Intervista a Pier Virgilio Dastoli: l’Europa del futuro

08/11/2013 di Roberto Lollino

Intervista al Prof Pier Virgilio Dastoli, il futuro dell'Unione Europea

Europinione è lieta di proporvi l’intervista rilasciata in esclusiva dal Prof. Pier Virgilio Dastoli, uno dei massimi esperti nei temi riguardanti l’Unione Europea. Stretto collaboratore proprio di uno dei padri fondatori dell’Unione, Altiero Spinelli, per circa una decade, Pier Virgilio Dastoli ha continuato la sua carriera proprio guardando all’Europa unita. Tra le molte iniziative (come la creazione dell’intergruppo parlamentare federalista) e cariche ricoperte, ricordiamo quella di Segretario Generale del Movimento Europeo Internazionale (1995-2002), di cui è segretario generale onorario, e di direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea (2003-2009). Oggi è consigliere della Commissione Europea, membro del Comitato Centrale del Movimento Federalista Europeo e Presidente del Consiglio italiano del Movimento,  membro del Consiglio Nazionale dell’Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa e del Direttivo Internazionale del CIFE, nonchè membro del Comitato Scientifico della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, socio dell’Istituto Affari Internazionali e dell’ASTRID e membro dell’associazione italo-tedesca di Villa Vigoni.

Il sistema legislativo europeo ha subìto diverse evoluzioni nel corso degli anni, fino ad arrivare oggi alla procedura legislativa ordinaria, che copre quasi tutti gli ambiti di intervento dell’Unione. Si deve fare di più in questo senso? Le competenze del Parlamento devono essere ulteriormente aumentate?

Il Trattato di Lisbona ha esteso le competenze legislative del Parlamento e ha affermato  il principio secondo il quale la procedura ordinaria è quella che una volta si chiamava di codecisione legislativa e le altre sono delle eccezioni. Rimangono però, nel Trattato, delle eccezioni rilevanti, penso per esempio alla questione delle risorse proprie, che è una delle questioni essenziali dei poteri dei Parlamenti nazionali, quella cioè di decidere le entrate del bilancio. In questo settore il potere rimane nelle mani del Consiglio e fra l’altro la decisione deve essere presa all’unanimità e poi sottoposta alle ratifiche nazionali. Penso alle altre aree in cui il Consiglio vota all’unanimità, come la politica fiscale, la cooperazione giudiziaria in materia penale e alla politica economica, che è uno dei settori più sensibili in cui in questi anni si è sviluppato il potere dei Governi. In questi settori che ho elencato, in cui il Consiglio ha mantenuto il voto all’unanimità, mentre il Parlamento è solo consultato. Quando si aprirà, spero al più presto, il processo di revisione del Trattato di Lisbona, bisognerà intervenire su questi settori, affinché vengano rafforzati i poteri del Parlamento europeo.

Il Prof. Pier Virgilio Dastoli ci parla di Europa
Pier Virgilio Dastoli

Uno dei punti storicamente più criticati dell’Unione è la supposta debolezza del suo grado di democraticità. Secondo lei il sistema è abbastanza democratico? Come dovrebbe svilupparsi? L’UE è pronta all’elezione diretta a livello pan-europeo del Presidente della Commissione?

