Innovare per (r)esistere

30/05/2014 di Francesca R. Cicetti

Innovazione, cambiamento

Il Novecento amava il progresso perché significava funzionalità, avanguardia, benessere. Perché voleva dire perfezionarsi. Scalare la vetta e, alla fine, fermarsi a riposare. Noi, invece, lo amiamo perché non abbiamo altra scelta. Non avanziamo più per arrivare in cima, piuttosto per non essere calpestati dagli altri che avanzano. Forse perché siamo figli della rete, dove quello che sopravvive è solo il nuovo: l’ultimo post, l’ultima notizia, l’ultima condivisione. Il nuovo rimpiazza il precedente, che spesso scorre davanti ai nostri occhi senza riuscirne a coglierne l’essenza. Non è più solo ciò che è valido, a sopravvivere, ma anche, inesorabilmente, ciò che è moderno. Così, non innoviamo più per stare meglio, per raggiungere una prosperità, un luogo dove poi fermarci. Innoviamo per non essere sepolti da altre innovazioni, che comunque, volenti o nolenti, arriveranno. Innoviamo per non essere dimenticati.

Generare rinnovamento è l’unica maniera che abbiamo per lasciare una traccia, per conquistarci il nostro istante di immortalità. Tutto risponde a questa logica. È la dialettica degli e-book e dei siti di news, delle macchine fotografiche digitali e di ITunes. I libri, i giornali, i vinili, i vecchi rullini: non li usiamo più (o quasi). Però li teniamo. Arriviamo persino a collezionarli, a volte, perché ci piacciono, perché siamo affezionati. E anche per farne mostra, perché no, come se la cultura analogica fosse su un livello superiore, rispetto a quella digitale. In fondo non riusciamo a toglierci dalla mente l’impressione positiva di una bella libreria piena e un giradischi in salotto.

Innovare per resistereQuella dei libri, soprattutto, è una storia interessante. Gli e-book sono pratici, economici, e permettono ai lettori affezionati di leggere molto di più, senza dover investire centinaia di euro l’anno. E tuttavia non decollano. Si continua a rimpiangere “l’odore della carta”. L’oggetto in sé, quindi, e non la sua funzione, o la sua praticità. Il libro spoglio da ogni significato se non quello nostalgico, e tuttalpiù onorifico. Se ci teniamo stretti i nostri tomi, è anche perché far mostra delle copertine è un cult. L’e-book è per una fruizione nascosta, privata, e forse, da questo punto di vista, persino più adatta ai lettori accaniti. Sono loro, infatti, quelli che con la crisi volano verso il digitale. Perché alla lettura non rinunciano, ma alla spesa volentieri.

Solo che l’editoria cartacea non funziona come quella digitale, e la musica digitale non suona come un quarantacinque giri. Tutto risponde a meccanismi diversi. Complessi, nuovi, non necessariamente migliori o peggiori. Ma differenti. Il fatto che l’innovazione sia diventata una necessità, ci porta a pensare che il nuovo sia sempre un bene. Che il passato esista per essere valicato, per lasciare spazio a una dialettica del superamento. Ma non è sempre stato così, e non sarà sempre così. È una piccola malattia del nostro secolo, quella di innovare per resistere. O meglio, di innovare per esistere, per conquistarci uno spazio, un istante di fama, un momento sulle vette. Probabilmente, anche questo morbo passerà. Col tempo, la nevrosi dell’innovazione diventerà un ricordo lontano, e a resistere sarà quello che davvero conta. Quello che non ha bisogno di essere nuovo per essere considerato valido.

The following two tabs change content below.

Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
blog comments powered by Disqus