Ingrao, l’inattuale rivoluzionario che portò la dialettica nel PCI

29/09/2015 di Edoardo O. Canavese

Il giornalismo si contende ricordi, lezioni, errori, la politica l’eredità. Nella solita corsa all’attualizzazione dell’illustre defunto. Ma Ingrao, rivoluzionario conservatore, uomo del suo tempo, mal si accomoda alle rievocazioni.

C’è poco di attuale ed attualizzabile in Pietro Ingrao, nonostante necrologi e critiche che in questi giorni circolano su quotidiani e tv e che pretendono di strattonarne le spoglie. D’altro canto alla scomparsa dei giganti, in Italia, siamo soliti assistere a rievocazioni, celebrazioni, ma soprattutto all’odiosissima urgenza, giornalistica e politica, di cercare negli illustri defunti chiavi di lettura per l’attualità. Per il povero Ingrao non v’è stata eccezione. La necessità di prestare il suo volto, le sue parole, i suoi gesti ad un complicato ed astioso presente politico forse deriva dal fatto stesso che Ingrao era l’ultimo dei giganti della Prima Repubblica, l’ultimo baluardo di alcuni simboli cui una società pubblicamente bramosa di dirsi nuova, giovane, comunque diversa, non riesce a fare a meno.

Ingrao è patrimonio della sinistra italiana, è questa se ne contende l’eredità. Fuori dal Parlamento, leader o aspiranti tali quali Vendola, Landini e Ferrero, cercano ciascuno di fare del ricordo di Ingrao benzina politica. Il leader Sel, partito che l’ex dirigente Pci ha sostenuto negli ultimi anni, lo esalta quale vecchio meraviglioso, pacifista, nonché, figura “solare” nei presenti tempi volgari. Il segretario di Rifondazione Comunista, dal Fatto Quotidiano, richiama come attuale la ricetta del metodo scientifico come strumento per il superamento del capitalismo, promettendone la prosecuzione. Più articolato il Landini-pensiero, che applica la lezione di Ingrao nell’avverso contesto renziano, nemico di lavoratori e Costituzione, colonne portanti dell’idea di sinistra del defunto leader.

Il partito erede della maggioranza elettorale dell’ex comunismo italiano, il Pd, preferisce sottolineare l’incomunicabilità tra partito presente e passato, spendendo, nelle dichiarazioni dei dirigenti renziani, niente più che asciutti saluti. Così il giornale di partito, la rediviva Unità, affida il ricordo di Ingrao che ne fu direttore a chi è stato a lui politicamente contemporaneo, come Alfredo Reichlin, ed arrivando addirittura a spolverare il bistrattato Achille Occhetto. E dando la parola a Cuperlo, il quale lancia una profonda riflessione sull’identità della sinistra, ieri e più che mai oggi. Ma prestandosi anche alla strumentalizzazione politica e filogovernativa della scomparsa di Ingrao, pubblicando la lettera firmata di un militante Pci poi Sel che sceglie il giorno della morte del “dissidente” comunista per sostenere le riforme di Renzi.

La stampa di destra, con l’aplomb che la contraddistingue, coglie l’occasione per rovistare nell’armadio di Ingrao e riesumarne gli ormai sbriciolati scheletri. Come l’antica questione del sostegno dell’Ingrao dirigente Pci e direttore dell’Unità all’intervento dei carrarmati russi a Budapest. Una macchia che riguardò l’intero partito (ivi compreso Napolitano) e che come tale fu presto considerata da tutte le coscienze comuniste, incluso Ingrao che arrivò a definirla “vergogna”. E poi la querelle sul suo rapporto col gruppo del Manifesto, la cui espulsione dal Pci nel ’69 non venne difesa dal loro personale amico Pietro, che peraltro votò per la loro cacciata. Un episodio usuale, quotidianità nella vita di una politica che era allora più ragione che sentimento, reso antipatico dall’ostinazione destra nel vedere nel comunista un uomo d’ombra e d’errore, ancorché storico pure umano.

Ingrao fu uomo del suo tempo, molto più di altri. Fu comunista radicale, perché rivoluzionario, ed infine radicato, perché incapace di arrendersi al fatto che il comunismo, infine, fallisse nel suo laboratorio più importante, l’Urss. Non sta a noi giudicare se sbagliò, quando difese la barricata sovietica in Ungheria o quando esaltò il defunto Giuseppe Stalin. Piuttosto è giusto ricordare la storica dichiarazione, peraltro assai lieve, di difformità di pensiero rispetto al discorso pronunciato dall’allora segretario Longo a margine dell’XI congresso Pci, nel ’66. Poche parole che fecero breccia nel pensiero unico comunista, dove la uniformità d’opinione al segretario era dogma dagli anni ’30, e che spalancò le porte del Pci ad una lenta, irreversibile democratizzazione che nemmeno l’attiva collaborazione alla scrittura della Costituzione e delle sue regole aveva inculcato nel partito, e che di lì a poco avrebbe permesso la nascita di correnti (i movimentisti di Ingrao e la destra di Amendola e Napolitano), ma soprattutto di attivo, vivace dibattito. Abbastanza per considerarlo un gigante.

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus