Intervista a Cecilia d’Avos: uno sguardo dentro “rete genitori rainbow”

18/01/2015 di Isabella Iagrosso

Mentre tabù come l'omosessualità e la transessualità cominciano ad essere lentamente superati, ancora poco si sa delle storie di molte persone che prendono consapevolezza del proprio orientamento o identità sessuale dopo essere diventati genitori in precedenti relazioni etero

Rete Genitori Rainbow

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Cecilia d’Avos, 54 anni, nata a Napoli ma romana d’adozione, co-presidente e co-fondatrice di “Rete genitori rainbow“, un’associazione che ha come obiettivo principale quello di fornire supporto a persone omosessuali e transessuali che hanno avuto figli in una relazione eterosessuale, ed ai loro compagni e compagne. L’associazione, che si occupa anche di proggetti culturali, è attiva nondimeno nel settore della formazione ed ha vinto un bando della Regione Lazio per lavorare contro la cosiddetta omo-lesbo-transfobia, senza contare varie collaborazioni con altre associazioni per i diritti LGBT e con il mondo accademico.

Rete genitori rainbow ha come focus fondamentale il supporto ai genitori e ai loro compagni e compagne, ma è impegnata anche a favore dei diritti delle persone LGBT. È presente, ad esempio, nel Coordinamento del Roma Pride e di quello di Torino, ed è inoltre è accreditata presso l’UNAR, organismo deil Ministero delle pari opportunità contro le discriminazioni, razziali e non solo. E’ membro di NELFA (la rete europea che riunisce le associazioni dei genitori omosessulali) e aderisce all’ILGA (International Lesbian and Gay Association).

L’associazione nasce ufficialmente il 14 febbraio 2011. Come ha preso vita l’idea di “Rete genitori rainbow”?

Effettivamente tra poco festeggeremo il quarto compleanno. L’idea nasce da quattro fondatori, genitori gay e lesbiche con dei matrimoni alle spalle, oltre a me: Fabrizio Paoletti di Firenze, Valentina Violino e Alessandro Ozimo di Torino – che purtroppo ci ha lasciati due anni fa, nel dicembre del 2012, ma rimane una figura molto importante per la Rete. L’idea nasce dal fatto che ci siamo resi conto che non esisteva in Italia un’associazione o un qualcosa che desse un supporto mirato per i genitori che, come noi quattro, ci scoprivamo gay o lesbische dopo aver avuto figli. L’obiettivo era quello di dare alle altre persone quell’aiuto che noi, quando abbiamo attraversato quel momento di tempesta, non avevamo avuto. Credo sia fondamentale dare un sostegno mirato.  Sono diverse infatti le difficoltà di una coppia omosessuale che desidera un figlio e va all’estero per averlo con la fecondazione assistita o con la surrogacy. Parliamo sempre di genitori omosessuali, ma le problematiche sono differenti. In quel caso si tratta spesso persone già consapevoli, che hanno fatto tutto un percorso e sanno che tornando in Italia con un bambino devono affrontare problemi che sono del tutto diversi da quelli che ad esempio ho affrontato io. Ecco perchè abbiamo creato la Rete. Molti si stupiscono perchè vedono l’ennesima associazione LGBT. La mia risposta è ”non esisteva di questo tipo, e ce n’era bisogno (e i fatti lo hanno dimostrato)”.

L’associazione non nasce come radicata su un particolare territorio. Tra i fondatori ci sono elementi che provengono da diverse città italiane.

Rete Genitori Rainbow nacque con l’obiettivo di aiutare le persone ovunque fossero. I primi mesi eravamo in poche persone e ci siamo concentrati sui servizi a distanza: il sito, il forum gratuito e anonimo (www.genitorirainbow.it/forum) e la linea di ascolto telefonica, a cui i nostri Volontari e Volontarie rispondono a turno il lunedi sera. Mano a mano si sono avvicinate nuove persone con l’intenzione di creare gruppi locali, e quindi abbiamo iniziato con gli incontri sul territorio. Oggi abbiamo gruppi attivi a Roma, a Firenze, a Padova, a Vicenza, a Milano, a Torino e stanno nascendo nuovi gruppi in Emilia Romagna e in Trentino Alto Adige.

 

In che modo è possibile dare aiuto e che tipo di sostegno cercano le persone che si rivolgono a voi?

Dare un sostegno specifico significa innanzitutto rispettare anche i timori di chi si riconosce omosessuale o transessuale dopo aver avuto figli, si tratta di un cambiamento profondo della prospettiva. C’è bisogno quindi di fornire servizi in forma riservata. Chi pensa per esempio di iniziare una separazione, molto probabilmente (almeno questa è stata la mia personale esperienza) non se la sente di iscriversi ad un’associazione dichiaratamente omosessuale, o comunque di esporsi. L’importante quindi è che riceva aiuto potendo, se lo desidera, rimanere nell’anonimato. Per far ciò, è necessario rendere non obbligatoria un’iscrizione. Io stessa quando ho preso consapevolezza del mio orientamento sessuale, tutto avrei fatto tranne andare a prendere la tessera di una qualche associazione dove c’era scritto a chiare lettere “lesbica”, “omosessuale” o cose simili. Quindi il primo punto è la grande attenzione alla riservatezza. Non vuol dire però che siamo favorevoli dell’anonimato, anzi crediamo nel valore della visibilità, altrimenti non staremmo qui a metterci la faccia, ma ci rendiamo conto che è un passaggio importante per tranquillizzare le persone.

