I costi economici dell’instabilità politica

04/03/2013 di Federico Nascimben

Tralasciamo per un attimo il toto nomi su Governo e Presidente della Repubblica e badiamo alla sostanza: le Camere sono sciolte dal 22 dicembre 2012, in altri termini la nave Italia è senza qualcuno che regga saldamente il timone da quasi due mesi e mezzo. Molto probabilmente ci vorranno ancora settimane per la formazione del nuovo esecutivo, vista anche la concomitanza con l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Se non si trovasse nessuna soluzione torneremmo alle urne fra alcuni mesi, in piena estate. Non si può vivere di sola campagna elettorale, l’instabilità e l’ingovernabilità hanno un costo sociale ed economico molto alto, soprattutto per un Paese come il nostro, saldamente inserito in un contesto comunitario ed internazionale.

Il rischio che si profila dietro l’angolo è quello di rivivere la “calda estate” del 2011. Rischiamo di vanificare tutti gli sforzi fatti nei tredici mesi di Governo Monti, ma con uno scenario internazionale ancora peggiore e con i fondamentali della nostra economia in una situazione di crisi ancora più profonda. Basti pensare agli ultimi dati diffusi pochi giorni fa dall’ISTAT: il debito pubblico a fine 2012 è arrivato al 127% del prodotto, il PIL è calato del 2% negli ultimi due anni ed i consumi sono diminuiti di oltre il 4% nello stesso periodo, il livello di disoccupazione generale sfiora il 12% (mentre quella giovanile è quasi al 40%) e la pressione fiscale è giunta al 44%. Cifre davvero pesanti.

Instabilità del governo e crisi economicaUn ventennio fatto di bassa crescita e alto debito presenta un conto molto salato da pagare. E quel conto ci viene richiesto ogni volta che ci presentiamo sul mercato a chiedere un rifinanziamento delle nostre obbligazioni statali. Il grosso problema è rappresentato dalle scadenze e dalla quantità di queste. Se tra agosto e dicembre 2011 giungevano a scadenza 130 miliardi di titoli di debito sovrano (di cui poco meno della metà si concentrava a settembre, fonte Banca d’Italia), oggi, con circa 340 miliardi di euro di titoli in scadenza di qui alla fine dell’anno (secondo il sito del Dipartimento del Tesoro), rischiamo di ritrovarci nella stessa situazione soprattutto a causa del lungo stallo politico che sembra profilarsi.

Stallo equivale ad incertezza, e l’incertezza equivale ad alti tassi di interesse per finanziare quegli oltre 2 mila miliardi di debito pubblico che abbiamo accumulato nel tempo. La situazione rischia quindi di diventare nuovamente insostenibile, specie per un Paese come il nostro che ha solo da poco avviato un lunghissimo processo di riforma e di risanamento delle proprie finanze.

Se la situazione italiana è così difficile la colpa è solo nostra, è ora che se ne prenda atto. Spero che davvero le conseguenze del voto del 24-25 febbraio non siano quelle individuate da Michele Boldrin poco dopo la chiusura delle urne, e cioè che “con queste elezioni l’Italia ha scelto come Presidente del Consiglio Mario Draghi”. Ma per evitare tutto questo occorre che si verifichino due eventi: un Governo che continui sul cammino delle riforme strutturali, supportato da un ampio (e consapevole) consenso sulle misure necessarie per il Paese. Purtroppo però – come sempre – i tempi e le strategie della stragrande maggioranza delle forze politiche, non sembrano andare in questa direzione.

Molti di coloro che hanno le mani sul timone della nave “Italia” dovrebbero dare una sbirciata ad un libro che Keynes scrisse nel 1919, intitolato “le conseguenze economiche della pace” – dove oggi per “pace” possiamo intendere l’instabilità politica unita ad una certa mentalità italiana restia al cambiamento -, per capire che buona parte della cura che ci viene propinata rischia di essere peggiore della (grave) malattia di cui soffriamo da troppo tempo.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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