Intercettazioni Renzi-Adinolfi: è giusto divulgarle?

15/07/2015 di Ludovico Martocchia

Pubblicata una conversazione telefonica di Renzi, la sua rilevanza penale? Probabilmente nessuna. La sua utilità? Di alcun tipo. Il giornalismo italiano non ha scrupoli deontologici.

Renzi intercettazioni

Renzi beccato. Esultano i vari oppositori. Il fiorentino tramava tutto, ancor prima dell’#enricostaisereno, ancor prima del patto del Nazareno. E giù con le critiche: uno scandalo, inammissibile, dimissioni. Nel frattempo il Fatto Quotidiano fa bingo, è il primo a pubblicare in esclusiva le intercettazioni tra il segretario del Partito democratico – non ancora a Palazzo Chigi – e il comandante interregionale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi. Nel gennaio del 2014, ad un mese dalla nomina a Presidente del Consiglio e dalla pugnalata a Enrico Letta, Renzi parla di un Capo del Governo “incapace”, uno che “non è cattivo”, “il nostro amico”. Sarebbe stata l’ora di “un rimpastone”, poi però abbiamo visto come è andata.

E allora? Il segretario del Partito di governo non può esprimere in privato un giudizio sul premier? Di scandaloso nelle frasi di Renzi c’è poco. Sarebbe infantile pensare che il Rottamatore non abbia mai avuto l’ambizione di diventare Presidente del Consiglio. Anzi è sempre stato il suo obiettivo primario, certamente non palese ma neanche troppo nascosto. Renzi ha costantemente espresso, in tutte le sue campagne elettorali, la volontà di cambiamento che voleva imprimere all’Italia. Ebbene, ciò non sarebbe stato possibile se non dalla poltrona più alta della politica italiana, non da quella del Comune di Firenze. Ovvio, si può discutere dei metodi non consoni, da Prima Repubblica, attraverso i quali ha spodestato Letta, ma non ci si può stupire sulla base di queste telefonate.

Ognuno può esprimere il suo parere sull’operato di Renzi, sulle frasi che ha voluto destinare al suo ex compagno di partito. Si può dire “per me ha sbagliato”, come anche “concordo, avrei ripetuto le stesse identiche parole”. Ma affermare che il comportamento del fiorentino sia stato inammissibile appare certamente fuori luogo. Nel privato, a livello confidenziale – ripetiamo per afferrare il concetto – chiunque può affermare ciò che vuole, che sia il papa, l’allenatore della nazionale, la regina d’Inghilterra o il segretario del Pd (almeno secondo la convinzione di chi scrive). Il problema non è nell’intercettazione in sé, ma nella sua divulgazione. Perché pubblicare conversazioni che non hanno nessuna rilevanza giudiziaria? La privacy, in Italia, sta diventando un qualcosa di oscuro che solo in pochi ormai possiedono. Continuando a svelare intercettazioni inutili, si fa il gioco dei garantisti senza limiti, dei berlusconiani della prima ora o di coloro che sostengono che Tangentopoli sia stata una finzione. Si dà un’arma in più a chi vuole ridurre i poteri della magistratura perché si sente minacciato.

I giudici e i procuratori dovrebbero avere tutto il diritto di intercettare chi vogliono, facendo gli interessi dei cittadini. Allo stesso tempo, non ha senso divulgare la totalità del contenuto delle telefonate, e qui la colpa è di un certo giornalismo, sorretto da un codice deontologico che nessuno rispetta. Bisogna saper fare ogni tanto anche discorsi realisti, evitando moralismi o quant’altro. Che senso avrebbero i mutamenti politici se fossero tutti alla luce del sole? Immaginate un summit europeo in streaming. Si potrebbe applaudire a prima vista, finalmente una vera trasparenza sarebbe possibile. Ma che decisioni reali verrebbero prese? Probabilmente nessuna, tutti i partecipanti penserebbero di più alle telecamere che al risultato dell’incontro. Non è un’idea fantascientifica, è successo in Italia con le consultazioni tra Bersani e il MoVimento 5 Stelle. Lo streaming, infatti, non ha portato a nulla, è sembrata una farsa ancora peggio di un colloquio a porte chiuse. Stessa cosa vale con le intercettazioni: libertà ai magistrati di agire secondo la loro volontà, restrizione ai giornalisti di pubblicare tutte le conversazioni – sarebbe un doppio colpo: garantire la giustizia per i cittadini, garantire la privacy, distrutta dalla divulgazione di frasi irrilevanti dal punto di vista penale.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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