Una parte di coloro a cui abbiamo dato supporto ha poi deciso di prendere la tessera per sostenere il progetto. E’ la filosofia delle associazioni di volontariato! Difficile dare una misura “quantitativa” di Rete Genitori Rainbow, nel 2014 abbiamo avuto circa 110 tessere, ma è molto, molto maggiore il numero di persone che partecipano ai nostri incontri, ai gruppi di auto-mutuo-aiuto, oltre a coloro che non partecipano di persona ma interagiscono via Internet, tramite il forum online, la linea di ascolto, persone che per anni leggono sul nostro sito, poi all’improvviso chiamano e sanno tutto quello che abbiamo fatto. È come lanciare un sasso nell’acqua, c’è un primo cerchio è quello dei Soci e delle Socie, e poi tutta una serie di cerchi concentrici, dove i più esterni sono difficili da quantificare.

Data la sua esperienza nella Rete, quali sono le paure maggiori di un genitore che deve rivelare la propria omosessualità o transessualità?

Tutti, etero e gay, me compresa, abbiamo la nostra dose di omofobia, e l’omofobia interiorizzata porta a vivere mille paure. Viviamo certo in una società che non è proprio molto accogliente nei nostri confronti. La paura più classica dei genitori è quella che tolgano i figli a causa della propria identità o orientamento sessuale. Quasi tutti quelli che si rivolgono a noi hanno questo timore, ed è effettivamente una prospettiva drammatica. Accade ormai però che da diversi anni i giudici non considerino più l’omosessualità un motivo valido per negare l’affidamento. E’ un dato consolidato anche nella comunità scientifica che l’omosessualità non incide sulla capacità genitoriale. In una sentenza che mi piace da morire, se non sbaglio del tribunale di Enna, il padre voleva l’affidamento per sé accusando la madre di essere lesbica. Il giudice ha invece disposto che i figli fossero affidati alla madre perchè l’omofobia del padre avrebbe danneggiato lo sviluppo sereno dei bambini! Il giudice ha ribaltato completamente la situazione e questo è molto rassicurante.

Lei ha già detto di aver vissuto in prima persona un’esperienza del genere, è separata e ha due figli. Quando ha scoperto la sua omosessualità è stato facile parlarne e trovare una soluzione?

Facile non è mai. Nel mio caso è stata una situazione un po’ a macchia di leopardo. Parlare con mia figlia Francesca è stato molto facile, non altrettanto con mio figlio. Anche con mio marito le cose non sono facili. Ma io vivo tranquillamente la mia condizione e partendo da questa serenità, riesco a spendermi anche per altre persone. Credo che quel che stiamo facendo con l’Associazione stia realmente aiutando tante persone a vivere più serenamente. E anche dal punto di vista personale, seguendo il mio vero essere, scegliendo la trasparenza nei confronti dei miei affetti, ho voluto andare verso la mia “interezza”. Racconto sempre il coming out a mia figlia: è stata proprio Francesca, quando aveva 14  anni, una mattina a dirmi: “papà pensa che ti vuoi separare perchè sei lesbica, ma è vero?”. Io a quel punto ho dovuto ammettere la verità. E lei, dopo lo stupore iniziale e alcune chiacchiere, è stata fantastica perchè ha detto una frase di quelle che non si dimenticano: “mamma, sono orgogliosa di te perchè vuoi essere te stessa anche se è difficile”. Che si può volere di più?

Per arrivare a questo è stato per me necessario il confronto con altre persone, per questo con l’Associazione cerchiamo di mettere le persone in rete, far confrontare tra loro individui che hanno vissuto esperienze simili. La “scoperta” della propria omosessualità da parte di un genitore è un qualcosa che da soli si fa fatica ad affrontare, se si è insieme le probabilità di star meglio aumentano.

Di tutta la sua esperienza nella Rete Genitori Rainbow, cosa le è rimasto più impresso?

Il fatto che molte persone arrivino davvero tanto, tanto, impaurite. Ma molto spesso, dopo un po’ di mesi, sono più sereni, frequentando i nostri servizi e grazie a questa magia che si crea nei gruppi di auto-mutuo-aiuto, dove c’è la regola di non giudicarsi l’uno con l’altro, di non fare un dibattito, ma di raccontare di sé sapendo di essere ascoltati e accolti. Ho visto individui avviarsi verso la propria serenità e fare passi in avanti verso i familiari, i figli e tutti i loro affetti. Di questi casi ce ne sono tantissimi e quando attraverso un periodo difficile, un po’ faticoso, penso a questo e mi dico: “ma no stiamo facendo qualcosa di davvero buono!”

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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