L’insostenibile fragilità del calcio italiano

17/10/2015 di Luca Andrea Palmieri

Si sa, nel mondo del calcio il denaro è essenziale. In Italia, questa verità è profondamente degenerata. Infront ormai ha le mani su tutto, dai diritti tv alla collocazione commerciale della maggioranza delle squadre. Arrivando a poter dire la sua sulla Presidenza Federale e sulle sue scelte. Segnali inquietanti per un pallone italiano decisamente troppo fragile

Dove gira molto denaro, si sa, girano molti interessi. Capita, piuttosto spesso, che questi non siano leciti, e che chi cerchi un guadagno sia pronto ad utilizzare qualsiasi mezzo per ottenere il suo guadagno, anche a costo di danneggiare gli altri o persino il sistema in cui cerca di creare il proprio sostentamento, a volte in maniera irreversibile.

Il mondo del calcio non fa eccezione in questo senso, soprattutto da quando la televisione ha permesso la globalizzazione di quello che, di fatto, è il più seguito intrattenimento al mondo. Intorno alla televisione girano i più importanti interessi nel mondo del pallone. La Premier League, il principale campionato inglese, incasserà qualcosa come 7,5 miliardi di euro per la trasmissione delle sue partite nei prossimi tre anni in tutto il mondo: secondo solo, a livello mondiale alla NFL americana. Soldi che, grazie a un sistema di redistribuzione piuttosto equo, vanno finire nelle tasche di tutti i club, compresi i meno noti, il cui bacino di utenza è evidentemente inferiore. Ma il calcio non è solo questo. Le grandi società – o più in generale le meglio organizzate – riescono a differenziare i propri profitti con altre voci di bilancio, come quelle relative al merchandising (che, per le squadre più note come Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco o le corazzate inglesi come Manchester United, City, Chelsea, Arsenal, etc., si riflettono su un mercato mondiale), e agli stadi di proprietà, oltre alla preparazione e vendita di giovani calciatori di livello internazionale.

Tutto questo però nel nostro paese non succede. In Italia il calcio resta sempre estremamente importante. Non è solo lo sport più seguito, ma anche un fattore di aggregazione eccezionale (la nazionale italiana è il simbolo più sentito dell’identità comune nel nostro paese: un elemento che dovrebbe far riflettere). Milioni tifosi vogliono poter seguire le partite della loro squadra del cuore, e non solo. Nel mercato internazionale per quanto il nostro campionato sia meno attrattivo oggi di quello inglese, marchi storici del nostro calcio come Milan, Inter, Juventus, Roma, Napoli (e non solo) sono ancora importanti. Eppure il calcio italiano viene da anni di crisi profonda, e sembrava sulla buona strada per sprofondare nell’anonimato.

Il problema sta proprio nell’assenza di investimenti che andassero oltre i diritti televisivi. La cronica mancanza di lungimiranza imprenditoriale del nostro paese ha fatto sì che, quando i soldi giravano, i presidenti delle nostre squadre preferissero investire milioni in campioni affermati per ottenere risultati immediati piuttosto che investire nel futuro. Risultato: negli anni ’90 e nei primi duemila le squadre italiane dominavano il calcio mondiale, ora sono delle comprimarie. E non ci si lasci ingannare dall’ottimo risultato della Juventus nella scorsa stagione, con la squadra torinese finalista dell’ultima Champions League: quello è proprio il frutto degli sforzi dell’unica squadra, fino ad oggi, che ha iniziato a ragionare in maniera diversa, aiutata dalla sostanziale assenza di avversari interni dovuta ai netti ritardi con cui le altre squadre hanno iniziato a muoversi.

A salvare il nostro calcio, a permettergli di riprendersi e di mantenere un buon livello di competitività internazionale, è stata proprio la televisione, che però è diventata sua fondamentale dominatrice, signora e padrona che ne decide il destino grazie alla pioggia di denaro che ne è unica fonte di sostentamento. Quel che è successo negli ultimi giorni, o, per estensione, negli ultimi anni, ne è la perfetta dimostrazione. Il management di Infront, la società che si occupa dell’assegnazione dei diritti televisivi del campionato italiano alle principali reti – in particolare Mediaset e Sky – è indagato per turbativa d’asta: si presuppone abbia favorito Mediaset per l’assegnazione dei diritti televisivi per i prossimi tre anni. Un affare da quasi un miliardo di euro. Cifra non superata proprio per la suddetta turbativa. Secondo il regolare andamento delle offerte la Lega Calcio avrebbe ottenuto poco meno di 1,1 miliardi. Salvo poi, dopo diverse trattative per rimettere Mediaset in gioco, trovarsi ad ottenere 944 milioni, meno dei 956 della base d’asta. Com’è possibile? E’ proprio quello che la Guardia di Finanza sta cercando di capire.