Un sistema è democratico nella misura in cui i cittadini, quando vanno a votare per il Parlamento, attraverso il loro voto determinano la formazione del Governo del Paese o in questo caso dell’Unione. Purtroppo alle elezioni del Parlamento europeo i cittadini votano per rinnovare Parlamento Europeo , ma non incidono sulla formazione del Governo, perchè l’Unione non ha un governo di carattere “politico”, o potremmo anche dire di carattere federale. L’UE diventerà davvero democratica nel momento in cui i cittadini con il loro voto determineranno la formazione del Governo dell’UE. Questo, almeno, per quanto riguarda la democrazia rappresentativa. Considerando che noi viviamo in sistemi sempre più complicati, occorre sviluppare anche forme più avanzate di democrazia partecipativa. Nel Trattato di Lisbona ci sono alcuni punti al riguardo, come ad esempio l’iniziativa dei cittadini europei, ma bisogna  fare di più in questa direzione. C’è poi il problema dell’elezione diretta del Presidente della Commissione o dell’Unione; oggi il Trattato non consente questa elezione, ma concede in qualche modo alle famiglie politiche l’opportunità di indicare, in occasione delle elezioni europee, il loro candidato; è quello che faranno i socialisti, i liberali, verdi e la sinistra radicale, mentre non è ancora chiaro se il PPE seguirà questa strada. Se queste famiglie indicheranno il loro candidato alla Presidenza della Commissione, questo sarà già un passo in avanti verso la giusta direzione; ma sarà altresì importante che questi candidati indichino all’elettorato il loro programma di governo. Resta poi il problema, e questo richiede invece una modifica del Trattato, di prevedere che il Presidente dell’Unione sia eletto a suffragio universale diretto; qui le opinioni sono diversificate, nel senso che c’è qualcuno scettico sulla possibilità di funzionamento di un modello presidenziale o semipresidenziale. Il Trattato però consentirebbe di unificare gli incarichi del Presidente della Commissione e del Presidente del Consiglio europeo, ipotesi non vietata dal Trattato; questa è un’ipotesi rilanciata in particolare dal Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, il quale ritiene che in futuro sarebbe opportuno unificare i due incarichi.

Altro noto problema è quello della lentezza dell’integrazione europea, soprattutto a livello politico. Come si dovrebbe intervenire in quest’ambito? L’Unione Bancaria sarebbe un buon punto di partenza?

Noi abbiamo almeno 5 settori che dovrebbero essere ulteriormente sviluppati: quattro concernono l’unione economico-monetaria, cioè l’unione bancaria, di bilancio, finanziaria e quella politica, il cappello di queste tre unioni. Di queste unioni, l’unica che sta facendo timidi passi in avanti è quella bancaria, sottoposta però ai veti e alle reticenze di alcuni Governi, come ad esempio quello tedesco. Questa è importante per mettere sotto controllo il sistema delle banche private, ma da sola non basta, infatti occorre un unico e vero bilancio, e non uno al di sotto dell’uno per cento del PIL come oggi. Quindi è fondamentale un’ unione finanziaria e, naturalmente, un cappello politico, cioè un vero e proprio Governo europeo. L’ unione politica non si può limitare all’unione economico-monetaria, ma deve estendersi ai settori della politica estera e di sicurezza, settori, questi, ancora nelle mani dei Governi nazionali. Se vogliamo fare dei veri passi in avanti in direzione di una maggiore unione politica dobbiamo porci il problema di una vera e propria politica estera della sicurezza comune, comprensiva del tema della difesa. Tutto questo deve essere accellerato.  E’ fondamentale, perciò, che dopo le prossime elezioni del Parlamento europeo (nel maggio del 2014), esso assuma su di sé poteri sostanzialmente costituenti, come quello che si assunse il primo Parlamento eletto su iniziativa di Altiero Spinelli.

Lei crede che, essendo quello della Merkel l’ultimo mandato (presumibilmente), e non dovendo quindi pensare strenuamente all’accontentare gli elettori, si potrebbero vedere delle piccole aperture su alcuni temi europei?

La Cancelliera Merkel recentemente ha indicato l’opportunità di rivedere il Trattato il Lisbona; si tratta di capire in quali termini intenda modificarlo, anche nella situazione in cui la Cancelliera dovrà negoziare con l’SPD una grande coalizione. La Merkel ha detto più volte che debbono essere rafforzati i poteri della Commissione e in alcuni casi ha espressamente parlato di unione politica. Si tratta di capire quale sia la direzione preferita dalla Cancelliera tedesca, se prediliga, cioè, una soluzione federale, oppure, come fece in un famoso discorso tenuto a Bruges parlando del “Metodo e Unione” in contrapposizione al metodo comunitario, una soluzione più intergovernativa. Occorre aspettare la fine dei negoziati di Governo fra la Cancelliera e l’SPD per sapere la posizione che assumerà la Germania  su questo punto della politica europea.

Quale deve essere la strategia di un’Italia debole, vista la situazione economica, per riaffermare la propria influenza ed il proprio ruolo all’interno dell’Unione?

