Intervista a Vannino Chiti, vicepresidente del Senato

22/02/2013 di Redazione

Vannino Chiti
Vannino Chiti, vicepresidente del Senato

In virtù della collaborazione tra Europinione e Cultura Democratica, vi proponiamo l’intervista al vice-presidente del Senato della Repubblica, Vannino Chiti, ad opera di Federico Castorina, Presidente dell’associazione.

I ‐ Riforme. L’Italia ha bisogno di un nuovo inizio. Per restituire un futuro al nostro Paese è necessario proporre un nuovo progetto di riforme che sia aperto, inclusivo, capace di parlare alla maggioranza degli italiani. Non voglio affrontare il tema delle alleanze ma quello dei contenuti. Quale sarà, nella prossima Legislatura, il compito delle forze riformiste ed europeiste del Paese?

L’obiettivo che la coalizione di centrosinistra si pone con la sua proposta di governo, è quello di una ricostruzione dell’Italia nelle fondamenta della convivenza civile: sobrietà e efficienza delle istituzioni, etica pubblica, certezza delle regole. Siamo aperti a collaborare con quelle forze politiche che condividano con noi la visione anti-populista e europeista.

Bisogna varare quelle riforme istituzionali di cui si parla da tanto tempo e che nella legislatura che si è conclusa non siamo riusciti ad approvare per responsabilità del Pdl che ha fatto saltare il provvedimento già approvato nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per interessi di parte: dimezzamento del numero dei parlamentari; differenziazione dei compiti di Camera e Senato; rafforzamento del governo parlamentare, anche attraverso l’introduzione della sfiducia costruttiva; costruzione di un federalismo responsabile e solidale; attuazione degli articoli 39 e 49 della Costituzione, così da dare inquadramento giuridico ai partiti e ai sindacati e assicurare trasparenza e meccanismi democratici al loro interno.

Alla riduzione del numero dei Parlamentari, vogliamo unire altre misure per assicurare maggiore sobrietà alle istituzioni: equiparare la retribuzione dei parlamentari a quella dei sindaci delle grandi città; portare a livelli equilibrati gli stipendi a tutti i livelli di governo nazionale e locale; superare l’attuale sistema delle province; varare una razionalizzazione delle società partecipate dalle amministrazioni locali, in modo da favorire economie di scala e da evitare sprechi e proliferazione di incarichi.

Infine, vogliamo ricostruire la certezza delle regole, elemento indispensabile anche per un buon funzionamento dell’economia. Bisogna rafforzare la normativa su corruzione, falso in bilancio, voto di scambio, autoriciclaggio, incandidabilità.

II ‐ Economia. La sfida per rilanciare lo sviluppo economico costituisce senza dubbio una priorità. In un Paese dove altissimi livelli di corruzione ed evasione fiscale sono accompagnati da un grande debito pubblico è difficile pensare a politiche di bilancio che non siano basate sull’austerity. Quale può essere il giusto equilibrio tra misure di rigore e incentivi alla crescita per un Paese come l’Italia?

Rigore e sviluppo devono procedere di pari passo. La politica conservatrice che ha dominato in Europa ha fallito: lo dimostrano le gravi difficoltà economiche che non stanno esentando nessuno in Europa, neppure la Germania.

Per recuperare risorse da destinare allo sviluppo, vogliamo mettere in campo una costante e attenta spending review, non tagli indiscriminati, e una seria lotta all’evasione fiscale. Il governo Monti ha lavorato su questo fronte, ma si può fare di più attraverso un minore uso del denaro contante, la tracciabilità dei pagamenti e l’incrocio della banche dati.

Questi sono i principali punti del nostro programma per rilanciare lo sviluppo: pagare i debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese, a cominciare da quei 48 miliardi che attendono da oltre un anno di essere saldati, attraverso anche l’emissione di titoli di Stato vincolati a questo scopo; varare un piano di piccole opere da 7,5 miliardi, a partire dalla messa in sicurezza del territorio, delle scuole e degli ospedali, da realizzare anche attraverso la modifica del patto di stabilità interno, così da consentire ai comuni con i bilanci in ordine di spendere i soldi che hanno in cassa; la riduzione della pressione fiscale sui lavoratori e sulle imprese; l’autocertificazione per snellire le procedure che oggi gravano su imprese e cittadini; nuove liberalizzazioni che rimuovano monopoli e posizioni dominanti. Insieme alle altre forze progressiste vogliamo poi cambiare l’Europa: le spese per investimenti in formazione, ricerca, infrastrutture devono essere tolte dai rigidi parametri di stabilità finanziaria.

