Intervista alla Vicepresidente del Senato Linda Lanzillotta: crescita, lavoro e riforme

11/06/2014 di Redazione

Grazie alla nostra collaborazione con Cultura Democratica, proponiamo l’intervista effettuata dal think thank alla Vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta.

Crescita economica. La sfida per rilanciare lo sviluppo economico costituisce senza dubbio uno dei grandi obiettivi del nostro Paese. L’assenza di riforme strutturali non consente all’Italia di attrarre nuovi investimenti e genera svantaggi competitivi per le nostre aziende. Quali sono le priorità che il Parlamento dovrà affrontare per riportare il Paese sulla strada della crescita?

Le priorità sono molteplici. Non c’è un solo obiettivo, perché il problema della nostra economia è di trovarsi con alcune difficoltà strutturali in una fase di crisi economica che riguarda tutto il mondo occidentale e, in particolare, l’Europa. Rispetto al resto dell’eurozona, noi abbiamo due handicap competitivi molto forti. Uno riguarda l’alto livello di debito – e quindi la scarsa manovrabilità della spesa pubblica in chiave anticiclica – cioè il sostegno all’economia nei momenti di crisi, perché vi sono dei margini molto stretti, non solo per i vincoli europei ma perché, oggettivamente, essendo un Paese indebitato, se non rispettiamo dei vincoli finanziari stringenti veniamo penalizzati sul costo del debito e si attiva una spirale perversa in termini di andamento della finanza pubblica. Il secondo punto di handicap è che quando l’economia cresceva non abbiamo fatto quelle riforme che, alcuni altri Paesi, a cominciare dalla Germania, hanno fatto, oltre a non investire le risorse in quegli investimenti infrastrutturali imprescindibili per la competitività del sistema. Innanzitutto, non abbiamo realizzato la riforma del mercato del lavoro, quindi ci sono delle rigidità che soprattutto nei momenti di crisi impediscono l’espansione dell’occupazione perché, non avendo una prospettiva strutturale di crescita in economia, in presenza di queste rigidità è molto difficile che le imprese assumano sapendo che poi non potranno licenziare se vi dovesse essere una crisi economica. Altra riforma non fatta è quella amministrativa. E’ chiaro come vi siano dei costi di sistema che gravano sulle imprese, derivanti dalla pubblica amministrazione, ma anche dal sistema della giustizia. Ad esempio, per vent’anni ci siamo focalizzati sui problemi della giustizia penale, ma sotto l’aspetto economico, quelli della giustizia civile sono sicuramente più pesanti. A fronte di questo abbiamo alcuni elementi di attrattività come la qualità della manodopera e la cultura imprenditoriale italiana, perciò ora dobbiamo accelerare le riforme strutturali per compensare quelle che sono altre criticità. In questo momento dobbiamo operare insieme sulle riforme strutturali, che sono teoricamente riforme a costo zero, anche se la riforma del mercato del lavoro richiede la riforma degli ammortizzatori sociali e del sistema della formazione, e dall’altra dovremmo anche abbassare la pressione fiscale, sia quella sui lavoratori che quella sulle imprese. In sintesi, dunque, i due binari su cui operare sono quelli della riduzione della pressione fiscale e delle riforme strutturali.

Linda Lanzillotta

Uno dei maggiori ostacoli all’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro consiste nell’inadeguatezza dei modelli contrattuali esistenti, che oscillano tra precarietà e iperprotezione. E’ possibile una riforma strutturale del diritto del lavoro capace di portare all’introduzione di un modello contrattuale in grado di conciliare la richiesta di flessibilità da parte delle imprese e le esigenze di sicurezza richieste dai lavoratori?

Sicuramente è possibile, e in particolare il gruppo della mia parte politica insiste moltissimo su quella che è nota come la “proposta Ichino”, cioè la proposta per la flexsecurity,  ostacolata da un sistema di rappresentanza sindacale tendente a tutelare chi sta già nel mondo del lavoro, piuttosto che a farsi carico di creare opportunità di lavoro per chi non ce l’ha. Oggi come oggi, l’alternativa non è tra lavoro sicuro e lavoro precario, ma tra lavoro flessibile e disoccupazione. Allora, io credo che nessun giovane se dovesse scegliere tra un contratto a tempo determinato di tre anni, come quello inserito nell’ultimo decreto, e disoccupazione o lavoro nero sceglierebbe questa seconda alternativa. L’alternativa di un contratto a tempo indeterminato per tutti, oggi, non c’è perché il quadro economico non lo consente, e forse non è nemmeno giusto averlo senza dei meccanismi garantiti da discriminazioni o da abusi, ma che consentano all’imprenditore di far coincidere la gestione dell’occupazione della sua impresa e l’andamento economico di questa. Da una parte c’è quindi una necessità di evitare abusi,  dall’altra la consapevolezza che il mondo del lavoro è cambiato, che non esiste più un lavoro che dura tutta la vita. Le sicurezze, quindi, non si realizzano rispetto al singolo posto di lavoro, ma rispetto al singolo lavoratore che, in un percorso di vita lavorativa sensibile a diversi cambiamenti, deve essere accompagnato con ammortizzatori capaci di garantire il reddito in periodi in cui la formazione lo prepara ad altre possibilità di lavoro. Questo significa spostare risorse dalla cassa integrazione, che tutela posti di lavoro che non ci saranno più, su un altro modello di flexsecurity che accompagni il lavoro flessibile proteggendo il lavoratore.

