Insultare su Facebook è diffamazione

23/03/2016 di Marco Bruno

La suprema corte della Cassazione pone sullo stesso piano la carta stampata alla bacheca di Facebook, almeno per ciò che riguarda la diffusione di messaggi offensivi.

Nel caso in questione, deciso poche settimane fa, il caso toccava da vicino il presidente della Croce Rossa italiana, Francesco Rocca, nel periodo in cui ricopriva il ruolo di commissario straordinario dello stesso ente. Rocca, nel 2010 era stato attaccato da un componente in congedo del corpo militare della Croce Rossa. Il caso è stato individuato come diffamazione aggravata a mezzo stampa. La motivazione della sentenza esposta dalla Quinta Sezione Penale espone così: “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso della bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata poiché ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone”.

Così facendo, la Cassazione impone una svolta nell’ambito del discusso mondo delle offese sui social. Condanna l’autore delle offese (“verme” e “parassita” le espressioni utilizzate) ad una multa di 1500 euro. Il processo, che si è svolto con rito abbreviato, ha visto la difesa di Rocca improntata non solo sulle offese riguardanti scelte e iniziative adottate in virtù del suo lavoro alla guida dell’ente, ma anche alcuni epiteti che andavano oltre questo limite. Secondo la Cassazione, queste offese sono “lesive della reputazione”.

Ma la questione, dal punto di vista normativo, è tutt’altro che semplice. La norma di riferimento, in tal senso, è eccessivamente generica e ci si riferisce al cd.”Codice della privacy”risalente al 2003, ovvero un periodo in cui i social non esistevano neppure. Chiaramente, nel corso del tempo, il codice è stato rivisto ed affiancato da leggi speciali che si sono occupate del tema in questione. Sulla sua applicazione vigila un apposito organo, il Garante della privacy. Il codice tutela il diritto del singolo sui propri dati personali e al trattamento degli stessi. Lo scopo principale è quello di evitare che il trattamento dei dati personali avvenga senza il consenso del soggetto interessato, e di garantire allo stesso la possibilità di accedere a tutte le informazioni riguardanti la sua persona detenute da terzi. In caso di lesione di questi diritti, ci si può rivolgere al Garante, che garantisce una procedura più rapida e con costi contenuti rispetto al normale giudizio civile.

Tuttavia, dato lo sviluppo dei social network e in generale, il rischio sempre maggiore per la nostra privacy, la discussione ha travalicato i confini nazionali ed è giunta sino all’Unione Europea. Nel dicembre scorso, la Commissione Europea ha proposto un testo unico che andrebbe a rendere identiche tra di loro le discipline degli Stati membri. Elemento fondamentale di questo testo è la presenza di un regolamento, che non solo istituisce un’unica autorità di vigilanza europea, ma soprattutto introduce il diritto all’oblio. Questo termine, che negli ultimi anni è divenuto sempre più noto, costituisce il diritto a non diffondere, senza particolari motivi, precedenti pregiudizievoli dell’onore nei motori di ricerca e nei social network. La società tecnologica in cui viviamo oggi impone alla legge di adeguarsi ai tempi che corrono ben più rapidi della legislazione, ma l’obbligo è quello di introdurre nuove regole che possano permetterci di stare più sicuri nell’utilizzo del web, ormai divenuto uno strumento indispensabile.

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Nato a Sant'Agata di Militello (ME) il 26/02/1994. Diplomato al liceo scientifico, attualmente studio giurisprudenza presso la Luiss Guido Carli. Appassionato di musica, serie televisive e sport, spero in un mondo dove a prevalere sia l'eguaglianza
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