III ‐ Lavoro. Noi giovani ci troviamo di fronte alla contraddizione di un mondo sindacale che difende strenuamente forme di tutela di cui coloro che non sono ancora entrati nel mercato del lavoro non potranno mai usufruire. Poiché le rigidità introdotte in epoche in cui i rapporti produttivi erano totalmente diversi si risolvono oggi in un incentivo per il datore di lavoro ad utilizzare le più disparate forme di precariato, non è preferibile acconsentire ad una maggiore flessibilità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato in cambio della rinuncia da parte degli imprenditori all’utilizzo di ogni altra tipologia contrattuale? La globalizzazione ha sancito il definitivo divorzio tra lavoro e diritti o è ancora possibile trovare un equilibrio tra flessibilità e sicurezza?

L’equilibrio è possibile e doveroso. La nostra proposta è quella di andare oltre la riforma Fornero. Sulla flessibilità in uscita e sull’articolo 18 si è già raggiunto un buon compromesso, che ricalca i migliori modelli europei. Non crediamo che si debba intervenire ancora: le imprese già così possono usufruire dei necessari spazi di azione. Invece, bisogna riorganizzare le forme di flessibilità in entrata, impedendo che diventino precarietà a vita, incentivare la stabilizzazione dei lavoratori, rendendo meno costoso dal punto di vista fiscale e contributivo il contratto a tempo indeterminato. Un’ora di lavoro stabile deve costare meno di un’ora di lavoro precario. In questo modo pensiamo di poter conciliare le esigenze di flessibilità in uscita e quelle di stabilità dei lavoratori. In ogni caso devono esserci politiche che unificano i diritti e privilegiano l’obiettivo dell’occupazione a tempo indeterminato.

IV ‐ Legalità. La criminalità organizzata, avvantaggiandosi della crisi economica, si è inserita nell’economia legale attraverso l’usura e il riciclaggio, rischiando di compromettere il tessuto sociale e imprenditoriale del Paese. Lo scioglimento di importanti comuni e le numerose richieste di autorizzazione all’arresto giunte in Parlamento, testimoniano inquietanti commistioni tra mafia e politica, sia al livello locale che nazionale. Come potrà lo Stato vincere la battaglia contro le mafie?

È prima di tutto indispensabile ricostruire un’etica pubblica condivisa, trovare un riferimento forte, tutti, a cominciare da chi ha responsabilità politiche, nella Costituzione, nei suoi valori, nell’insieme di diritti e doveri che contiene. Bisogna agire sul piano normativo rafforzando gli strumenti non solo di indagine e repressione, ma anche di prevenzione. È indispensabile una legge più severa contro la corruzione e come negli altri paesi il falso in bilancio deve tornare ad essere un reato. La lotta all’evasione fiscale, alla corruzione, allo spostamento illecito di capitali, è al tempo stesso una politica efficace contro le organizzazioni criminali, che ormai da anni operano come multinazionali d’affari.

All’azione compiuta dalle istituzioni e dalla magistratura deve continuare ad accompagnarsi la formazione, a partire dalle scuole. Fondamentali restano politiche per il diritto al lavoro e per un welfare che dia uguaglianza di opportunità di vita: la criminalità mette più facilmente le sue radici nei vuoti lasciati dalle istituzioni, dalla legalità e dalla giustizia.

V ‐ Europa. Il futuro dell’Italia è legato in modo indissolubile al futuro dell’Europa. La crisi dei debiti sovrani ha definitivamente compromesso il processo di integrazione europea o, al contrario, ha dimostrato la necessità di compiere un ulteriore passo verso gli Stati Uniti d’Europa?

La nostra scelta, senza sé e senza ma, è quella per gli Stati Uniti d’Europa. Nessun paese europeo da solo può essere tra i protagonisti del mondo nel XXI secolo: dobbiamo costruire una grande e forte democrazia sovranazionale. Nel federalismo europeo trova un senso il rinnovamento degli stati nazionali, un rinnovato ruolo di Regioni e Comuni. Al di fuori di questo orizzonte non esiste un futuro credibile di benessere e anche di democrazia reale.

Se il processo di integrazione avesse compiuto più passi avanti negli anni scorsi, oggi non ci troveremmo in questa difficile situazione. La crisi dell’euro e dei debiti sovrani – da cui è nata a cascata una drammatica crisi economica e sociale – nasce anche da un assetto non più adeguato, quello intergovernativo, all’interno del quale i singoli paesi pensano inevitabilmente più ai propri interessi che a quelli dell’Europa nel suo insieme. Se l’euro e i debiti sovrani avessero goduto di una garanzia comune e di una Banca Centrale forte come la Federal Reserve americana, la crisi finanziaria del 2011 sarebbe stata affrontata con più efficacia e possibilità di successo.