Concorrenza e Mercato. La libertà di iniziativa economica è uno dei valori fondanti del mercato interno e comunitario. Sussistono tuttavia, sia in Italia che in Europa, ancora numerosi ostacoli che rappresentano un freno alla crescita economica, ad esempio impedendo l’effettiva partecipazione di nuovi attori economici in determinati settori. Qual è la sua posizione in merito al tema delle liberalizzazioni, privatizzazioni e semplificazioni?

Sono tre questioni molto diverse. Le liberalizzazioni, quindi l’apertura dei mercati e una regolazione del mercato liberalizzato è la precondizione per le privatizzazioni. In Italia, invece, sono state compiute alcune privatizzazioni senza un’adeguata liberalizzazione dei mercati, il che ha determinato – oltre a rendite monopolistiche dei privati – una compressione di qualità del servizio, in assenza o in debolezza del regolatore. Ne sono esempi il caso di Aeroporti di Roma e Anas dove, in parte, la privatizzazione ha trasferito rendite monopolistiche, in una situazione in cui il regolatore non ha posto garanzie adeguate ad uno svolgimento efficiente delle concessioni incorporate in quelle privatizzazioni. In linea generale, credo che le liberalizzazioni siano una leva importante per aumentare le opportunità di impresa e di investimento imprenditoriale, per ridurre il costo dei servizi. Naturalmente occorrono dei regolatori efficienti, non catturabili dagli operatori di mercato. Noi abbiamo, purtroppo, una presenza massiccia di soggetti pubblici resistenti a questo processo e tesi a proteggere la loro rendita pubblica monopolistica, che si realizza attraverso gli affidamenti diretti da parte degli enti pubblici proprietari, come nel caso delle ferrovie, di tutto il trasporto locale, dei servizi pubblici locali come dei servizi di welfare o culturali. Tutti settori in cui è presente l’operatore pubblico, talvolta molto inefficiente, molto costoso, che non avendo capitali da investire non è in grado di svilupparli, mentre per l’Italia sarebbero strategici. Quindi, mentre le imprese che sono esposte al mercato internazionale crescono e sono un pilastro del PIL italiano, quelle che gestiscono servizi protetti dalla concorrenza non crescono e anzi creano inefficienze di sistema. La concorrenza può rafforzare gli operatori nazionali, ma deve essere un processo a livello europeo, perché il mercato unico crea grandi opportunità per gli operatori e il fatto che alcuni operatori stranieri vengano in Italia è un bene. Si attraggono capitali, a condizione che le nostre imprese possano andare su altri mercati. Questo in parte non capita perché alcuni paesi, come Francia e Germania, resistono all’apertura dei loro mercati e  perché le nostre imprese sono meno efficienti. Aprire la concorrenza e spingere l’Europa verso un’effettività di un mercato unico credo sia un’opportunità per il sistema nel suo complesso.

Senato della Repubblica Italiana

Senato delle Autonomie. Il superamento del bicameralismo paritario è una delle Riforme più ambiziose e complesse del programma di Governo. Qual è la sua posizione in merito a composizione e funzioni del futuro Senato delle Autonomie e alla nuova ripartizione di competenze tra Stato e Regioni?

