Interventi sulle pensioni per pagare nuove pensioni

21/08/2014 di Federico Nascimben

Le ultime proposte di intervento sul settore hanno essenzialmente il fine di derogare alla disciplina vigente, tendendo invece ad escludere interventi di riduzione del debito pubblico o politiche attive per la ricerca di nuova occupazione

Renzi e Poletti

Nel bel mezzo del dibattito agostano si è tornati a parlare di pensioni e, anche dopo l’intervista del Ministro Poletti, di contributi di solidarietà, ricalcoli col metodo contributivo e prestiti pensionistici. Come sempre però, in Italia, il fine non è quello di ridurre la spesa/debito o incentivare politiche attive nella ricerca di nuova occupazione, ma di rimettere nuovamente in discussione la riforma Fornero, favorendo nuovi prepensionamenti. Il problema (come sempre, anche qui) è dato dalla scarsità di risorse.

Partiamo dando un quadro generale. Secondo il rapporto annuale dell’INPS per l’anno 2013, in Italia vi sono 15,8 milioni di pensionati che beneficiano di 21 milioni di trattamenti pensionistici (17,3 milioni, pari all’83%, di natura previdenziale e 3,7 milioni, pari al 17%, di natura assistenziale). La spesa complessiva lorda equivale a 277 miliardi, il ché ci porta ad un rapporto tra spesa pensionistica e PIL del 16,3% (sarebbe stato al 18% senza la riforma Fornero), mentre prima della crisi equivaleva al 14%. Com’è possibile vedere da alcuni grafici forniti da Carlo Stagnaro, siamo i primi in Europa sia per quanto riguarda l’appena sopracitato, che per rapporto tra spesa pensionistica e spesa sociale – che quindi appare eccessivamente sproporzionata a sfavore di strumenti a sostegno di perdita occupazionale.

Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro.
Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro.

Analizzando le cifre più in dettaglio, 6,8 milioni di pensionati (pari al 43% del totale) ricevono meno di 1.000 euro lordi di pensione ogni mese; mentre 2,1 milioni di persone (13,4%) ricevono meno di 500 euro. Sono invece circa 1,2 milioni (7,8%) i pensionati che ricevono più di 2.500 euro (per un esborso INPS pari a 58 miliardi). Esulando un attimo dal discorso, a testimonianza della situazione estremamente difficile, è interessante sottolineare come “quasi 1,5 milioni sono stati nel solo 2013 i beneficiari di trattamenti connessi alla perdita del lavoro ed alla disoccupazione. Tra il 2012 ed il 2013, è stato di oltre 54 mila unità il saldo negativo delle aziende e le posizioni lavorative sono diminuite di quasi 500 mila unità“.

Alcune importanti precisazioni, riguardo a quanto accennato in apertura, sono state fatte dal prof. Brambilla sul Corriere (il quale però utilizza dati leggermente diversi riferiti al 2012, si presume):

– Il 98% delle pensioni erogate oggi sono retributive;

– Il calcolo per l’applicazione del contributo di solidarietà sulla differenza tra una pensione calcolata con il retributivo ed una con il contributivo è “a volte impossibile (soprattutto per le contribuzioni ante 1980 e per le categorie agricole e autonomi)” oppure di “difficile realizzazione per il semplice fatto che per molte categorie mancano estratti conti contributivi corretti come per i dipendenti pubblici, che peraltro hanno le prestazioni di gran lunga più generose“.

– Messo anche caso che l’INPS riuscisse effettivamente a fare questo calcolo, su 23,4 milioni di prestazioni pensionistiche che vanno a 16,5 milioni di pensionati (1,39 a testa in media), “si scoprirebbe che non solo il metodo retributivo ma l’intero sistema pensionistico è per gran parte assistenziale“. Questo perché, con le opportune differenze, tutte le pensioni hanno un importo superiore rispetto a quello che deriverebbe dal calcolo effettivo del montante contributivo, “a causa del metodo di calcolo retributivo (di Brodoliniana memoria) che incentivava a evadere i contributi, tanto contavano solo gli ultimi 1 (per i pubblici), 5 o 10 anni“. Per tutte queste pensioni, al di sotto di un importo che varia di categoria in categoria c’è un contributo della GIAS (Gestione Interventi ASsistenziali, a carico della fiscalità generale, ovviamente). Da ciò se ne deduce che, anche “trascurando i quasi 2 milioni di assegni di accompagnamento (che sarebbe utile verificare), su 16,561 milioni di pensionati quasi 6 milioni (il 36%) hanno pensioni integrate o con maggiorazioni sociali il che significa che in 65 anni di vita non sono riusciti a versare almeno 15 annualità complete di contributi (e quindi non hanno pagato neppure le tasse) e ciò in virtù del metodo retributivo e delle promesse dei vari governi“.

