L’insostenibile pesantezza del debito greco

16/07/2015 di Federico Nascimben

Secondo un documento del Fmi il debito pubblico greco è diventato "altamente insostenibile", soprattutto a causa degli eventi occorsi nelle ultime due settimane. La cecità dell'Eurozona, invece, mette una pesante pietra sopra il progetto di integrazione come storicamente inteso

Per la seconda volta nel giro di due settimane è “trapelato” un documento del Fondo monetario internazionale (Fmi) riguardante l’insostenibilità del debito pubblico greco; così come nel precedente, viene messo per iscritto che occorrono misure che vadano “ben al di là di quanto concordato finora con l’Eurogruppo”. Ma un haircut, cioè un taglio del valore nominale, è stato esplicitamente escluso dallo statement finale dell’Euro Summit di domenica 12 luglio. Il Fmi perciò propone nuovamente, in alternativa, un “profondo riscadenziamento” dei rimborsi a cui si deve aggiungere un periodo trentennale (rispetto agli attuali 10 anni) in cui Atene non paghi interessi (c.d. periodo di grazia)

Nelle ultime due settimane, infatti, a causa della chiusura delle banche e del blocco imposto ai movimenti di capitale, l’economia e gli istituti di credito hanno subito danni incalcolabili. Il Fondo ha perciò rivisto ulteriormente negativamente le previsioni sul debito del Paese: dal 180% del 2015 al 200% del 2018 e al 170% del 2022, mentre nell’ultimo rapporto sulla Grecia il debito era visto al 142% nel 2022. I capitali di cui necessitano le banche, infine, sarebbero superiori rispetto ai 25 miliardi previsti nel terzo piano di salvataggio.

Il primo ministro francese, Manuel Valls, ha dichiarato che i Paesi dell’Eurozona effettueranno un riscadenziamento del debito greco, allungandone i tempi di rimborso; anche secondo il portavoce del ministro delle Finanze tedesco,  Martin Jaeger, “tecnicamente esiste questa possibilità”; per il premier inglese, David Cameron, “il principio che ci dev’essere l’alleggerimento del debito è giusto”. Dichiarazioni che hanno portato la direttrice generale del Fmi, Christine Lagarde, a dire, nel corso di un’intervista alla Cnn ieri sera: “ho qualche speranza, perché non più di un paio di ore fa ho captato qualche segnale positivo nei confronti del principio della ristrutturazione del debito. […] Ciò che abbiamo detto loro è che non importa che forma abbia… Ma va trovato il modo di alleggerire l’onere e consentire al paese di dimostrare che può tornare su una strada sostenibile”; mentre un condono o un haircut “non sono all’ordine del giorno, sul piano politico”.

Indubbiamente, la non velata moral suasion effettuata dagli Stati Uniti tramite il ministro del Tesoro, Jack Lew, e il proprio Presidente, Barack Obama, ha contribuito fortemente alla “fuoriuscita” dei due documenti del Fmi.

Ciò che invece si fa fatica a capire è l’intransigenza dei Paesi dell’Eurozona e dell’Eurogruppo, tradottasi nell’accordo trovato alle 6:00 del mattino di lunedì 13 luglio. Nonostante l’evidenza che si stesse trattando con un Paese di fatto fallito, la cecità ha prodotto un nuovo Piano con pretese fortemente contabilistiche basate su avanzi primari (cioè con entrate maggiori rispetto alle uscite al netto degli interessi) che facilitano effetti avvitamento, e attraverso pretese che hanno il non velato fine di portare ad un Governo di unità nazionale ad Atene.

Soprattutto, i Paesi dell’Eurozona riuniti a Bruxelles hanno firmato la fine del processo di integrazione europea come storicamente inteso, e preparato la strada verso un lento e continuo processo di regressione, visto che le esigenze legate a questioni di politica interna hanno sempre e costantemente la meglio. Un esempio: che senso ha discutere apertamente di un’uscita temporanea della Grecia dall’euro, sulla base del progetto portato dal ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schauble, quando nei trattati (e nelle parole delle Istituzioni) è sempre stata sancita l’irreversibilità della moneta unica, mentre si mette per iscritto che un taglio del valore nominale non è possibile proprio perché “non è previsto dai trattati”. Se si muove un ragionamento basato solamente su ragioni giuridiche è evidente la disparità di trattamento, prescindendo dagli effetti domino delle due misure.

“L’Europa sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per tali crisi”, scriveva uno dei padri fondatori del progetto europeo, Jean Monnet. Sarebbe ora di sedersi ad un tavolo e capire se vogliamo tornare agli Stati-nazione, alla fase pre-moneta unica o puntare agli Stati Uniti d’Europa.

Allo stato attuale l’ultima opzione è sostanzialmente esclusa.

P.S.: Nella notte fra mercoledì 15 luglio e giovedì 16, il Parlamento greco ha approvato con 224 sì, 64 no e 6 astenuti le misure “concordate” da Tsipras con la Ue lunedì mattina. Il principale partito governativo, Syriza, si è spaccato; il viceministro dell’Economia, Nadia Valavani, si è dimesso, così come il segretario generale del Ministero dell’Economia, Manos Manousaki. Inoltre, 109 membri del comitato centrale di Syriza su 201 si sono detti contrari all’accordo.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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