Intervista a Corrado Passera

28/10/2014 di Luca Tritto

Europinione ha avuto il piacere di intervistare l'ex ministro dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture e Trasporti. Con lui abbiamo parlato del Governo Monti, di Italia Unica, di come rilanciare l'economia italiana, della lotta alla Mafia e delle riforme proposte dal Governo Renzi

Intervista a Corrado Passera

Europinione è lieta di intervistare il Dott. Corrado Passera, ex Ministro dello Sviluppo Economico del Governo Monti, fondatore e leader di Italia Unica.

L’esperienza del Governo Monti, di cui Lei è stato autorevole ministro, rischia di passare alla storia più per giudizi negativi che positivi, nonostante l’alto profilo professionale della compagine ministeriale. Lei come giudica, ad oggi, l’operato del Professor Monti e la sua conseguente scelta di alleanza politica con Fini e Casini?
Il governo Monti ha preso in mano il Paese non per sua richiesta, a valle di una gestione disastrosa degli anni precedenti, nel momento in cui l’Italia rischiava di essere commissariata. Ha fatto un gran lavoro in situazione di emergenza per evitare di far perdere all’Italia la sua sovranità e per mettere in linea i conti pubblici attraverso delle riforme che l’Italia aspettava da tanto tempo, come quella delle pensioni e della fiscalità immobiliare. Ha avuto il grandissimo merito di raccogliere su tali riforme il consenso del Parlamento e delle parti sociali e di ricreare fiducia intorno al nostro Paese. Ha realizzato una serie di riforme importanti, in particolare quella sull’anticorruzione, quella della difesa, ha dato al Paese una nuova strategia energetica nazionale che ha liberalizzato il mercato del gas e ha finalmente fatto scendere le bollette, ha assicurato l’apertura del mercato del credito ( minibond ), ha introdotto la nuova legge sulle start-up, ha sbloccato 50 miliardi di progetti infrastrutturali strategici attraverso il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, ndr). Dopo di che ha perso una parte dello slancio che ha avuto all’inizio, e una volta entrati in periodo elettorale il Parlamento non ha dato più disponibilità a nuove riforme, come quella sulle Provincie.

Monti ha intrapreso una certa iniziativa politica che poteva essere una grande occasione. Tuttavia, ha deciso di realizzarla non attraverso un grande e nuovo partito senza retaggi con il passato, ma attraverso un cartello elettorale insieme a soggetti della vita politica precedente. Secondo me è stato un errore e infatti ho deciso di non parteciparvi.

Dove nascono le motivazioni per mettersi in gioco in prima persona con il progetto di Italia Unica?
Il progetto nasce dalla preoccupazione per la situazione difficilissima del Paese e dal fatto che i governi precedenti al nostro, in parte il nostro, e quelli successivi non hanno fatto e non stanno facendo quello che, a mio parere, dovrebbe essere fatto per rilanciare economicamente il Paese, realizzare le riforme profonde che servono, e semplificare davvero istituzioni e politica. Ho dedicato il mio anno sabbatico a mettere a punto un progetto – che prima di tutto doveva convincere me – in grado di rimettere in moto l’Italia. Siamo partiti con Italia Unica e abbiamo annunciato in giugno l’apertura di un cantiere per costruire la “gamba” che oggi manca alla democrazia italiana, quella liberale, popolare. C’è il centro-sinistra di Renzi, manca un centro-destra moderno e credibile. Poteva essere Monti, con l’agenda che ho in testa io e con il coraggio di essere un vero punto di aggregazione del mondo liberale e popolare e con un partito completamente nuovo e non legato ai retaggi del passato. Non ha voluto farlo. Mi propongo di farlo io.

I sondaggi più recenti danno Forza Italia e Movimento 5 Stelle in calo, Nuovo Centro-Destra a rischio estinzione e il Partito Democratico sempre stabile grazie al gradimento nei confronti di Renzi. Inoltre, negli ambienti della destra moderata, da tempo si richiede un dibattito aperto per superare il berlusconismo. Intende “buttarsi nella mischia” o lavorare piuttosto ad un laboratorio di idee da proporre in seguito?
Bisogna creare una grande forza politica alternativa al PD di Renzi che abbia vocazione maggioritaria e che superi le attuali frammentazioni degli attuali partiti, i quali, per ragioni diverse, non saranno mai in grado di essere i collettori di questa speranza. Oggi non c’è nessuna comunanza di progetto, le classi dirigenti si odiano tra di loro, c’è chi è asservito ufficialmente al governo, chi lo è di fatto , altri sono all’opposizione estrema. È impensabile che alcuno di questi raggruppamenti possa essere il contenitore del nuovo mondo liberale italiano.