E’ indispensabile che l’Italia abbia una stabilità politica che duri nel tempo. Quindi è fondamentale avere un Governo che duri almeno fino alla primavera del 2015, cioè sino dopo le elezioni europee e il secondo semestre della Presidenza del Consiglio del 2014. Sono convinto che il Governo Letta abbia già fatto importanti riforme secondo quanto richiesto da Bruxelles, però deve essere più affermativo a livello europeo. Non basta andare a Bruxelles e dire “abbiamo fatto i compiti a casa” come faceva, a mio parere sbagliando, nella passata legislatura il Presidente Monti, ma occorre battersi per un’ Europa diversa, poiché – ancora i dati di questi giorni lo indicano con chiarezza – la politica di rigore è apparsa un errore dal punto di vista politico ed economico. L’Italia, insieme ad altri paesi, deve rivendicare un ruolo diverso dell’Unione Europea per garantire la crescita e uno sviluppo sostenibile.

L’Europa e l’immigrazione. Le nuove misure prese dall’Europa (Eurosur ad esempio) sono sufficienti? Come è necessario cambi l’approccio europeo alla questione?

Intanto è opportuno rafforzare i due strumenti di cui dispone l’UE, Frontex ed Eurosur, non soltanto come strumenti di controllo delle frontiere, ma anche come strumenti di collaborazione con i Paesi da cui provengono gli immigrati; in secondo luogo bisogna agire come ad esempio fece il Governo Prodi con l’Albania stringendo accordi con i Paesi vicini, infine occorre affrontare il problema alla radice: gli immigrati provengono da pesi in cui il livello della vita umana è scandalosamente basso, paesi spesso distrutti da conflitti e guerre, occorre che l’Unione si riproponga il problema di un rapporto diverso. Per esempio con l’Africa sub-sahariana, attuando eventualmente degli accordi con questi paesi, rafforzando gli strumenti di sviluppo della società civile. Il problema deve essere risolto alla radice e, per ora, l’UE non si è data gli strumenti necessari per farlo.

Europa e integrazione politica. Una strada fondamentale ma che continua ad essere uno dei punti più difficili da affrontare. Come fare per superare la ritrosia di molti Stati?

Fino a quando riterremo che il futuro dell’Europa debba essere esclusivamente nelle mani degli Stati nazionali, i quali per natura stanno lì a difendere apparenti interessi nazionali, non andremo da nessuna parte. Occorre cambiare metodo e usare quello che adottò Altiero Spinelli nella prima legislatura del Parlamento europeo. Il ruolo di definire gli elementi essenziali del futuro dell’Europa deve essere attribuito al Parlamento europeo, che rappresenta i cittadini che lo hanno eletto. Deve essere colta l’occasione del 25 maggio del 2014 perché i partiti politici europei, almeno quelli che sostengono l’idea di un’Europa politica e più avanzata, si coalizzino per riconoscere nel Parlamento che verrà eletto un ruolo sostanzialmente costituente. Dopo di che, se noi vogliamo rispettare i principi della democrazia, il testo preparato dal Parlamento non deve essere messo nelle mani di una Conferenza di diplomatici, ma deve essere sottoposto ad un referendum pan-europeo in cui i cittadini dei vari Paesi decidano nello stesso giorno se accettare o meno il testo preparato dal Parlamento. Se in un Paese membro ci fosse una maggioranza di cittadini  contraria, sarà necessario che questo Paese utilizzi lo strumento previsto dal Trattato di Lisbona (art.50) cioè che receda dall’UE, e stabilisca con questa un diverso rapporto di associazione.

 

Cosa pensa dello scandalo Datagate e del ruolo di Londra nello spiare gli Stati dell’Europa continentale?

Sono convinto che i nostri Governi fossero perfettamente al corrente dell’esistenza di un sistema di intelligence atto a controllarli, per cui questo scandalo deriva più che altro da una campagna di propaganda e di opinione pubblica. E’ importante, invece, che l’UE si doti di un proprio sistema di intelligence, bisogna rafforzare ulteriormente le nostre capacità nella società dell’informazione. E’ però fondamentale discutere, su un piano di uguaglianza, col Governo statunitense, perchè è inammissibile che un alleato venga sottoposto a simili misure di controllo. Vi sono dei negoziati in corso, i negoziati transatlantici, riguardanti soprattutto il piano commerciale, ma sicuramente tale punto deve essere messo sul tavolo.

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