Infezioni intestinali e infanzia: un modello da ripensare

17/08/2015 di Pasquale Cacciatore

E' un problema enorme: la diarrea è la seconda causa di mortalità infantile enorme. Colpa della lentezza di intervento nei paesi meno sviluppati, ma anche di linee guida risalenti a più di 30 anni fa e che non sono, evidentemente, adatte a limitare un male che a noi può sembrare banale, ma che causa ogni anno un'infinità di giovani vittime

Agli Occidentali può suonare estremamente strano, se non paradossale, ma la seconda causa di mortalità infantile al mondo (dopo la polmonite) non è altro che la diarrea. Sono oltre 40 gli agenti patogeni che causano la diarrea nei bambini: virus, batteri e parassiti, quasi tutti nei Paesi sottosviluppati. Nel corso del tempo sono state elaborate numerose linee guida a proposito della corretta terapia della diarrea: reidratazione orale, reidratazione endovena in caso di impossibilità di mantenere costante il livello di fluidi, supplemento di zinco ed antibiotici solo in presenza di sangue nelle feci (quella che è definita in termini medici “dissenteria”, segno di infezione batterica, perlomeno ai tempi in cui furono redatte le linee guida).

La situazione, però, oggi appare molto più complessa: si è infatti individuato che le infezioni batteriche che causano diarrea sono molto più numerose di quanto si immaginasse, e che non sempre l’assenza di sangue nelle feci indica l’assenza di batteri. In tali casi, molti bambini si ritrovano non coperti da una terapia antibiotica, con la conseguenza di elevato numero di morti o infezioni croniche che affliggono tantissimi pazienti pediatrici in Paesi già colpiti da condizioni socio-economiche di certo non adeguate.

Il problema è relativo, per l’appunto, a linee guida ancora messe in atto ma risalenti ad oltre trenta anni fa, quando era la clinica (e l’occhio, essenzialmente) a indicare il tipo di diarrea e suggerire la miglior terapia. Oggi che la tecnologia biomedica ha fatto passi da gigante, non è corretto non procedere ad un aggiornamento delle linee guida. Un grande studio di due anni fa, condotto a livello globale, individuò come prime cinque cause di diarrea infantile, oltre ai rotavirus, un parassita (il Cryptosporidum), due ceppi di Escherichia Coli ed uno di Shigella (questi ultimi due batteri). Il sangue, insomma, non è un marker efficace per indicare una diarrea batterica. Cambiare le linee guida è mandatorio, come suggeriscono pediatri e ricercatori in tutto il mondo.

Quando si parla di diarrea, agire con prontezza è fondamentale. La morte dei bambini avviene essenzialmente per disidratazione, quindi individuare velocemente la causa è essenziale per una rapida terapia. In passato test su campioni fecali richiedevano giorni per presentare un risultato, e considerando costi e tempistiche in molti Stati sottosviluppati (soprattutto in Africa) i clinici procedevano sulla base delle linee guida della OMS. Rischiando, in questo modo, di non fornire cure antibiotiche a tanti che ne avevano bisogno, conducendo alla morte o a elevati tassi di morbilità una miriade di bambini malati.

D’altra parte, l’inadeguato utilizzo di antibiotici ad ampio stretto può condurre all’insorgenza di ceppi resistenti alle terapie. Una soluzione, oggi suggerita da tanti ricercatori, è applicare le nuove tecnologie (come la PCR) per sequenziale velocemente i patogeni causanti la diarrea, in modo da ottenere rapide diagnosi e terapia. Un macchinario di PCR, però, costa almeno 20 mila euro, ed il costo di un test si aggira attorno ai 40-50 euro. Nessuno, però, ha fino a questo momento realizzato un macchinario pensato solo per le infezioni da diarrea, cosa che potrebbe far diminuire costi di produzione ed utilizzo e consentire la diffusione di tali metodiche d’analisi anche nei Paesi più poveri. Nel frattempo, dunque, altri sottolineano quanto potrebbe essere importante (e a costo più o meno zero) aggiornare seriamente le linee guida della OMS, in modo da trattare in modo più aggressivo i bambini colpiti. Un’adeguata analisi dovrebbe condurre a livellare i rischi di insorgenza di resistenza ad antibiotici co rischio di non trattare tanti pazienti che avrebbero bisogno; un’analisi che solo esperti mondiali possono (e devono) condurre.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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