Inflazione: la grande assente

26/10/2015 di Alessandro Mauri

Nonostante tutti gli sforzi delle banche centrali, l'inflazione in Europa e negli USA non risale. Una questione di fiducia nella ripresa

Nonostante l’economia di molti Paesi sia in recupero, ancora non si è assistito ad un ritorno dell’inflazione, che dovrebbe essere un segnale di salute dell’economia. Eppure le operazioni monetarie espansive e l’aumento dell’occupazione (specie in USA) dovrebbero spingere verso l’alto i prezzi.

La questione inflazione – Uno degli indicatori che non riesce a puntare deciso verso il rialzo, tanto in Europa quanto negli USA, è l’ inflazione, che dovrebbe certificare l’avvenuta ripresa dell’economia di un Paese. E se è vero che in Europa la ripresa è molto lenta, altrettanto non si può dire degli Stati Uniti, dove il PIL cresce quasi del 4% e la disoccupazione è poco sopra il 5%. Anni di politiche monetarie espansive da parte di buona parte delle Banche centrali mondiali sembrano non aver portato alcun effetto sui prezzi, contro qualsiasi previsione e contro qualsiasi consolidata teoria economica. Stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno, ad una “nuova normalità” basata sulla bassa inflazione o c’è qualcosa che non torna? I fattori che possono spiegare tutto questo non mancano, ma nel loro complesso non sembrano in grado di giustificare appieno la mancata risalita dei prezzi.

L’impatto delle materie prime –  La spiegazione più plausibile che viene data è quella del crollo dei prezzi delle materie prime, petrolio in primis, che spinge al ribasso indirettamente tutti i prezzi, dati i minori costi che le imprese devono sostenere per produrre o trasportare i loro beni. Tuttavia questo potrebbe giustificare la bassa inflazione per l’anno in corso, ma non anche per il prossimo anno, dove i prezzi delle materie prime sono previsti stabili o in leggero aumento, mentre l’inflazione continuerà a essere al di sotto delle aspettative; inoltre anche considerando l’inflazione al netto della componente energetica, essa risulta essere più bassa di quanto dovrebbe. Resta pesante ancora l’effetto delle aspettative: se i consumatori non sono convinti della ripresa dell’economia e dell’inflazione, continueranno a rimandare le proprie decisioni di acquisto, facendo perdurare una situazione di bassa inflazione. Queste considerazioni valgono soprattutto per l’Europa, dove la ripresa resta fragile e poco significativa, se paragonata a quella Statunitense o a quella che servirebbe per recuperare rapidamente il terreno perso durante la crisi.

L’importanza dell’ inflazione – Ci si potrebbe chiedere per quale motivo è importante che i prezzi crescano in maniera più sostanziale di quanto non stia avvenendo in questi mesi. Il motivo risiede nel fatto che i prezzi tendono a salire, oltre che per effetto dei prezzi delle materie prime, per aumenti della domanda o per l’aumento dei salari. Nel primo caso si tratta di un segnale positivo da parte dei consumatori, che richiedono un maggior numero di beni, spingendo i prezzi verso l’alto per la semplice legge della domanda e dell’offerta. Nel secondo la diminuzione della disoccupazione spinge i lavoratori a richiedere aumenti salariali, facendo aumentare il costo di produzione delle imprese che determina un aumento dei prezzi.

La politica monetaria – Un’evidenza empirica consolidata e che sembra venire meno è quella che lega le politiche monetarie espansive all’aumento dell’inflazione. Negli ultimi anni Federal Reserve e BCE hanno inondato i mercati di liquidità e moneta, e molti avevano temuto lo scatenarsi di fiammate inflattive derivanti da queste politiche, ma nulla di tutto questo è avvenuto. Come se non bastasse la BCE potrebbe addirittura amplificate il suo intervento sui mercati potenziando il Quantitative Easing.

Verso un new normal? – Con buona probabilità la stagnazione dell’ inflazione è dovuta a diversi fattori, di cui alcuni strutturali e altri congiunturali. Dal punto di vista strutturale incidono fortemente l’automazione e l’e-commerce, che aumentano rispettivamente produttività e concorrenza, contribuendo al calo dei prezzi. Convincono meno le tesi secondo cui parte del calo dell’inflazione sia dovuto alle delocalizzazioni, dal momento che questo processo è diffuso già da molto tempo, senza che questo abbia inciso in maniera così significativa sui prezzi negli anni passati.

Il principale indiziato per spiegare la bassa inflazione resta la poca fiducia di imprese e consumatori nella solidità della ripresa, in Europa come negli Stati Uniti. Quando sarà consolidata, l’enorme quantità di liquidità immessa sui mercati dalle Banche Centrali, unita all’inevitabile risalita dei prezzi delle materie prime, potrebbe causare un forte aumento dell’inflazione, ben oltre i livelli accettabili per la stabilità economica.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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