Si dirà: almeno quest’accordo ha permesso a quasi tutti gli utenti delle pay-tv di vedere la propria squadra del cuore. Può anche esser vero, ma a perderci, in questa situazione, è tutto il calcio italiano. Perché Infront è un colosso le cui redini vanno ben oltre la gestione dei diritti tv: quasi tutte le squadre, salvo Roma e Juventus, hanno contratti commerciali per la gestione di vari settori di promozione con la società svizzera – nella cui proprietà spicca anche un nome celebre come quello del figlio di Sepp Blatter, il presidente della FIFA ora sospeso dopo le indagini che lo hanno colpito nell’ultimo anno. La società pare avere anche un ruolo nella rinascita del Bari – bacino d’utenza importante – guidata dall’ex arbitro Gianluca Paparesta. Soprattutto, questi collegamenti arrivano fino all’elezione alla presidenza della FIGC di Carlo Tavecchio, con l’aiuto del presidente della Lazio, ma anche della Salernitana in serie B, Claudio Lotito. Anche lui indagato dopo la famosa telefonata con il DG dell’Ischia (Lega Pro), che mostrò la tutt’altro che trasparente costruzione degli interessi intorno alla candidatura dello stesso Tavecchio.

Questa dirigenza è quella che di fatto blocca il calcio italiano. Quella che scoraggia gli investimenti in nuovi stati di proprietà. Gli unici sono il Mapei Stadium di Reggio, in cui gioca il Sassuolo, il nuovo Friuli di Udine e lo Juventus Stadium: in particolare già si vede quest’ultimo quanto ha aiutato nel rilancio economico e sportivo della squadra bianconera. Intanto Roma, Fiorentina e Napoli cercano di sopravvivere ai mostri politico-burocratici che rendono un’impresa i loro tentativi di rilancio: si è mai sentita una presa di posizione della Lega a loro favore? E’ lo stesso gruppo che impedisce la costituzione delle Squadre B, riconosciute da varie parti come fattore essenziale di rilancio dei vivai delle grandi squadre. Il loro fine è quello di costruire giocatori già pronti a giocare ad alto livello, abituati al modulo della squadra madre, senza essere vittime della svalutazione personale che spesso causano i prestiti o dover vegetare nella bassa competitività del campionato Primavera. E non è un caso che proprio Lotito preferisca avere la sua seconda squadra a Salerno: una città di oltre 100 mila abitanti che non ha alcuna speranza, in questo modo, di vedere la serie A. Chissà cosa ne pensano i suoi tifosi.

Il problema principale è che il calcio italiano rischia di rimanere, per quanto mediamente ricco e competitivo, fondamentalmente sottosviluppato. Costretto a dover sottostare a un sistema che ne limita la meritocrazia, ergo lo sviluppo. Non è un caso poi che un Lotito si auguri che Carpi e Frosinone restino in serie B. Chissà cosa ne penserebbero, succedesse nei loro paesi, i tifosi del Bournemouth, dell’Eibar o del Darmstadt. L’idea è che resti in auge chi ha alle sue spalle i migliori sponsor. Alla faccia di chi fa programmazione, di chi ha idee nuove, di chi crea qualcosa che potrebbe, qualora tutti partissero alla pari, andare lontano. Quando Tavecchio dice che la procura farebbe bene a non occuparsi dei diritti televisivi nel mondo del calcio, visto che sono l’unico mezzo di sostentamento del pallone italiano, dice una cosa di una gravità inaudita. In pratica il concetto è che il calcio ha un padrone, e non sono i tifosi. E che deve essere lasciato fare, perché è così che funziona e alternative non ve ne sono. Se fosse davvero così, poveri noi appassionati, costretti a disaffezionarci nel tempo a uno spettacolo sempre più finto.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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