Batterioterapia? Oggi più digeribile

11/11/2015 di Pasquale Cacciatore

Una società no profit americana sostiene di aver trovato un'alternativa in pillola ai metodi invasivi in caso di infezioni pericolose come quella da Clostridium difficile, oggi curate, in estrema ratio, attraverso il cosiddetto trapianto fecale

Microbioma

I trapianti fecali sono una terapie estremamente suggestiva, soprattutto per il nome evocativo che – in effetti – riassume in modo affascinante il loro utilizzo. I trapianti di feci non sono infatti altro che il trasferimento di determinato microbiota intestinale (una componente fondamentale del nostro sistema digerente) da un individuo sano ad un paziente, spesso malato di infezioni difficili da debellare (come quella da Clostridium difficile). Un espianto di materiale ed un impianto nell’intestino ospite, realizzato generalmente attraverso colonscopia. Oggi, però, c’è qualcuno che tenta di trasformare questo trattamento in qualcosa di molto più intuitivo, miniaturizzando i trapianti fecali in pillole. E l’industria farmaceutica del futuro magari coglierà l’occasione.

Negli Stati Uniti è infatti già stata fondata un’organizzazione no-profit che raccoglie i database di donatori “fecali” sani per individui con infezioni gravi da Clostridium. Ed è proprio questa organizzazione che ha iniziato a sperimentare l’utilizzo di pillole contenenti microbi fecali, in sostituzione del classico procedimento attraverso colonscopia o sondino.

L’infezione da Clostridium non è affatto da sottovalutare, soprattutto oggi. A causa delle aumentati ospedalizzazioni, dell’utilizzo di antibiotici e dell’aumentato numero di resistenze (e quindi terapie più aggressive), tale batterio colonizza sempre più spesso gli intestini di pazienti ospedalizzati, producendo tossine nocive (A e B) che causano una diarrea persistente (nei casi migliori, perché nel 10-15% dei casi può conseguire anche una forma severa o fulminante).

Quello che il trapianto fecale fa è ricolonizzare l’intestino con batteri “buoni” (introdotti per sondino o per via rettale), che possano competere con il Clostridium ripristinando la normalità. Oggi, tuttavia, tali trapianti fecali sono costosi, richiedono tempo e sono – soprattutto – invasivi. Realizzare delle pillole contenenti i microbi può dunque semplificare l’iter terapeutico per molti pazienti; sorgono però problemi di natura tecnica, perché è necessario realizzare componenti capaci di liberare i microorganismi solo nell’intestino, e non prima né dopo.

Oggi la no-profit statunitense promette di aver sviluppato un sistema capace di far rimanere le pillole solide a temperatura ambiente e permetterne il dissolvimento nella porzione superiore dell’intestino. Un primo trial clinico sembra dare ragione a questo strumento: una singola dose di 30 capsule ha permesso di curare il 70% di pazienti con infezione da Clostridium difficile, mentre una seconda dose ha fatto salire le percentuali al 94%.

Al momento tali pillole sono vendute ad un prezzo esorbitante (più di seicento dollari) e non ancora approvate per iter terapeutici dalla Food and Drug Administration, ma perlomeno si è iniziato a pensare seriamente a come rendere più semplice tale pratica clinica. D’altra parte, piccole pillole contenenti materiale fecale non sono certo prive di rischi: da penetrazione di microbi nei polmoni ad infezioni ricorrenti, e così via. Oltre al fatto che, come concorda gran parte di panel di gastroenterologi e internisti in tutto il mondo, il trapianto fecale è spesso l’ultima spiaggia della terapia, e che una ipersemplificazione della stessa renderebbe rischioso il processo terapeutico.

Vedremo il futuro cosa dirà: per il momento la parola passa agli enti di regolamentazione farmaceutica, perlomeno negli Stati Uniti, in attesa che anche in Europa si inizi la sperimentazione delle “feci in pillola”, che potrebbe consentire studi a lungo termine molto più approfonditi e validi per indagare sull’efficacia del trapianto fecale in sé.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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