Intervista all’On. Dambruoso, prima parte

12/09/2013 di Luca Tritto

Siamo lieti di proporvi l'intervista all'esponente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati per Scelta Civica, nonchè relatore della proposta di legge in materia di scambio elettorale politico-mafioso.

Intervista all'Onorevole Stefano Dambruoso

Grazie alla collaborazione con Cultura Democratica, vi proponiamo, tra oggi e domani, l’intervista integrale all’On. Stefano Dambruoso: magistrato ed esponente di Scelta Civica. Già sostituto procuratore ad Agrigento, quindi applicato alla procura distrettuale di Palermo, ha indagato su associazioni mafiose e reati contro la Pubblica Amministrazione. Inoltre è stato Pubblico Ministero in diversi maxiprocessi proprio a Palermo. Nel 2001 il passaggio alla direzione distrettuale antimafia di Milano dove si occupa, tra gli altri, di terrorismo, venendo inserito, nel 2003, proprio per i suoi meriti in materia, nella lista degli eroi moderni pubblicata dal Time. Nel 2008 viene nominato da Angelino Alfano Capo dell’Ufficio per il Coordinamento dell’attività internazionale Nel 2012 chiede l’aspettativa al CSM per candidarsi nella Lista Civica, eletto deputato, nel 2013 viene nominato Questore della Camera dei Deputati per Scelta Civica.

Stefano DambruosoAUTORICICLAGGIO. La crisi economica ha reso il tessuto produttivo del nostro Paese maggiormente permeabile alle infiltrazioni mafiose. Quale rilevanza ha assunto in Italia la dimensione economica delle mafie? Al fine di contrastare efficacemente i rapporti tra mafie ed economia è auspicabile l’introduzione nel nostro ordinamento di una fattispecie unificata di riciclaggio e autoriciclaggio? Tale norma potrebbe rivelarsi efficace anche nel contrasto ai principali canali di occultamento dei proventi derivanti dalla corruzione e dall’evasione fiscale?

“È difficile fare una stima precisa della dimensione economica delle mafie. Secondo recenti studi di Confindustria, le imprese che fanno capo alle organizzazioni mafiose muovono in Italia almeno 100 miliardi l’anno, pari al sette per cento del Pil nazionale. Si tratta di vere e proprie holding in cui la criminalità organizzata investe capitali, infiltrandosi in modo sempre più profondo nell’economia legale del nostro Paese. Soprattutto nelle aree più produttive, infatti, la mafia si presenta con il volto rassicurante dei manager d’azienda e – facendo leva sul periodo di crisi – offre liquidità in cambio di quote di minoranza per conquistare, nel lungo periodo, il controllo delle aziende. In questo contesto è certamente utile rivedere l’attuale sistema sanzionatorio del reimpiego di capitali illeciti, superando la cosiddetta clausola di riserva dell’articolo 648-bis c.p.: il nostro ordinamento oggi non consente di punire come autonoma fattispecie di reato il reinserimento nel circuito economico dei proventi delittuosi da parte dell’autore del reato e questa è certamente una grande lacuna del nostro ordinamento che va al più presto colmata”.

II. CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA. La pericolosità delle organizzazioni criminali è amplificata dalla presenza di una zona grigia che le attornia e le protegge offrendole competenze e professionalità. Quali sono le ragioni giuridiche per le quali la fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa viene considerata dai Magistrati uno strumento non sufficientemente efficace? È auspicabile l’introduzione di una norma specifica che tipizzi le condotte sanzionate o è consigliabile l’inserimento di una norma sul concorso nel reato associativo nel Libro primo del Codice penale?

“Il concorso esterno in associazione mafiosa è una fattispecie di reato non prevista dal nostro ordinamento, ma frutto di una creazione giurisprudenziale in virtù della quale chi contribuisce al rafforzamento della consorteria criminale pur non facendone organicamente parte, viene punito applicando il combinato disposto degli artt. 110 e 416 bis, primo comma, del Codice penale. Nelle più recenti pronunce la Suprema Corte ha, tuttavia, stabilito che, per la configurazione del reato di concorso esterno, è necessaria non solo la prova dell’accordo tra un soggetto e l’organizzazione criminale ma addirittura che da tale accordo derivino gli effetti che ne hanno formato oggetto. Quindi non è sufficiente che un politico, un imprenditore, un magistrato o un funzionario pubblico genericamente “scendano a patti con la mafia”, cioè abbiano contatti dai quali derivi un programma di massima di attività di reciproco vantaggio. E’ necessario che tali patti raggiungano l’esito concordato, circostanza questa certamente frequente ma non facile da dimostrare in sede giudiziaria. Tenendo ferma la bussola del principio costituzionale di tassatività delle fattispecie penali, sarebbe utile tipizzare la fattispecie del concorso esterno in associazione mafiosa, pur correndo il rischio di limitarne ancor più l’ambito di applicazione, e badando a non creare confusione con ipotesi di reato già esistenti quali il favoreggiamento e lo scambio elettorale politico-mafioso.”