La volontà di far politica pubblicizzata in questi giorni da Della Valle rischia di porsi in contrasto con il suo progetto o ritiene vi siano le condizioni per avviare un percorso unitario come alternativa alla destra berlusconiana e a Renzi?
Di Della Valle politico non sappiano niente. Lei conosce il suo progetto? Io no, e non saprei cosa dirle.

Lei ha annunciato un piano di 400 miliardi per far ripartire il Paese, anche criticando le mosse ideate o effettuate dall’attuale Governo. Ci vuole dire su cosa bisogna puntare e a cosa, invece, si potrebbe rinunciare?
Serve una grande operazione di stimolo dell’economia e, per questa ragione, parliamo di mobilitare 400 miliardi tra restituzione dei crediti scaduti della Pubblica Amministrazione, TFR e salario di produttività, investimenti tramite i fondi strutturali europei, aumento del credito per le PMI attraverso il Fondo Centrale di Garanzia. Serve una fortissima riduzione delle imposte, soprattutto IRES e IRAP sulle imprese, compensate da riduzione della spesa pubblica, come contributi a fondo perduto e incentivazioni a pioggia da parte delle Regioni, costi standard della sanità, riduzione drastica delle partecipate pubbliche. Ancora, c’è bisogno di una riforma della scuola, della giustizia e della burocrazia, dove è necessario andare ben più a fondo di quanto oggi fa il governo Renzi. Infine, è opportuno semplificare le Istituzioni. Sono per un’unica Camera, un unico livello amministrativo tra Comuni e Stato, un Governo di 11-12 ministeri, un processo decisionale chiaro che permetta di identificare le responsabilità univoche nella PA. Sono riforme profonde che necessitano di grande forza politica, poiché le resistenze al vero cambiamento sono notevoli.

In Italia, oltre la necessità di ampie riforme strutturali in campo economico, sussistono problemi, o meglio piaghe, che spesso vengono trattati solo a parole. Su tutti, l’evasione fiscale, la corruzione e la minaccia della criminalità organizzata, soprattutto in campo economico tramite il riciclaggio e l’autoriciclaggio di denaro di provenienza illecita. Come giudica queste sfide e cosa propone per affrontarle? Ritiene che la legislazione attuale sia insufficiente o è solo un problema di rispetto delle regole?
Credo che la legge anticorruzione fatta dal nostro Governo, con l’appoggio di una larga maggioranza parlmentare, sia stata un contributo importante. Si tratta di applicarla e si tratta di fare alcune altre cose di buonsenso come, per esempio, ridurre il numero delle stazioni appaltanti che oggi sono più di 30mila e rappresentano un inevitabile terreno di cultura per la corruzione. Per quanto riguarda la sicurezza, guai a ridurre le risorse alle polizie, dove c’è comunque bisogno di razionalizzare le risorse. L’idea che non si faccia la spending review sulle partecipate pubbliche e poi si chiedano sacrifici agli agenti delle forze dell’ordine è intollerabile. Più sicurezza vuole dire più giustizia. Nell’ambito penale, civile e amministrativo ci sono cose fattibili anche in tempi brevi che potrebbero aiutare moltissimo, come la depenalizzazione di tanti reati non più di allarme sociale, lo scoraggiamento degli appelli civili e penali, maggiori risorse informatiche e il completamento degli organici nelle strutture della giustizia. L’autoriciclaggio è un reato da introdurre naturalmente con buonsenso, ma ci sono proposte di commissioni create ad hoc che vanno bene, così come per il falso in bilancio.

Ha già avuto modo di criticare l’Italicum e le liste bloccate. Il Premier Renzi ha promesso di rinnovare totalmente il Paese. Ritiene che siamo sulla giusta via o le riforme tanto auspicate rischiano di rivelarsi un nulla di fatto?
Le riforme istituzionali sono una peggio dell’altra. L’Italicum è peggio del Porcellum. La riforma del Senato non risolve nessun problema e, anzi, mette il Senato in mano ai Consigli Regionali. La riforma delle Provincie non ha risolto nulla. Il governo ha dedicato molti mesi a questi temi sbagliando le priorità che sono, invece, l’economia e il lavoro. Le altre riforme consistono per ora in un gomitolo indistinto di annunci, linee guida, consultazioni pubbliche, leggi delega, decreti legislativi, decreti annunciati, fatti e poi ritirati. Il disordine nel quale siamo, e soprattutto l’enorme differenza tra gli annunci e i proclami iniziali quello che ne viene fuori, sono elementi molto preoccupanti.