Sempre secondo Brambilla, la riprova che il nostro sia un modello assistenziale la si rinviene negli 83,6 miliardi a carico dei contribuenti, pari al 30% della spesa pensionistica (274 miliardi) per il 2012. Ad ulteriore riconferma vi sono, inoltre, quelle 8,6 milioni di prestazioni pensionistiche di natura assistenziale (divise fra “integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, assegni e pensioni sociali, pensioni di invalidità e di guerra“) di cui beneficiano il 52% dei pensionati, esenti quindi dal pagamento IRPEF; mentre “è plausibile stimare che circa il 50% dell’Irpef totale sulle pensioni (46 miliardi) pesi su meno di 2 milioni di pensionati con importi medi superiori a 30.000 euro lordi l’anno“. Questo porta all’amara conclusione che il nostro è un “Paese dove tra pensioni assistenziali e maggiorazioni sociali e invalidità civili la metà dei pensionati è assistita dallo Stato come se il nostro Paese fosse uscito da una guerra o da una catastrofe“.

Cercando di evitare ulteriori formulazioni che vedrebbero altre bocciature giuridiche – secondo il professore -, la proposta più equa sarebbe quella che vedrebbe “l’applicazione di un contributo di solidarietà su tutte le pensioni retributive che cresce in modo proporzionale all’entità della prestazione; esempio fino a 700 euro al mese lordi 0,5% cioè 3,5 euro al mese ( tre caffè ) e poi in progressione fino a un 8%; per poi accelerare sulle pensioni tipo Banca d’Italia, fondi speciali e vitalizi di consiglieri regionali e parlamentari ancor più generosi del metodo retributivo“.

Riprendendo il ragionamento fatto all’inizio, se per Brambilla questi 6 miliardi di ricavo dovrebbero andare a riduzione del debito pubblico per ripagare le generazioni più giovani di una riforma Dini che nel 1995 fece salvi chi aveva più di 18 anni di contributi e che non vede più, oggi, né qualsiasi integrazione al minimo da parte dello Stato, né alcuna maggiorazione sociale; per buona parte dei proponenti, invece, tali interventi sulle pensioni dovrebbero andare a favorire nuovi pensionamenti, in deroga alla legge Fornero.

Tale impostazione si deve anzitutto ad un continuo ampliamento del concetto di esodati; spiega infatti Ichino (si veda qui e qui) che i provvedimenti di “salvaguardia” emanati tra il 2011 e il 2012 hanno risolto pienamente tale problema, venutosi a creare dopo la riforma, dato che con l’utilizzo dell’espressione, inizialmente si intendevanole persone che hanno perso il posto in conseguenza di procedure di mobilità o di accordi individuali o collettivi di “incentivazione all’esodo” conclusi prima della riforma del dicembre 2011, con prospettiva di raggiungimento dei requisiti per il pensionamento secondo la vecchia disciplina entro il 2012, il 2013, o il 2014, o anche entro il 2015 o il 2016 quando siano stati attivati i “Fondi di Solidarietà” categoriali (come quello istituito per il settore bancario)“. Gli interventi successivi sono andati piuttosto a coprire persone che si trovavano in situazioni diverse, persone cioè che “hanno perso il posto di lavoro senza ritrovarne un altro a tempo indeterminato negli anni della crisi, fra il 2007 e il 2011, con raggiungimento dei requisiti per il pensionamento secondo la vecchia disciplina entro il 2014 (cioè entro tre anni dalla riforma). Quando si parla del problema “esodati”, oggi, si parla di casi diversi da tutti questi, che si possono indicare con l’espressione cinquantenni e sessantenni disoccupati“.

Ancora una volta, quindi, l’Italia si dimostra un Paese per vecchi.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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