Le decisioni che avremmo dovuto assumere dopo la nascita dell’euro sono le stesse che se prese oggi possono rilanciare l’Europa: maggiori poteri alla Banca Centrale Europea – che deve esercitare a pieno titolo il controllo del sistema finanziario e la politica monetaria – istituzioni più forti e maggiormente democratiche, a partire dal Parlamento Europeo; politiche fiscali ed economiche comuni, almeno negli aspetti fondamentali. La Commissione dell’Unione Europea deve diventare prima possibile un governo federale, responsabile della politica estera, della difesa, dei grandi temi economici e ambientali. Le forze progressiste europee avanzeranno alle prossime elezioni del Parlamento Europeo, nel 2014, un candidato comune per la presidenza della Commissione.

VI ‐ Sicurezza. La sicurezza dei popoli e delle Nazioni non si costruisce più all’interno dei confini nazionali bensì nelle aree di crisi o laddove è più forte la presenza del terrorismo. Quale deve essere il ruolo dell’Italia e dell’Europa in Africa e in Medio Oriente ora che gli impegni strategici USA si stanno spostando verso l’area del Pacifico?

I paesi del nord Africa, così come la Siria, dove drammaticamente è ancora in atto una guerra civile, stanno decidendo del loro futuro passando attraverso rivoluzioni talvolta sanguinose. È un processo difficile, che in questi mesi ha subito anche delle battute d’arresto, con episodi anche drammatici. I delicati equilibri che a fatica si cerca di instaurare fra le diverse anime che hanno guidato le rivolte, ed i governi che si sono formati, decideranno anche del futuro del Mediterraneo e, inevitabilmente, condizioneranno l’avvenire dell’Europa.

Ciò che è accaduto in tutta l’area del Maghreb e del Medio Oriente, le violenze, gli scontri, gli omicidi politici sono impressionanti. Aree geograficamente prossime, sono attraversate da tensioni profonde. Non dobbiamo però ignorare il potenziale che si è manifestato in quelle piazze riempite soprattutto dai giovani.

L’Occidente, e in particolare l’Europa, hanno mostrato spesso la loro incertezza, oscillando tra la spinta istintiva ad appoggiare rivolgimenti democratici e il timore che la sovranità restituita ai cittadini potesse far vincere l’intolleranza, condurre a regimi autoritari. La cooperazione, rapporti di fiducia reciproca, favoriranno di fatto – senza bisogno di ingerenze dirette – le forze che in quei paesi sostengono la modernizzazione, la giustizia, una democrazia efficace, la laicità.

È necessario favorire scambi di conoscenze, forme concrete di collaborazione, così da sostenere il percorso di transizione democratica di questi Paesi.

Il Mediterraneo sarà sempre più affidato alla nostra responsabilità: gli Stati Uniti non vogliono né sono più in grado di esercitare una delega in nostro nome. L’Africa – e in primo luogo il Nord Africa – sono il primo banco di prova di un’Europa che non voglia essere “un nano politico”, che intenda cooperare per estendere diritti umani, sconfiggere il sottosviluppo, la distruzione dell’ambiente, i fondamentalismi e la violenza terroristica.

L’Europa deve uscire dal guscio in cui si è racchiusa. Serve il coraggio di una scelta storica: varare gradualmente le riforme necessarie per far nascere gli Stati Uniti d’Europa. Lo ribadisco: è questo, oggi, il compito delle forze progressiste.

VII ‐ Giovani. Molti giovani hanno perso ogni fiducia nella politica e nelle Istituzioni. Cultura Democratica sta promuovendo un percorso di informazione, formazione e partecipazione in cui le nuove generazioni abbiano l’opportunità di tornare ad essere protagoniste del dibattito pubblico nazionale ed europeo attraverso lo studio e l’elaborazione di proposte serie, costruttive e lungimiranti per il futuro del Paese. Quale consiglio vuole dare a tutti i giovani impegnati per costruire un’Italia migliore?

Voglio esortarli alla partecipazione. Se nella società tante cose non funzionano, se vengono mortificate le loro aspirazioni, la dignità personale, il diritto alle pari opportunità di vita per tutti, la soluzione non è la rassegnazione ma l’impegno diretto. I giovani devono prendere in mano il loro futuro, battersi per far valere le loro idee, le loro istanze di rinnovamento a tutti i livelli: dentro le associazioni, i partiti, i sindacati, i movimenti. Nei luoghi di lavoro come nella scuola o nelle istituzioni. È importante prendere consapevolezza della realtà, capire quali processi, quali cause sono alla base della situazione attuale che suscita, spesso giustamente, rabbia e proteste spontanee. Ma la rabbia e la protesta, per essere efficaci, devono saper diventare obiettivi di iniziative e proposte di governo.

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