III. SCAMBIO ELETTORALE POLITICO-MAFIOSO. Sarebbe possibile, per le mafie, sopravvivere senza protezioni e appoggi provenienti dall’interno della politica? Al fine di recidere tali rapporti è auspicabile un ampliamento della fattispecie di scambio elettorale politico‐mafioso di cui all’art. 416 ter c.p. che includa anche le utilità diverse dal denaro? Ove si prevedesse di includere in tale fattispecie anche la promessa di appalti o posti di lavoro o, ancora, la salvaguardia dall’azione repressiva dello Stato, sarebbe possibile trasformarla in un aggravante di una nuova e più complessa fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa?

“Proprio qualche settimana fa, l’Aula della Camera dei Deputati, ha approvato all’unanimità la riforma dell’articolo 416 ter al termine di un lungo e complesso lavoro, svolto in Commissione Giustizia, nel corso del quale sono stato relatore. Il nuovo testo dell’articolo 416 ter consente di tipizzare meglio la condotta del politico che stringe un accordo con la criminalità organizzata, in cambio del sostegno elettorale conseguito con metodo mafioso: il primo comma del nuovo articolo 416 ter prevede, infatti, che lo scambio avvenga tra il procacciamento di voti e l’erogazione non solo di denaro, come previsto nella norma vigente, ma anche di altra utilità. Quest’ultima nozione, fortemente voluta dai firmatari delle proposte di legge in esame e dalla società civile – mobilitata in questi ultimi mesi per la modifica dell’articolo 416 ter – consente di punire l’atto volontario del politico corrotto che, in cambio dei voti di “provenienza mafiosa”, asseconda i “desiderata” delle cosche e ne favorisce un controllo sempre maggiore del territorio e dell’economia produttiva. Un’altra novità che reputo importante è l’introduzione di un’autonoma fattispecie di reato per il mafioso che procaccia i voti; quest’ultimo oltre a rispondere in quanto partecipe dell’associazione mafiosa del reato di cui all’articolo 416 bis, in caso di scambio elettorale politico-mafioso, sarà processato anche ai sensi dell’articolo 416 ter al pari del candidato, in quanto entrambi penalmente responsabili dell’accordo criminale. Personalmente ritengo che questa soluzione sia preferibile all’ipotesi di una variante del concorso esterno, in quanto riconoscibile come condotta tipica e, per questo, più facile da applicare e da provare in sede giudiziaria. In questi giorni il provvedimento è all’esame della Commissione Giustizia del Senato e la discussione si è incentrata su alcuni aspetti a mio avviso marginali della riforma: si discute, infatti, sull’opportunità o meno di inserire l’avverbio consapevolmente in merito alla condotta del politico che accetta il procacciamento di voti da parte del mafioso. A me sinceramente questo sembra un falso problema. È ovvio che per riscontrare una responsabilità del politico, occorre che quest’ultimo sappia esattamente chi è il suo interlocutore e quali sono le conseguenze dell’accordo concluso (altrimenti non si integra l’elemento psicologico del reato), così come nel parlare di procacciamento si individua in modo specifico l’impegno assunto dal mafioso. Auspico che i Colleghi del Senato apprezzino la vera, grande innovazione introdotta dalla Camera dei Deputati: il riferimento ad “altre utilità”, unico elemento che consente di superare il limite dello scambio fondato sul denaro e che, pertanto, in caso di approvazione, permetterà l’effettiva condanna del politico corrotto.”

IV. INTERCETTAZIONI TELEFONICHE. Lo strumento delle intercettazioni telefoniche ed ambientali assume grande importanza nel contrasto di gravi reati tra cui il terrorismo e la criminalità organizzata. Si pone tuttavia un delicato problema di bilanciamento con l’interesse alla riservatezza dei cittadini, soprattutto ove queste siano prive di contenuti rilevanti per l’inchiesta. L’attuale disciplina del codice di procedura penale è idonea ad evitare abusi nell’utilizzo di tale importante strumento? Qual è il giusto bilanciamento tra diritto alla riservatezza e libertà di stampa per quanto concerne le intercettazioni telefoniche?

“Personalmente, anche in ragione della mia esperienza di magistrato, ritengo che il sistema delle intercettazioni sia disciplinato in modo equilibrato ed efficace nel nostro Codice di procedura penale. La normativa vigente individua in modo specifico i reati per cui le intercettazioni telefoniche e ambientali possono essere disposte e richiede la sussistenza di gravi indizi di reato e dell’assoluta necessità di questi mezzi di ricerca della prova ai fini della prosecuzione delle indagini. Si aggiunga, poi, che non mi è mai capitato di ricorrere allo strumento delle intercettazioni in assenza di una effettiva esigenza investigativa e posso assicurare che nessun giudice con cui ho lavorato ne ha autorizzate senza una richiesta adeguatamente motiva. Ciò premesso, mi rendo conto che negli ultimi anni si sia, talvolta, fatto un uso disinvolto delle intercettazioni e che non sempre le misure a tutela della privacy degli intercettati si sono dimostrate adeguate. Certamente questo sistema è suscettibile di miglioramento, ma al riguardo mi concentrerei su un più attento monitoraggio da parte dei capi degli uffici giudiziari nel’utilizzo delle intercettazioni e in una rigorosa applicazione delle norme esistenti, al fine di preservare l’efficacia di questo importante strumento di ricerca della prova nel pieno rispetto del diritto alla riservatezza dei singoli.”

Federico Castorina, Presidente di Cultura Democratica

Luca Tritto, Responsabile Antimafia di Cultura Democratica e redattore di Europinione

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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