugenio Goria

Introducing Letizia Gambi

Letizia Gambi è una nuova promessa del jazz, e non solo a livello italiano. Le sue qualità infatti hanno colpito anche Lenny White, storico batterista di Miles Davis, dei Return to Forever e di molti altri, che ha creduto in lei e nelle sue doti vocali, al punto da produrre a quattro mani il suo album d’esordio, Introducing Letizia Gambi (Jando Music). Sembra una storia d’altri tempi: Letizia infatti non è un’artista major, e non ha alle spalle manager accaniti che hanno lottato per questa collaborazione. Il lavoro è interamente frutto della sua inesauribile forza di volontà, oltre che di una voce accattivante e di un altissimo livello tecnico. Nel disco, la musica della sua città d’origine, Napoli, viene rivisitata in chiave jazz, con ospiti del calibro di Chick Corea e Gato Barbieri. Un giusto mix di cover (Appocundria, Tu si ‘na cosa grande) e brani originali capaci di emozionare al primo ascolto. Nonostante tutto ciò, il disco sembra non aver avuto in Italia tutta l’attenzione che meritava, mentre in America sembra sia stato apprezzato decisamente di più. Che sia l’ennesimo caso di fuga dei cervelli? Lo chiediamo a Letizia in persona.

Ciao Letizia, prima di tutto grazie per averci concesso questa intervista. Come hai scoperto la musica?

Dire che ho scoperto la musica mi fa un po’ strano. Mia madre cantava e ho uno zio tenore. Non ricordo però un momento preciso: mia madre avrebbe voluto fare la cantante professionista, ma non era facile allora per una donna, e la scoraggiarono. È soprattutto attraverso di lei che ho conosciuto la musica, soprattutto in situazioni familiari: siamo molto legati alla cultura e alle tradizioni napoletane e viviamo la musica come elemento di aggregazione. Ogni festa era sempre all’insegna della musica, e organizzavamo tutto in maniera iper-professionale: c’era il mandolino, la chitarra, i cantanti e dedicavamo giornate intere a preparare queste esibizioni. Sono sempre stata attratta dal canto, ma ci sono arrivata dopo le esperienze della danza, del musical e del teatro. Il jazz è arrivato in un secondo momento.

Introducing Letizia Gambi, astro nascente del JazzCome hai incontrato Lenny White?

È complicato. Davvero complicato, sembra un film. All’epoca avevo Myspace come interfaccia web. Mi contatta un giorno una persona che si presenta come agente di New York, e dice che vuole rappresentarmi negli Stati Uniti; controllo il suo sito e vedo che gestisce varie pagine dedicate a Lenny. Mi fido, quando mi chiede del materiale glielo mando. In un secondo momento però ho avuto gravi problemi di salute, lui mi chiedeva registrazioni, un’intervista, e allora da brava napoletana ho pensato alla fregatura. Le cose sono cambiate però quando, in occasione di un concerto ho conosciuto di persona Lenny White, che era in Italia in tournée. Gli ho parlato per poco durante il concerto, proponendo la mia idea di riprendere in chiave jazzistica la musica napoletana, l’elemento che da sempre mi contraddistingue e mi porta fortuna. Lui si è incuriosito, voleva sentire qualcosa e quando ci siamo salutati ha concluso con “se mi piace lavoro io con te”. Ho scelto My Town (“Carmela” di Sergio Bruni), e nel giro di qualche tempo il progetto è partito.

Quali sono le più grandi difficoltà?

Le difficoltà ci sono, perché sono un’artista indie. Non c’è una major alle spalle, abbiamo fatto da soli io, Lenny e la Jando Music. In italia ho avuto riscontri molto positivi, ma quando si tratta di far passare il disco in radio le persone scompaiono. Ho anche avuto una disavventura con un network italiano dei più grandi: avevamo scelto tre singoli, mi avevano promesso una serie di cose, un live in radio… Alla fine una delle persone che contano decide di bloccare tutto. Purtroppo per esperienze come questa ho deciso di mettere da parte l’Italia: il bello degli standard sempre attuali, non è un prodotto di moda, così abbiamo potuto fare adesso, un po’ più tardi, la campagna radio in USA e Canada. Dopo una settimana di presentazione il mio disco era tra i più aggiunti, alla pari con Sonny Rollins. Ho avuto tante soddisfazioni dall’America, i concerti sono andati benissimo, e il pubblico non ti dico.

E perché in Italia non va?

Non va perché la musica non è conosciuta e non è promossa. Infatti è dal vivo che il pubblico mi regala grandi soddisfazioni, quando le donne piangono con pezzi come Tu si na cosa grande, o con i miei inediti. La risposta è meravigliosa. Ma io purtroppo non ho santi in paradiso… e neanche in Parlamento! Se passassi in radio ogni ora come una cantante di Amici poi ne riparleremmo. E infatti mi spiace di non essere nemmeno esposta alle critiche, perché magari tanti non hanno proprio avuto la possibilità di sentirmi.

Possiamo parlare di fuga dei cervelli?

Purtroppo a volte qui non ci calcola nessuno. C’è gente che viene casa mia, vede i poster del Blue Note, le foto con Ron Carter e mi chiede: “perché non vai a X Factor”? Poi vedono quella con Sting e non dicono più niente. Sono anche stata truffata in Italia con dei falsi contratti, con garanzie che non esistevano: personaggi illustri del business milanese e giri di interessi mi avevano lasciato in mezzo a una strada. Poi però è arrivata la Jando Music, con una persona animata da un grande amore per la cultura che ha deciso di entrare nel progetto. Fuori invece ci sono realtà dove la musica ha un’importanza diversa. Io non sono molto fiera del mio paese, nonostante lo ami: siamo i peggiori! Guai e crisi ci sono ovunque, anche in America, ma se loro fanno uno starnuto noi prendiamo il raffreddore. Come noi siamo molto esterofili anche lì amano le cose esotiche, e noi siamo esotici, il bel canto e le emozioni forti rappresentano l’Italia in un certo modo. Ma vorrei farti vedere la faccia di Lenny White quando sente certi rapper italiani e vedere quanti secondi resiste! Su certe cose non ci sono paragoni.

Hai già in cantiere un secondo album? Quali saranno le novità?

Cercheremo di inserire molti più brani originali. Adesso io e Lenny abbiamo tantissimi inediti e ancora qualche cover in sospeso. Poi, ci saranno probabilmente meno strumenti. Ora abbiamo tanti archi, che sono molto impegnativi da gestire, soprattutto dal vivo, quindi si pensava di asciugare un po’ l’organico. Terrò senz’altro dove posso il violoncello, e il bandoneon, che dà questa vena di mediterraneità che contraddistingue il mio sound. Le lingue saranno ancora l’inglese, l’italiano e probabilmente lo spagnolo.

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Eugenio Goria

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