Intanto penso che l’obiettivo delle riforme costituzionali sia quello di rendere più efficiente il sistema. Penso che vada ridisegnato e rimesso in equilibrio un sistema che era inefficiente già prima della riforma del titolo V. C’è una questione di efficienza del Parlamento e del rapporto Governo-Parlamento. Credo che, su questo fronte, occorra andare alla semplificazione di entrambi i rami del Parlamento, poichè una Camera di 630 deputati non può funzionare. C’è un problema di costo, ma di costo da inefficienza oltre che di costo finanziario diretto. Per quanto riguarda il Senato,  una camera che dia rappresentanza alle Regioni nelle materie che rimangono di competenza del legislatore statale credo sia un elemento di completamento opportuno. Le funzioni del secondo ramo del parlamento, però, devono essere guardate nel quadro di un equilibrio complessivo. Pensiamo che vi è, da una parte del parlamento, un sistema elettorale ipermaggioritario, all’interno del quale la maggioranza è praticamente guidata da un unico partito, che anche con una quantità modesta di voti può prendere la maggioranza dei seggi con i quali decidere qualsiasi cosa. Dall’altra abbiamo, invece, solo un Senato delle autonomie o delle Regioni, come preferisco chiamarlo, che si occupa di un pezzo della legislazione del collegamento tra livelli di governo e quindi tra legislazione europea, legislazione statale e legislazione regionale, allora questo è un elemento di squilibrio. Il Senato deve quindi avere delle altre funzioni di equilibrio, di garanzia, di controllo. La funzione del Senato, e la sua composizione, deve essere considerata nel quadro di un sistema complessivo che deve avere un suo intrinseco equilibrio, per cui le perplessità e le obiezioni che oggi vengono fatte alla composizione del Senato e alle sue funzioni sono determinate da questo. Non si può approvare una legge come l’Italicum che è ipermaggioritaria e fortemente bipartitica e pensare ad un Senato non elettivo, non di garanzia ma solo di rappresentanza delle Regioni. Ciò detto, io penso che invece vada corretto l’Italicum, vada fatta una semplificazione del procedimento legislativo e vada fatta la riforma del titolo V. Non bisognerà soltanto semplificare livelli di governo, eliminando quello provinciale, ma bisognerà anche aggregare le Regioni per dare a loro la funzione legislativa di programmazione territoriale, che avevano nel disegno costituzionale originario e che è stata completamente persa: perché oggi le Regioni si occupano prevalentemente di gestire la sanità, il cuore del loro potere. Io credo invece le Regioni vadano riqualificate, se vogliono assurgere a interlocutori della definizione degl’interessi nazionali, e bisognerà quindi aggregarle, togliere loro i poteri nella gestione amministrativa, anche nella sanità, e rafforzare il loro ruolo nel sistema bicamerale.

Politica e società. In una società liquida, dove le nuove tecnologie nel campo dell’informazione e della comunicazione stanno profondamente trasformando le tradizionali forme di organizzazione e partecipazione politica, come dovranno evolversi forma e funzioni proprie dei partiti tradizionali per rispondere alla richiesta di efficienza, qualità e trasparenza dei cittadini nei confronti delle Istituzioni?

Sicuramente la riqualificazione delle Istituzioni ha nella trasparenza, che è resa possibile dalla rete, una leva fondamentale. È solo cominciando a rendere trasparente l’amministrazione, con, ad sempio, gli open data, che si può fare un salto di qualità. Dopodiché occorre organizzare il rapporto tra Istituzioni e partecipazione online, perché il rischio è che, altrimenti, minoranze attive sulla rete condizionino i decisori politici costituendo delle nuove elites che capaci di marginalizzare la rappresentanza dell’opinione della maggioranza dei cittadini o la condizionino con un’informazione che non è accurata. Si stanno facendo anche degli esperimenti su come le Istituzioni possano effettivamente colloquiare e dare informazioni, avendo però un rapporto interattivo. Non è facile proprio per questo, perché, per definizione, la rete non è una rappresentanza totale dell’opinione pubblica, quindi tutto ciò che su di essa passa può essere, da una parte, manipolato e, dall’altra, far prevalere gruppi di interessi organizzati che vanno in qualche modo disciplinati. È una grande sfida, però ci rendiamo conto di quanto ormai già incida: ci sono movimenti politici che sono nati sulla rete, anche se bisogna dire che, ad esempio il Movimento Cinque Stelle, si è sviluppato solo perché c’è un’interazione tra rete e media, ed in particolare tra rete e televisione. Quanto più una base elettorale potenziale ha caratteristiche “digitali”, tanto più la rete ovviamente influisce e questo, naturalmente, nel tempo aumenterà esponenzialmente. In ogni caso credo che la trasparenza che si realizza attraverso la digitalizzazione dei processi amministrativi e dei processi istituzionali sia una svolta senza ritorno, in grado di determinare di per sé un cambiamento e un invecchiamento di tante altre metodologie, di tanti altri modi di organizzazione politica che, tra l’altro, in Italia, avranno vita sempre più difficile, sempre più marginale a causa della riforma della legge sul finanziamento pubblico. La comunicazione politica deve necessariamente cambiare canali perché quelli tradizionali, come i manifesti, le manifestazioni pubbliche, gli spot elettorali in tv, costano troppo e sono quindi oggi ridimensionati.

