Intervista ad Andrea Vignali, uno dei quattro reporter trattenuti in Siria

17/05/2013 di Luca Tritto

C’è una guerra, in Siria. Lo sappiamo tutti. Eppure, da qualche tempo ha smesso quasi di far notizia, mentre le grandi potenze giocano a scacchi con le loro forze di intelligence in attesa di trovare un modo per sbloccare la situazione. Ci sono centinaia di migliaia di sfollati, gente invisibile, che non sa cosa accadrà domani. E poi ci sono i giornalisti, quelli veri, i quali vogliono raccontare la realtà. Una realtà che si può descrivere solo essendo lì, in quei luoghi pieni di rischi. La vicenda dei quattro italiani trattenuti in Siria ne è un esempio, così come lo è quello di Domenico Quirico, del quale ormai non si hanno più notizie. Noi chiediamo ad Andrea Vignali, uno dei 4 reporter, cosa è veramente successo in Siria. Una testimonianza diretta.

Andrea Vignali, SiriaAndrea, avete vissuto un’esperienza drammatica, impossibile da dimenticare. A distanza di poche settimane, cosa resta dentro chi vive un episodio del genere?

Non posso parlare in generale: sono esperienze intense, piene di variabili che ognuno interpreta a suo modo. Per ora posso dirti che sono confuso, che ho bisogno di riposare e stare con la mia famiglia.

 

Facciamo un passo indietro: come siete giunti in Siria?

Amedeo, Susan ed Elio c’erano già stati ed avevano già raccontato quella guerra: avevano bisogno di raccontare ancora, così Amedeo mi ha chiesto di aggiungermi alla spedizione e siamo arrivati prima in Turchia. Da lì abbiamo passato il confine con una guida esperta della zona, un contatto dei miei colleghi, e siamo entrati in Siria.

Come è avvenuto il rapimento?

E’ importante, quando informiamo altri su eventi delicati come l’andamento di una guerra, mantenere accuratezza e deontologia: cattiva informazione e scarsa conoscenza della materia affrontata possono creare molti danni quando sei un giornalista. Molti colleghi hanno parlato di “rapimento”. Di rapimento non si è trattato, la parola giusta, anche per capire quello che è successo è arresto. Siamo stati arrestati da un gruppo di guerriglieri fondamentalisti islamici per aver filmato per sbaglio un check point nel quale operavano: un’operazione del genere, in una guerra fatta anche di intelligence come quella siriana, rischia di rendere identificabili i punti strategici dove operano alcuni eserciti. Filmando, potevamo mettere a rischio i guerriglieri e la zona dove abbiamo filmato. Siccome non abbiamo chiesto loro il permesso per filmare, dato che quel gruppo era presente sul territorio da poche settimane e non ne sapevamo l’ubicazione, i guerriglieri si sono insospettiti ed hanno deciso di arrestarci per controllare la nostra provenienza, il materiale che avevamo filmato, e le nostre intenzioni.

Alla fine, però, non si sa ancora chi sono gli autori del gesto. .

Anche in questo caso serve purtroppo molta attenzione: noi possiamo avere una nostra idea su chi sia stato, ma siccome io personalmente non ho certezza sull’identità del gruppo, preferisco non parlare. Soprattutto perché ci sono molti altri dispersi e ci sono persone invece rapite o persone di cui non si hanno informazioni: colgo l’occasione per salutare tutta la famiglia di Domenico Quirico e mostrare loro il mio affetto e la mia vicinanza. Per rispetto di queste e altre persone, le cui vite potrebbero anche essere messe in pericolo dalla fama sbagliata di “gruppo rapitore” affibbiata a questo o quel gruppo di guerriglieri, non parlo. Di certo possiamo dire che erano un gruppo fondamentalista islamico Jihadista, che combatte a fianco all’Esercito Siriano Libero, ma se ne discosta per metodi e fini, da quello che potuto capire.

Avevate una minima idea sul luogo in cui eravate prigionieri?

Siamo stati fermati in un paese vicino alla città di Idlib, in una zona collinare e montana.

Come vi hanno trattato?

In un primo momento siamo stati accusati di essere spie: rappresentando per loro un pericolo, siamo quindi stati interrogati. Dall’interrogatorio e dai controlli effettuati il gruppo ha capito che non eravamo spie del regime e da quel momento ci è stato detto che non c’erano problemi con noi e che dovevamo fermarci solo fino al completamento dei controlli e al consiglio dei capi del gruppo, poi saremmo stati rilasciati. Da quel momento siamo anche stati trattati con rispetto: per quanto la privazione della libertà sia di per sé una brutta condizione, non ci è stato torto un capello, siamo stati nutriti e fatti riposare, c’è stata attenzione alle nostre necessità. I problemi che abbiamo avuto sono dipesi sempre dalle contingenze di essere comunque in una zona di guerra. Si può ben immaginare la paura e tutti i pensieri che passano per la testa.

Avete avuto la sensazione di essere stati abbandonati, o sono stati avviati dei contatti immediati per la liberazione? Come?

Non potevamo sapere quello che succedeva fuori dalla stanza nella quale siamo stati trattenuti, ma i nostri accompagnatori siriani sono stati liberati tre giorni dopo il nostro fermo, e da allora sono subito iniziate le trattative. Avevamo preparato minuziosamente la trasferta in modo che i nostri contatti fossero in grado di risalire ai posti dove operavamo e a quello che ci succedeva: la strategia ha funzionato. In aggiunta, va detto che l’Unità di crisi della Farnesina ha operato in modo egregio, mantenendo il silenzio stampa ma lasciando informate le nostre famiglie, mentre operava per la nostra liberazione. A tutti loro va tutta la nostra più grande riconoscenza.

C’è un’immagine che ti è rimasta impressa, o un episodio in particolare?

Mentre tornavo in auto verso il confine ho recuperato visivamente tutto quello che potevo, ferito dal non poter essere riuscito a vedere e documentare di più: nel finestrino dell’auto passavano villaggi, campi, montagne che avrebbero benissimo potuto essere quelle del mio paese natale. C’erano persone sotto tende improvvisate di case distrutte che sorridevano attorno ad una tavola e bambini che smettevano di giocare in strada per far passare la nostra auto che scappava di corsa.

Il lavoro di reporter può essere molto rischioso. Avrai ancora voglia di raccontare così da vicino queste guerre quasi dimenticate?

Ora, come ho detto all’inizio, ho voglia di riposarmi e stare con la mia famiglia: ho causato a tutti più dolore e preoccupazione di quanto dovessi. Quando sarà il momento ci ripenserò.

Ritornerai in Siria?

Per la risposta ti rimando al Blog di Amedeo. http://www.amedeoricucci.it/la-siria-e-il-mio-cuore/

Grazie Andrea, e in bocca al lupo per il futuro.

The following two tabs change content below.

Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
blog comments powered by Disqus