Durante la sua carriera ha rivestito numerosi ruoli di vertice. In particolare, vorrei ricordare l’esperienza di amministratore delegato di Poste Italiane, durante la quale, grazie ad un coraggioso piano di rilancio, è stato registrato il primo utile di bilancio nel 2002. Tuttavia, il meccanismo di nomina dei vertici delle partecipate pubbliche viene spesso additato come un ristretto circolo basato sulle relazioni interpersonali. A prescindere dai meriti professionali, non crede che sia necessario un altro sistema di decisione di tali vertici, basandoci sull’innegabile dato che la burocrazia italiana e le suddette aziende spesso registrano perdite e i manager chiamati a dirigerle cambiano poltrona con cospicue buone uscite?
Il merito, la competenza e l’esperienza devono valere sia nel pubblico che nel privato. Molto spesso la politica non ha rispetto per il merito e preferisce valorizzare la fedeltà e l’affinità ad essa. In molte nomine recenti si è confermata questa abitudine. Per tutte le nomine condizionate dalla politica – dai vertici della PA ai consigli di amministrazione delle partecipate pubbliche – i cittadini hanno diritto di conoscere i criteri di scelta, quali meccanismi di selezione vengono seguiti e le caratteristiche   professionali dei prescelti. Purtroppo, la politica non ha dato buona prova di sé e continua a non darla. Anche in questo campo la trasparenza può fare di più di mille regole.

Questo stesso sistema di nomine può benissimo applicarsi ai vertici del sistema sanitario italiano, un settore sempre più politicizzato e sempre meno funzionante in maniera trasparente. Qual è la sua opinione, o una possibile soluzione, al riguardo?
La meritocrazia deve naturalmente valere anche in questo settore fondamentale. Chiediamo, ad esempio, veri concorsi per la selezione dei primari ospedalieri mentre oggi abbiamo lasciato che la politica si impossessasse totalmente del processo di scelta.

L’Italia, rispetto agli altri Paesi europei, è ancora indietro sul fronte della regolamentazione dei portatori di interesse particolari, comunemente noti come lobbisti. Partendo dal presupposto che in altri sistemi, vedasi Unione Europea e Stati Uniti, queste figure sono considerate fondamentali per il processo decisionale pubblico, come giudica il sistema italiano?
Manca una normativa nazionale sulle lobby per far sì che i leciti interessi delle categorie possano essere rappresentati nel processo legislativo e decisionale. Il ruolo che i rappresentanti di gruppi di interesse devono svolgere, così come nel resto del mondo, deve essere regolamentato.

Ringraziandola per la sua disponibilità, un’ultima domanda: cosa si sente di dire ai giovani italiani, i quali – purtroppo – sempre meno credono in questo Paese e nelle Istituzioni e vanno a cercare fortuna all’estero?
La politica, come tutti i settori, non è un mondo omogeneo. I giovani sappiano distinguere chi ci mette competenza, generosità e capacità di proiettare un futuro per il nostro Paese rispetto ai tanti populismi che oggi dominano la scena politica. L’Italia e gli Italiani possono giocarsela alla grande nella globalizzazione e il nostro Paese può diventare attrattore di cervelli da tutto il mondo e non puro esportatore come oggi. Ma bisogna comportarsi coerentemente con questo obbiettivo, puntando prima di tutto su qualità e merito nella scuola. Nella ricerca possiamo costruire leadership in molti campi a patto di concentrare i contributi pubblici nei centri di vera eccellenza, di premiare fiscalmente la ricerca e l’innovazione nel privato attraverso un grande credito di imposta per la ricerca nell’ordine di almeno 15 miliardi (utilizzando al meglio parte dei fondi strutturali europei) e spingere ulteriormente la nascita di strart-up innovative (sono molto orgoglioso della mia legge) e il loro sviluppo anche attraverso un fondo di fondi di venture capital di almeno un miliardo. Se vogliamo rilanciare l’Italia dobbiamo attivare le leve giuste e avere più ambizione.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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