Giovani. Il think tank Cultura Democratica è promotore, insieme al Senato della Repubblica, del progetto La tua idea per l’Italia: un nuovo modello di formazione e partecipazione rivolto ai giovani di tutte le Università italiane finalizzato all’innovazione legislativa e alla partecipazione delle nuove generazioni al percorso di riforme del Paese. Quale consiglio vuole dare a tutti i giovani selezionati in base al merito che stanno prendendo parte a questo progetto e che a giugno presenteranno in Senato le proposte elaborate?

La tua idea per l'ItaliaCome prima cosa voglio dire che è un’iniziativa molto importante e molto positiva perché comprendere la discussione insita nelle Istituzioni, le implicazioni fondamentali per la vita del Paese, e il loro funzionamento è fondamentale. Siamo in un periodo di spirito anticasta che ha il suo fondamento nella degenerazione della politica e nell’uso distorto di alcune Istituzioni, però si rischia di rimuovere del tutto la consapevolezza che un sistema, per funzionare, per crescere, per competere, ha bisogno delle istituzioni. Queste sono un valore da preservare e il modo per preservarle è trasformarle e migliorarle. Il fatto quindi che dei giovani abbiano questo obiettivo e questa consapevolezza è di per sé molto positivo. Il consiglio è quello del confronto, della valutazione delle varie soluzioni che vengono proposte e dell’implicazione per il sistema. Perché credo che proprio questo modo un po’ sommario di discutere sui temi istituzionali rischi di far perdere di vista quelle che sono le interconnessioni tra le varie riforme. Vedere, ad esempio, la riforma del Parlamento, senza comprendere le implicazioni che sull’assetto democratico può avere il rapporto tra assetto del Parlamento e riforma elettorale, rischia di non far cogliere il punto della questione, oppure di dar vita a degli slogan. Ad esempio, mantenere una democrazia in una forma di governo parlamentare senza i necessari contrappesi è molto meno democraticamente garantista che non passare, ad esempio, al semipresidenzialismo, dove esiste un rafforzamento esplicito del ruolo del Presidente primo ministro ma anche del Parlamento che, come in Francia, è selezionato col doppio turno. Gli elettori possono creare delle maggioranze, delle coalizioni, anche asimmetriche rispetto al governo, ma vi è un bilanciamento di potere tra questo e il Parlamento. Se, invece, si va ad una forma di governo parlamentare in cui l’esecutivo e il primo ministro hanno il potere assoluto, senza bilanciamenti, questo crea dei problemi di efficienza di sistema.

Quello che quindi raccomando è di guardare le implicazioni sistemiche delle riforme perché, talvolta, anche per motivi demagogici, ci si innamora di un tema, e poi non si colgono le implicazioni. Uno di questi, ad esempio, è il dibattito sulla questione delle preferenze; a mio avviso è un finto riconoscimento del ruolo dell’elettore, perché noi sappiamo che quando ci sono le preferenze chi dà una preferenza in realtà concorre ad eleggere, col suo voto di lista, quelli che governano i pacchetti di voti. Mentre quando si ha, per esempio, il collegio uninominale, che sia a turno unico o a doppio turno, l’elettore muove il suo voto da lista a lista a seconda delle qualità del candidato vero, non del candidato finto, e quindi il modello che apparentemente dà meno libertà all’elettore, perché è chiaro che i candidati sono selezionati dai partiti, però gli dà il potere di decidere e di condizionare il suo voto alla qualità del candidato che gli viene offerto, inducendo dunque i partiti a selezionare i candidati sapendo che sarà questo a determinare la scelta del votante. Col voto di preferenza, invece, si mettono delle bandierine che attirano l’elettore sapendo che poi, in verità, con i pacchetti di voti, dei quali viene fatto un po’ commercio, saranno effettivamente eletti altri personaggi che non sono quelli che l’elettore in buona fede potrebbe scegliere. Di fatto vediamo quanto, più c’è una distorsione nell’aggregazione del voto di preferenza, come ad esempio al sud, tanto più sono i voti di preferenza, mentre al nord, dove questo non esiste, il rapporto tra voto di lista e voto di preferenza è molto basso. Il consiglio che quindi do è quello di approfondire sempre e valutare, di ogni soluzione istituzionale, quelle che sono le implicazioni vere sul piano anche della sociologia politica, del comportamento degli elettori. Non solo quindi gli schemi da costituzionalisti ma anche quello che è il modo vivente di un sistema costituzionale.

Federico Castorina – Presidente di Cultura Democratica

Andrea Marcatti – Cofondatore di Cultura Democratica

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