Insomma, di qui al 2018 non pagheremo più tasse

23/07/2015 di Federico Nascimben

Le infinite perplessità che giacciono dietro alla "rivoluzione copernicana" sulle tasse annunciata da Renzi fra deficit aggiuntivo, impegni di spesa già assunti e clausole di salvaguardia

Come noto, sabato scorso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per ridare smalto al suo esecutivo in difficoltà ha annunciato una “rivoluzione copernicana” sulle tasse, anche se la notizia è stata accolta piuttosto tiepidamente, visti i precedenti a cui i contribuenti sono abituati.

Secondo Renzi, nel 2016 verrà eliminata “la tassa sulla prima casa, l’Imu agricola e la tassa sugli imbullonati», nel 2017 “ci sarà un intervento Ires e Irap” e nel 2018 “interventi su scaglioni Irpef e pensioni”. Promesse ribadite nel corso di un’intervista al Tg2 domenica passata, con la precisazione che “è un piano che stiamo studiando da almeno sei mesi”, e che soprattutto “se le riforme vanno avanti saremo in condizione di abbassare di 50 miliardi in 5 anni le tasse agli italiani [che tengono conto del 2014 e del 2015, ndr]”. Mentre per il piano triennale i conti andavano dai 35 ai 45 miliardi.

Premesso che è difficile capire cosa intenda esattamente Renzi con queste cifre, per finanziare tali misure vi sono tre modi: aumentare altre tasse, tagliare la spesa pubblica o fare deficit aggiuntivo (il quarto sarebbe la crescita economia). Di certo sappiamo che il rispetto dei parametri di Maastricht più volte ribadito sottintende il rapporto deficit/Pil al 3%, cioè all’utilizzo di tutti i margini residuali rispetto al programmatico contenuto nel Def (1,8% nel 2016 e 0,8% nel 2017). Anche se troppo spesso si “dimentica” che l’Europa “ci chiede” il pareggio strutturale di bilancio, ovvero il c.d. obiettivo di medio termine su cui l’Italia l’anno scorso ha ottenuto uno sconto di quattro decimi, dopo messi di lotta per la “flessibilità”.

In teoria, di sicuro – stando alle parole pronunciate in un’intervista al Corriere dal consigliere economico del presidente del Consiglio, Yoram Gutgeld – ci sono anche i famigerati “tagli alla spesa pubblica: 10 miliardi nel 2016, che aumenteranno negli anni successivi”, fra i quali probabilmente si intendono anche i tagli al sistema di tax expenditures, che andando ad allargare la base imponibile, però, significano maggiori entrate per lo Stato. Gutgeld nell’intervista suggerisce anche che, in secondo luogo, ulteriori risorse per tagliare le tasse verranno trovate dalla crescita aggiuntiva causata proprio dal taglio delle tasse: cosa che, gioco di parole a parte, sembra abbastanza bizzarra, dato che si tratta di una sorta di profezia che si auto avvera. In terzo luogo, il consigliere economico conferma che verrà utilizzato tutto lo spazio fra deficit programmatico contenuto nel Def e il famoso 3%, sebbene quei numeri siano notoriamente scritti sull’acqua.

Infine, è interessante notare come per una sorta di legge del contrappasso sarà lo stesso Gutgeld a dover trovare le risorse per l’abolizione delle tasse sulla prima casa, cosa che lui stesso insieme a molti altri esponenti renziani osteggiava apertamente quando Silvio Berlusconi nel 2013 costrinse l’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta, all’approvazione della misura, definendola “un’operazione da Robin Hood alla rovescia. Si prende ai poveri per dare ai ricchi. Un cedimento alla destra populista”. Provvedimento che sicuramente metterà ancora più in crisi le finanze degli enti locali, che si tramuteranno in aggravi di imposta per i contribuenti, mettendo tra l’altro fine all’unica imposta federalista che dal 2011 in poi ha cambiato denominazione una quantità di volte tendente a infinito.

Per il momento, di sicuro, entro quest’anno il Governo deve trovare 16 miliardi per far fronte alla prima delle tre clausole di salvaguardia contenute nella precedente legge di stabilità; rimediare 5 miliardi per Tasi, Imu sugli imbullonati e Imu agricola; coprire il buco da 700 milioni causato dalla bocciatura della reverse charge; rinnovare i contratti dei dipendenti pubblici; trovare le risorse a partire dal 2017 per l’indicizzazione delle pensioni. Senza contare che, stando agli annunci, l’esecutivo vuole lanciare un piano di rilancio degli investimenti, pensionamenti flessibili e prorogare la decontribuzione per i neoassunti.

Insomma, per l’ennesima volta gli italiani si troveranno a non dover pagare più tasse, sperando che le straordinarie spinte esogene a cui stiamo assistendo perdurino il più a lungo possibile. La realtà, comunque, è sempre dietro l’angolo.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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